HABEMUS BOMBER: Dušan Vlahović, il vento dell’est al servizio di Madama
Il bombardiere finalmente è atterrato all’Allianz Stadium. Il vuoto lì davanti lasciato da CR7, nonché negli anni, dai vari Higuain, Tevez e ancor prima Trezegol è stato eccellentemente colmato. Ogni calciatore, come gli attori nella commedia dell’arte, deve interpretare in campo un ruolo ben preciso. Impensabile nel teatro goldoniano l’assenza del servo furbo, del nobile decaduto o della giovane innamorata; allo stesso modo, inverosimile osservare una squadra di calcio “spuntata” del ruolo più affascinante, quello inventato per far gol, breve magica parola di tre lettere che scatena l’entusiasmo delle folle. Il centravanti, estasi per i tifosi, quando prepotente indica al pallone la retta via della porta, accarezza la rete avversaria, sollevandola come una gonna, come i migliori venti sollevano le gonne alle ragazze in fiore… poetava Manuel Vázquez Montalbán.
Spesso le rivoluzioni sono utili, altre volte deleterie. L’idea un po’ presuntuosa negli ultimi anni, di tante squadre di calcio, di poter fare a meno del centravanti, ha portato il più delle volte a vivere stagioni senza colori, piene di ombre e di vuoti. L’arroganza, o forse l’ambizione, era quella di emulare eccezioni storiche, rare e irripetibili. Il Brasile del 1970, seleção campione del mondo, dominava senza un vero centravanti, ma con cinque “numeri 10” contemporaneamente in campo che rispondevano ai nomi di Gerson, Pelé, Rivelino, Tostão e Jairzinho. L’Arancia meccanica del 1974 aveva Cruyff, il profeta del gol, accompagnato da altri dieci formidabili tulipani arancioni, uniti dal motto uno per tutti e tutti per uno. Il Barcellona del 2009 con l’intuizione di Guardiola del falso nueve: Pep - che aveva sicuramente studiato le gesta di Nandor Hidegkuti, stella della Grande Ungheria del ’54 e vero inventore del non codificato ruolo del falso nove - giocò senza un punto di riferimento centrale, ma con gente del calibro di Messi, Henry e Eto’o a torturare le difese avversarie.
La storia della tattica, come si nota, è in qualche modo circolare, certe soluzioni ritornano di moda forse semplicemente perché si dimentica come affrontarle. Ciò che è certo, le grandi squadre vincenti nella storia, a parte le meravigliose comete sopra accennate, hanno avuto sempre la dolce necessità di schierare il centravanti, il finalizzatore del gioco. Visto che si gioca sempre in undici, e uno di loro deve ineluttabilmente “fungere” da numero 9, sempre meglio avere un VERO centravanti, che un FALSO nove! Centravanti non si diventa, si nasce. Un calciatore può diventare terzino, mediano, persino portiere, ma centravanti no.
Dušan Vlahović, velenosamente mancino, una roccia scolpita dal vento, con eleganza e potenza, è il centravanti, il centrattacco, come si diceva ai tempi di Silvio Piola, che ogni squadra al mondo vorrebbe e che molte delle quali hanno tentato di prenderlo, ma lui, il serbo di Belgrado, ha scelto la Juventus. La sua qualità è l’istinto della porta, farsi trovare pronto all’appuntamento con il gol. La sua dote principale è ciò che i greci chiamavano kairòs: il momento giusto, opportuno, insostituibile perché è proprio quello e non altro. Lo scrittore serbo Dimitrijević lo definirebbe come il centravanti “cacciatore di gol”, in quanto il pensiero fisso del numero 9 è solo quello di segnare. Esiste se fa gol. Vlahović esiste eccome, mirando la porta da ogni posizione, e da oggi esisteranno anche i suoi gol colorati di bianconero. Sulla schiena avrà il numero 7 (e non chiamatelo DV7!), ma questo è solo un simpatico dettaglio, ennesimo scherzo del progresso, artefice spesso dell’allontanamento doloroso di antiche tradizioni, come quella del significato romantico e aulico dei numeri di casacca. Poteva andare peggio, con un insulso e poco fortunato 28!
Ora, la linea offensiva bianconera è completa; con l’innesto di Vlahović, che beneficerà, trasformandoli in supergol, degli assist al bacio di Juan Cuadrado e di qualche terzino di buona volontà, trarrà giovamento non solo il tabellino, ma soprattutto un uomo sul quale puntare ancora: Paulo Dybala, il Monet del rettangolo verde. Più che criticarlo nelle ultime settimane, serviva aiutarlo, affiancandogli un pezzo da novanta. L’aiuto ora è stato concesso e qualsiasi calciatore al posto suo sarebbe felice come una Pasqua: per un numero 10, avere accanto un 9 tra i più forti al mondo è come per un collezionista di francobolli possedere il British Guiana One-Cent Magenta. La sintonia, i grandi campioni, la trovano giocando insieme, divertendosi e vincendo, e con loro due potremo rivivere finalmente i momenti epici di coppie d’attacco infuocate, che hanno cannoneggiato le porte nemiche su tutti i campi del mondo, come fu quella formata da Alex Del Piero e David Trezeguet.
La Juventus – e parlo non da contabile, ma da amante del calcio – non deve ora cadere in errore cedendo i campioni che sono già in rosa. Far partire De Ligt, o lo stesso Dybala, sarebbe controproducente (a meno che non vengano sostituiti da atleti di pari valore!), e ci si ritornerebbe a coprire con una calda coperta di lana, ma molto corta. Cerchiamo una volta per tutte di ricreare un progetto vincente: è cominciato stranamente a gennaio, non resta che completarlo nella sessione estiva con un fuoriclasse (De Jong, Gravenberch, Milinkovic Savic) che dia forza e geometrie in mezzo al campo, affinché i prossimi freddi siano affrontati al caldo di un plaid gigante. La dirigenza, negli ultimi tempi criticata non poco, sa benissimo che si vince con i fuoriclasse e con questo siluro di mercato fuori stagione si è dimostrata non all’altezza, ma molto molto di più, regina di un piano industriale maestoso. Chapeau.
Giornalisti, cronisti e semplici tifosi, presi da spasmodico entusiasmo, già vogliono individuare a tutti i costi le similitudini con cannonieri dal passato glorioso: “Vlahović ricorda il tiro di ics, il colpo di testa di ipsilon e la punizione di zeta”. Stiano sereni. Godiamoci oggi l’originalità e la freschezza del nostro nuovo centravanti. Che siano i posteri a dover cercar confronti e a far paragoni con quel tale Vlahović, immenso goleador dall’imprendibile sinistro, che giocò nella Juventus negli anni Venti del ventunesimo secolo.
Dušan ha promesso gol e vittorie. Solo gli dei possono promettere, perché sono immortali, scriveva Jorge Luis Borges; ma aggiunse saggiamente: anche gli uomini possono promettere, perché nella promessa vi è qualcosa d’immortale.
Auguri ragazzo dell’est, che tu possa mantenere le promesse e aver gloria come le leggende bianconere che hanno vestito quella maglietta, interpretando come meglio non avrebbero potuto, il ruolo imprescindibile del centravanti in ogni campo del mondo.
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