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Juventus-Rennes, i bianconeri svelano la maglia per l'Europa League
La Juventus si prepara al prossimo appuntamento di Europa League contro il Rennes in programma questa sera, e attraverso i propri canali social ha anticipato un dettaglio relativo alla sfida. Il club ha infatti pubblicato un post per mostrare ai tifosi la divisa che i giocatori indosseranno in occasione dell'impegno europeo, rivelando che la squadra di Spalletti scenderà in campo con il kit bianconero.
PodcastSpalletti-Juve: la conferma di Elkann, i fantasmi di Conte e Simone Inzaghi
Spalletti resta alla Juve, parola di John Elkann: malgrado questo, si parla già della sua successione, con Conte e Simone Inzaghi candidati principali. Il numero uno della Exor ha buoni rapporti con Lucio ed è ancora convinto sia l'uomo giusto per la ricostruzione. Attenzione perché in queste situazioni la conferma può essere a tempo, o diventarlo nel caso in cui non arrivassero i risultati. E' una regola scontata per le società, molto rigida nella Juve. Spalletti è allenatore navigato e conosce certe dinamiche del mondo pallonaro. Quindi testa bassa, meno chiacchiere e fatti concreti. Vale per tutta la truppa, in Italia e in Europa.
Una parte media prefigura una doppia opzione per la panchina della Juve, collegata alla questione temporale. Se le cose dovessero precipitare ulteriormente, subito Conte. Il tecnico salentino è disoccupato e sta aspettando una chiamata. Qualche voce mi dice che Carnevali e Massara sono favorevoli al ritorno di chi fu artefice della rinascita bianconera post Calciopoli. Meno la proprietà, in questi casi però si dice “a mali estremi, estremi rimedi”. L'opzione numero due varrebbe invece per giugno, quando Spalletti, sempre secondo la stampa, lascerebbe, con Simone Inzaghi ipotesi concreta. L'ex tecnico dell'Inter, ora alla guida degli arabi dell'Al-Hilal, fu accostato alla Juve anche in passato, ai tempi di Paratici, suo amico. Viene visto come un aziendalista vincente, in grado di coniugare competitività e sostenibilità, obiettivo fissato da tempo dalla proprietà, ma finora fallito.
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Rassegna Stramba
Lecce, Di Francesco ha già pronto il sostituto di Coulibaly
Il Lecce dovrà fare a meno di Lassana Coulibaly in occasione della sfida di domenica contro la Juventus. Il centrocampista maliano, fermatosi durante il confronto con l'Udinese, ha riportato una lesione muscolare di primo grado che lo costringerà a saltare almeno tre partite. Un'assenza importante per la formazione salentina, che obbligherà Eusebio Di Francesco a modificare le proprie scelte in mezzo al campo. Il tecnico, tuttavia, avrebbe già individuato la soluzione per sopperire all'indisponibilità del giocatore.
Il principale candidato a raccogliere l'eredità di Coulibaly è Mohamed Kaba, già chiamato in causa durante la partita disputata allo stadio Friuli proprio in seguito all'infortunio del compagno. Il centrocampista rappresenta attualmente la prima alternativa nelle valutazioni di Di Francesco, che dovrebbe affidargli una maglia da titolare nel prossimo impegno di campionato contro i bianconeri. In caso di conferma, Kaba andrebbe a completare il reparto centrale insieme a Maleh e Ngom, permettendo all'allenatore giallorosso di mantenere l'assetto previsto nonostante l'assenza del maliano.
Spalletti sul clima nello spogliatoio: "I ragazzi si sono parlati con onestà e serietà"
Non hanno smesso di far rumore le dichiarazioni forti di Gleison Bremer dopo la sfida di campionato tra Lazio e Juventus e interpellato sulla situazione all'interno dello spogliatoio bianconero dopo le parole del capitano, Luciano Spalletti non si è tirato indietro ed ha confermato che c'è stato un faccia a faccia tra tutti i giocatori: "Ho la sensazione che i ragazzi siano dentro i discorsi che si fanno - le parole del tecnico nel corso della conferenza stampa di oggi - Nell'ultima riunione li ho fatti parlare tra di loro per aiutarli e ho avuto la conferma della serietà e dell'onesta del loro pensiero. Poi si sono resi tutti disponibili per mettere più cose dentro la partita e inserire delle variabili che possono farci tornare al nostro livello massimo".
Juventus-Rennes, l'analisi degli avversari: due facce tra Europa League e campionato
Due partite europee senza sconfitte, quattro punti conquistati e una squadra che in campionato ha già dimostrato di poter segnare tanto, ma anche di concedere parecchio. È il Rennes che si presenta domani sera a Torino per affrontare la Juventus nella terza giornata di Europa League. Un avversario da studiare con attenzione, perché i numeri delle prime settimane raccontano una formazione dai risultati e dalle prestazioni piuttosto differenti tra le due competizioni.
La Juventus arriva all'appuntamento con sei punti, dopo il 5-0 rifilato al NEC Nijmegen e il successo in rimonta per 2-1 sul campo del Celta Vigo. Per i bianconeri, reduci dalla pesante sconfitta contro la Lazio, l'Europa può rappresentare un'occasione per ripartire. Ma per farlo servirà conoscere bene le caratteristiche della squadra francese, che nonostante alcune fragilità ha dimostrato di avere qualità offensive e capacità di reagire alle difficoltà.
Rennes, in Europa risultati più equilibrati
Il percorso europeo del Rennes è iniziato con lo 0-0 sul campo dello Sturm Graz, una partita nella quale la formazione francese ha mantenuto il controllo del pallone senza riuscire a trovare la via del gol. Nella seconda giornata, invece, è arrivata la vittoria per 2-1 contro l'OFI Creta, maturata soltanto nel finale dopo una gara in cui i francesi avevano a lungo cercato di scardinare la difesa avversaria.
Contro la formazione greca, il Rennes ha dominato sul piano del possesso, arrivando a registrare il 67% e ben 25 conclusioni. Eppure, nonostante la superiorità territoriale, è andato in svantaggio al 10', riuscendo a ribaltare il risultato soltanto nel finale grazie alle reti di Mahamadou Nagida al 76' e Abdelhamid Aït Boudlal al 90'.
Questi numeri suggeriscono una squadra che prova a fare la partita e a costruire attraverso il possesso, ma che non sempre riesce a trasformare la propria superiorità in un vantaggio concreto. Il pareggio senza reti contro lo Sturm Graz e la rimonta contro l'OFI Creta raccontano due gare diverse, ma con un elemento in comune: il Rennes ha dovuto lavorare a lungo per trovare soluzioni contro avversari organizzati.
In campionato tanti gol, ma anche troppe concessioni
Il quadro cambia guardando alla Ligue 1. Nelle prime sette giornate il Rennes ha realizzato 15 reti e ne ha incassate 14, numeri che descrivono una squadra coinvolta spesso in partite aperte, nelle quali la produzione offensiva non sempre viene accompagnata dalla necessaria solidità difensiva.
L'ultima giornata ne è stata la dimostrazione più evidente. Nella sconfitta per 4-3 contro il Paris FC, il Rennes è riuscito a segnare tre volte grazie alla tripletta di Estéban Lepaul, senza però evitare il ko. Una partita ricca di episodi, nella quale la formazione francese ha mostrato tutto il proprio potenziale davanti, ma anche le difficoltà nel proteggere il risultato.
È proprio questa la caratteristica da tenere presente in vista della sfida con la Juventus. Il Rennes non è una squadra che si può considerare innocua in attacco, ma allo stesso tempo concede occasioni e può andare in difficoltà quando gli avversari riescono ad attaccare con velocità. I bianconeri dovranno provare a sfruttare queste situazioni, senza però sbilanciarsi eccessivamente.
Attenzione, tuttavia, a non interpretare questi numeri come la prova di un cambiamento radicale tra Europa e campionato. Due partite continentali sono ancora poche per stabilire una tendenza precisa. È più corretto parlare di risultati differenti e di una squadra che, in questa prima fase della stagione, ha alternato gare bloccate ad altre molto più movimentate.
Franck Haise cerca equilibrio tra possesso e verticalità
Alla guida del Rennes c'è Franck Haise, allenatore che ha costruito la propria reputazione soprattutto con il Lens, puntando su organizzazione collettiva, intensità e capacità di adattare la squadra alle diverse situazioni di gioco.
Il Rennes ha mostrato di poter gestire il pallone e occupare stabilmente la metà campo avversaria, come accaduto contro l'OFI Creta. Ma il possesso non deve essere confuso automaticamente con la capacità di controllare la partita: contro i greci, infatti, la squadra francese ha dovuto rimontare e ha trovato il successo soltanto nel finale.
Per la Juventus sarà quindi importante capire quando pressare e quando attendere, evitando di concedere spazi alle ripartenze. Se i bianconeri riusciranno a recuperare il pallone e ad attaccare rapidamente le zone lasciate libere, potranno mettere in difficoltà una difesa che in campionato ha già mostrato alcune fragilità. Al contrario, lasciare al Rennes la possibilità di consolidare il possesso potrebbe significare dover difendere a lungo e con poca possibilità di ripartire.
L'assenza di Lepaul e l'occasione per Boulaye Dia
Il Rennes dovrà fare a meno di Estéban Lepaul, che non sarà disponibile a Torino dopo l'infortunio alla caviglia rimediato contro il Paris FC. Un'assenza importante, soprattutto considerando che l'attaccante è stato protagonista dell'ultima gara con tre reti, tutte su calcio di rigore.
Tra le possibili soluzioni offensive c'è Boulaye Dia, già conosciuto dal pubblico italiano per le esperienze con Salernitana e Lazio. L'attaccante senegalese ha affrontato la Juventus cinque volte in Serie A senza mai riuscire a segnare. Un dato curioso, che non determina naturalmente l'esito della partita, ma aggiunge un elemento alla vigilia.
Senza Lepaul, il Rennes perde un riferimento che ha dimostrato di poter incidere in zona gol. La Juventus dovrà comunque prestare attenzione alle alternative a disposizione di Haise e non considerare l'assenza del miglior realizzatore come una garanzia di minore pericolosità.
La Juventus deve sfruttare le fragilità francesi
Per la squadra di Spalletti, la partita rappresenta un'occasione per confermare il buon cammino europeo e, soprattutto, per dare una risposta dopo il 3-0 contro la Lazio. Il Rennes ha dimostrato di saper segnare, ma anche di concedere molto: serviranno velocità nella circolazione, movimenti senza palla e maggiore incisività negli ultimi metri per trasformare le opportunità in occasioni concrete.
La Juventus dovrà evitare di cadere nello stesso errore visto in campionato, quando il possesso non si è tradotto in una reale capacità di mettere in difficoltà l'avversario. Contro una squadra che sa gestire il pallone e può attaccare gli spazi, sarà fondamentale mantenere equilibrio tra le due fasi e non lasciare campo alle ripartenze.
Il Rennes non arriva a Torino con numeri europei particolarmente spettacolari, ma neppure con un rendimento da sottovalutare. I quattro punti conquistati, la capacità di dominare alcune fasi delle partite e la produzione offensiva in campionato raccontano una squadra con qualità e limiti ben definiti.
Per la Juventus, l'obiettivo sarà sfruttare le seconde senza concedere troppo spazio alle prime. Una vittoria porterebbe i bianconeri a nove punti dopo tre giornate e permetterebbe di consolidare il primato europeo. Ma, dopo la delusione contro la Lazio, servirà soprattutto una prestazione capace di restituire fiducia e dimostrare che il percorso europeo può continuare a rappresentare un punto di ripartenza.
Champions League, Italia fa 4 su 4: l’Inter vince in dieci e completa il poker
Da quattro sconfitte a quattro vittorie: cambia tutto per il calcio italiano in Champions League. Dopo i successi di Roma e Napoli nella giornata di ieri e il clamoroso 4-1 del Como contro il Manchester United nel pomeriggio, anche l’Inter conquista i tre punti battendo 1-0 lo Shakhtar Donetsk a San Siro.
I nerazzurri riescono a portare a casa la vittoria nonostante l’espulsione di Alessandro Bastoni al 68’, punito con il secondo cartellino giallo. In inferiorità numerica, la squadra di Chivu trova il gol decisivo al 77’ con Carlos Augusto, su assist di Mkhitaryan, e difende il vantaggio fino al fischio finale.
Per l’Inter arrivano così i primi tre punti di questa Champions League, in una serata che completa il poker delle italiane. Dopo il disastro della seconda giornata, con quattro sconfitte, l’Italia risponde con quattro vittorie su quattro: un’inversione di tendenza importante per il calcio italiano in Europa.
Domani Juve e Milan in Europa League e Atalanta in Conference proveranno a fare lo stesso.
21 ottobre 2008, Juventus-Real Madrid 2-1: Del Piero guida la rinascita bianconera in Champions
Accadde oggi, 21 ottobre 2008. La Juventus torna a vivere una grande notte europea e lo fa contro uno degli avversari più prestigiosi del continente: il Real Madrid. Allo Stadio Olimpico di Torino, nella terza giornata della fase a gironi di Champions League, i bianconeri di Claudio Ranieri si impongono per 2-1 grazie alle reti di Alessandro Del Piero e Amauri. Una vittoria importante, dal valore che va oltre i tre punti: dopo l'inferno della Serie B, la Signora è tornata a confrontarsi con le grandi d'Europa.
Il ritorno in Champions dopo la Serie B
Per comprendere il significato di quella serata bisogna tornare all'estate del 2006. Lo scandalo Calciopoli aveva trascinato la Juventus in Serie B, costringendola a ripartire dalla seconda divisione e a salutare temporaneamente il palcoscenico europeo. Una ferita profonda per una società abituata a competere ai massimi livelli, ma anche l'occasione per dimostrare il proprio attaccamento alla maglia da parte di campioni come Del Piero, Buffon, Nedved e Trezeguet, rimasti a Torino nonostante la retrocessione.
La risalita fu immediata: la Juventus conquistò il campionato cadetto nel 2006-2007 e, nella stagione successiva, chiuse il ritorno in Serie A al terzo posto, guadagnandosi l'accesso alla Champions League. Nell'autunno del 2008, dunque, la sfida contro il Real Madrid rappresentava una tappa simbolica del percorso di rinascita bianconero. La Juventus era di nuovo lì, sul palcoscenico che sentiva suo.
Del Piero apre la notte magica
La partita si mette subito sui binari giusti. Dopo appena cinque minuti, è il capitano Alessandro Del Piero a sbloccare il risultato con una splendida conclusione dalla distanza, facendo esplodere lo stadio. Un gol da fuoriclasse, il modo migliore per accendere una serata che il numero 10 vuole vivere da protagonista.
Il Real Madrid, campione di Spagna e pieno di talento, è costretto a inseguire. La Juventus gioca con personalità, tiene testa ai Blancos e trova il raddoppio all'inizio della ripresa: al 49', Amauri sfrutta il cross di Pavel Nedved e firma il 2-0 di testa. Per i bianconeri è il momento di assaporare un successo che sembra ormai a portata di mano.
La squadra spagnola, però, non si arrende. Al 66' Ruud van Nistelrooy accorcia le distanze con un colpo di testa e riapre la partita. Il finale diventa più complicato, con la Juventus chiamata a difendere il vantaggio dagli assalti degli ospiti. I bianconeri resistono e al triplice fischio possono festeggiare una vittoria pesantissima: Juventus-Real Madrid 2-1.
Due settimane dopo, il capolavoro al Bernabéu
Quella vittoria non rimase un episodio isolato. Il calendario mise nuovamente di fronte le due squadre il 5 novembre 2008, questa volta al Santiago Bernabéu. E fu ancora Del Piero a prendersi la scena: il capitano realizzò una straordinaria doppietta, con un gol per tempo, consegnando alla Juventus un memorabile 0-2 in casa del Real Madrid.
Una prestazione talmente prestigiosa da strappare ad Alex anche gli applausi del pubblico madrileno al momento della sostituzione. Con quel successo, la Juventus mise al sicuro la qualificazione agli ottavi di finale con due giornate d'anticipo. La vittoria di Torino era stata il primo atto; quella di Madrid trasformò il confronto in una delle pagine europee più belle di quella stagione.
La Juventus era tornata
Il 21 ottobre 2008 racconta quindi una Juventus che cercava di ritrovare il proprio posto tra le grandi, dopo una delle pagine più difficili della sua storia. Il gol di Del Piero, la rete di Amauri e la resistenza finale contro il Real Madrid furono molto più di una semplice vittoria nel girone: rappresentarono la conferma che il percorso di ricostruzione stava dando i suoi frutti.
La Champions League non avrebbe regalato alla squadra di Ranieri il trionfo finale, ma quella doppia sfida con il Real rimane un ricordo speciale per i tifosi bianconeri. Dalla retrocessione in Serie B al successo contro i campioni di Spagna, passando per il ritorno in Europa: la Juventus era caduta, si era rialzata e stava tornando a far paura anche fuori dall'Italia. E al centro di quella rinascita c'era ancora lui, Alessandro Del Piero, il capitano che non aveva mai abbandonato la Signora.
Juventus, il fantasma di Conte: ma è davvero l'uomo giusto per risolvere la crisi?
Ogni volta che la Juventus entra in crisi, il copione sembra ripetersi. I risultati non arrivano, la squadra fatica a trovare una propria identità, i tifosi perdono la pazienza e sui social torna a circolare un nome capace di accendere immediatamente la discussione: Antonio Conte.
È successo anche dopo il pesante 0-3 contro la Lazio. Una parte della tifoseria bianconera vorrebbe rivedere sulla panchina juventina l'allenatore dei tre scudetti consecutivi, l'ex capitano, l'uomo che ha contribuito a riportare la Juventus al vertice dopo anni difficili. Un allenatore che ha dimostrato di saper trasmettere carattere, intensità e senso di appartenenza alle proprie squadre.
Le ragioni per desiderarne il ritorno non mancano. Ma tra riconoscere i meriti di Conte e considerarlo automaticamente l'uomo giusto per risollevare questa Juventus c'è una differenza importante. Perché la domanda non è soltanto se il tecnico salentino sia un grande allenatore. La domanda è se, con questa rosa e in questo momento della stagione, il suo arrivo sarebbe davvero sufficiente a cambiare le cose.
Conte e il mito dell'uomo della provvidenza
Il ricordo della prima esperienza juventina pesa inevitabilmente. Nell'estate del 2011 Conte trovò una squadra reduce da due settimi posti consecutivi e riuscì a trasformarla in una formazione capace di vincere subito lo scudetto. Il suo calcio era riconoscibile: aggressività, intensità, organizzazione, partecipazione collettiva e una mentalità che non ammetteva cali di tensione.
Quella Juventus, però, non nacque da una semplice sostituzione in panchina a campionato iniziato. Conte arrivò prima della preparazione estiva, ebbe tempo per lavorare sul gruppo e contribuì a costruire un progetto che avrebbe dominato il campionato per tre stagioni consecutive. È un dettaglio fondamentale, perché il contesto di un allenatore che prepara una squadra dall'estate è molto diverso da quello di chi deve intervenire in corsa, con una stagione già avviata e problemi da risolvere in tempi stretti.
Oggi la tentazione di affidarsi a un nome conosciuto e vincente è comprensibile. Ma il rischio è pensare che basti riportare Conte a Torino per ritrovare automaticamente la Juventus di allora. Il calcio è cambiato, la rosa è diversa e soprattutto sono cambiati i problemi che la squadra deve affrontare.
Quando è subentrato, Conte ha sempre cambiato le cose?
La carriera dell'allenatore offre precedenti che meritano di essere analizzati senza pregiudizi. Non è vero che Conte abbia fallito ogni volta che è arrivato a stagione in corso. Ma non è vero neppure che il suo impatto sia sempre stato immediatamente risolutivo.
All'Arezzo, nel 2007, tornò in panchina a marzo dopo essere stato esonerato nella prima parte della stagione. La squadra migliorò e riuscì a lottare per la salvezza fino all'ultima giornata, ma la retrocessione non fu evitata. Un'esperienza nella quale si videro segnali di reazione, senza che il lavoro fosse sufficiente a raggiungere l'obiettivo finale.
Ancora più complicata fu l'esperienza all'Atalanta, dove Conte arrivò nel settembre 2009. I risultati non decollarono e il tecnico si dimise nel gennaio successivo, dopo una serie di prestazioni negative. È il precedente che dimostra come neppure un allenatore dalla personalità forte possa garantire una svolta quando il contesto e i risultati non si allineano alle sue aspettative.
Il caso del Bari, invece, racconta una storia differente. Conte arrivò nel dicembre 2007 e contribuì a migliorare il rendimento della squadra nella seconda parte del campionato. Nella stagione successiva costruì un gruppo capace di vincere la Serie B e conquistare la promozione. Anche al Tottenham, subentrato nel novembre 2021, riuscì a centrare il quarto posto e la qualificazione alla Champions League.
Il bilancio, quindi, non permette di sostenere che Conte non sappia intervenire in corsa. Dimostra piuttosto che il suo impatto dipende dal contesto, dalla risposta dei giocatori e dalla possibilità di trasferire rapidamente le proprie idee. Il suo nome non rappresenta una garanzia automatica: è un valore potenziale che deve trovare le condizioni giuste per esprimersi.
Questa Juventus sarebbe pronta a reggere Conte?
È qui che il discorso diventa particolarmente interessante. Conte è un allenatore esigente, che pretende intensità negli allenamenti, applicazione tattica, disponibilità al sacrificio e partecipazione costante nelle due fasi. Le sue squadre devono essere aggressive, fisicamente preparate e capaci di mantenere un livello elevato di concentrazione. Chi non si adegua rischia di perdere spazio.
La Juventus attuale è pronta a sostenere queste richieste? È una domanda alla quale non si può rispondere con certezza, ma che merita di essere posta. La squadra ha mostrato difficoltà nel mantenere l'equilibrio, nel reagire alle situazioni negative e nel trovare continuità. Alcuni giocatori sembrano faticare a esprimersi al meglio e, dopo la sconfitta contro la Lazio, sono emerse anche discussioni sulla personalità del gruppo.
Non basta, però, invocare un allenatore capace di alzare la voce o di pretendere di più. La personalità non si trasferisce automaticamente da una panchina a uno spogliatoio. Conte può chiedere intensità, sacrificio e coraggio, ma deve trovare giocatori disposti e capaci di rispondere a quelle richieste. E se una parte della rosa non fosse adatta al suo calcio, il problema non scomparirebbe con il cambio di allenatore.
La questione riguarda anche la costruzione della squadra. Il calcio di Conte richiede interpreti funzionali alle sue idee, non soltanto giocatori di qualità. Servono caratteristiche fisiche e tattiche precise, disponibilità a ricoprire determinati ruoli e capacità di seguire movimenti collettivi molto codificati. Una rosa costruita per un altro sistema potrebbe aver bisogno di interventi significativi per esprimersi al meglio.
Le parole di Bremer e il problema della personalità
Le dichiarazioni di Bremer dopo il 3-0 contro la Lazio hanno aggiunto un altro elemento alla riflessione. Il difensore ha parlato di compagni che, in determinate situazioni, sembrano nascondersi quando arrivano i fischi e ha sottolineato le differenze rispetto alla Juventus di qualche anno fa. Parole che hanno alimentato il dibattito sul carattere della squadra e sulla necessità di ritrovare una maggiore compattezza.
È comprensibile che, in un momento simile, molti tifosi pensino a Conte. Il suo temperamento e la sua storia bianconera sembrano rappresentare la risposta ideale a una squadra accusata di avere perso personalità. Ma anche questo ragionamento ha un limite: un allenatore può pretendere coraggio dai propri giocatori, non può sostituirsi a loro nelle scelte e nelle responsabilità durante una partita.
Lo stesso Bremer, peraltro, non può essere considerato al di sopra delle critiche. Anche lui deve analizzare le proprie prestazioni e riconoscere gli errori commessi, come quelli emersi nella partita contro la Lazio. Chiedere più carattere ai compagni è legittimo, ma l'autocritica deve riguardare tutti, compresi i giocatori più rappresentativi. La personalità di un gruppo si misura anche dalla capacità di assumersi le proprie responsabilità, non soltanto di denunciare le mancanze altrui.
Ed è proprio questo il punto: Conte potrebbe contribuire a ricostruire una mentalità più forte, ma non potrebbe farlo da solo. Servirebbero una risposta concreta dello spogliatoio, la disponibilità dei singoli a mettersi in discussione e una società pronta a sostenere l'allenatore anche quando le sue richieste diventassero scomode.
Forse la soluzione migliore sarebbe ripartire dall'estate
Se la Juventus decidesse davvero di puntare su Conte, una valutazione a stagione conclusa potrebbe offrire condizioni più favorevoli. Non perché un subentro sia necessariamente destinato a fallire, ma perché il tecnico avrebbe la possibilità di analizzare la rosa, individuare i giocatori funzionali al proprio sistema e concordare con la dirigenza gli interventi necessari.
Un'estate di lavoro permetterebbe di preparare la squadra sul piano atletico, costruire automatismi e chiarire fin dall'inizio ruoli e gerarchie. Consentirebbe inoltre alla società di affrontare con lucidità le eventuali cessioni e gli acquisti, evitando di affidarsi alla speranza che un allenatore possa correggere ogni problema senza modificare la struttura del gruppo.
Naturalmente, non è detto che aspettare sia sempre la scelta migliore. Se i risultati precipitassero e la squadra perdesse completamente fiducia, la società potrebbe ritenere necessario intervenire subito. Ma un eventuale cambio in corsa dovrebbe essere accompagnato da una valutazione realistica: quale obiettivo si vuole raggiungere, quanto tempo rimane e quali strumenti avrebbe il nuovo allenatore per incidere?
Conte può essere la risposta, ma non può essere l'unica risposta
Il ritorno di Antonio Conte avrebbe un significato forte per la tifoseria juventina. Riporterebbe a Torino un allenatore legato alla storia del club, capace di vincere e di trasmettere una mentalità riconoscibile. Sarebbe una scelta comprensibile, soprattutto in una fase in cui la squadra sembra avere bisogno di ritrovare identità, aggressività e fiducia.
Ma proprio perché Conte è un allenatore esigente, il suo eventuale arrivo dovrebbe essere accompagnato da una strategia chiara. Non basterebbe consegnargli una squadra in difficoltà e aspettarsi che, grazie al carattere e alla personalità, riesca a trasformarla nel giro di poche settimane. Servirebbero giocatori pronti a seguirlo, una rosa adatta alle sue idee e una società disposta a condividere il progetto.
La Juventus ha bisogno di ritrovare il proprio equilibrio, ma anche di capire perché una squadra con giocatori di qualità fatichi a reagire alle difficoltà e a mantenere un'identità riconoscibile. Conte potrebbe essere parte della soluzione. Non è possibile sapere in anticipo se sarebbe l'uomo giusto per questo gruppo, né se riuscirebbe a risolvere tutti i problemi attuali.
La vera domanda, allora, non è se Conte sia abbastanza juventino o se abbia già dimostrato di saper vincere. È se questa Juventus sia pronta per Conte e se la società sia pronta a costruire una squadra davvero adatta al suo calcio. Perché il rischio più grande sarebbe trasformare il suo ritorno in una promessa di rinascita, per poi scoprire che un allenatore, anche uno del suo livello, non può risolvere da solo problemi che coinvolgono l'intero club.
Como da sogno. Gli uomini di Fabregas schiantano il Manchester United per 4-1
Il Sinigaglia si conferma fattore assoluto per il Como in questa avventura in Champions League. Dopo il 4-1 dell'esordio contro il Lipsia eccone un altro, stavolta contro il Manchester United. È vero, gli inglesi stanno colando sempre più a picco, ma la prestazione degli uomini di Fabregas rimane lodevole nonostante la pochezza attitudinale dell'avversario.
Grande protagonista della sfida è stato Nico Paz, autore del primo (2') e del terzo gol (57'). Gli altri marcatori biancazzurri sono stati invece Douvikas (49') e Ramon (79'). Per Carrick la rete della bandiera è arrivata grazie A Zirkzee, ma solo al 90'+1'. Il Como sale così a sei punti, mentre i Red Devils restano a tre.
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