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PodcastJuve-Spalletti matrimonio mai decollato: Conte bis diventa più di un'ipotesi
Le principali agenzie di scommesse italiane pagano il divorzio tra la Juve e Spalletti 2,40 la posta: tradotto addio molto concreto, in pole per sostituire Lucio resta Conte. Da tempo ombra dalle parti della Continassa, con il passare del tempo l'avventura bis del salentino potrebbe materializzarsi se continuerà questo trend. La scorsa settimana sembrava vicino al Manchester United, invece non si è fatto nulla. E se fosse stato allertato dai dirigenti bianconeri? Chissà. La Juve al momento non ha dato la sensazione di voler mandare via il tecnico di Certaldo, ma siamo sufficientemente “vecchi” per conoscere certe dinamiche. Spalletti è in confusione, si vede in alcune scelte, nel modo di giocare della squadra e dalle dichiarazioni post Lazio. Emblematiche, come il botta e risposta con Bremer.
Contro la squadra di Gattuso, la Juve ha avuto un'involuzione rispetto ad altre gare della stagione, comunque non eccelse. Questa volta non solo è mancata la reazione, ma al primo schiaffo, ma ne ha presi altri due. Senza avere la forza di opporsi. Elemento che impressiona più del risultato stesso. Aria dal sapore di resa da parte di Spalletti: “Juve senza idee, corsa, disponibilità, non esistono tattiche se non ci metti il cuore. Non so se la squadra ora mi segua”. In queste parole è racchiuso il momento bianconero. Tranne qualche sprazzo nella passata stagione (chiusa peraltro senza la qualificazione in Champions League), l'impressione non sia mai scattata la scintilla tra Spalletti e la Vecchia Signora. O meglio, il tecnico non è riuscito ad incidere. Ora serve una scossa, l'ex ct non pare in grado di darla. Ci sarebbe un allenatore esperto in questo campo. E' libero e si chiama Antonio Conte. Gli ex compagni di squadra lo sponsorizzano, molti tifosi lo sognano, forse è anche la convinzione di chi fino ieri era contrario. Lui aspetta una chiamata, ormai da tempo.
Non è una sconfitta, è il manifesto della Juve di oggi. O si cambia o si muore!
Ci sono sconfitte che si archiviano. Si guarda la classifica, si accusa il colpo, si pensa alla prossima. Quella con la Lazio no. Quella non si archivia, perché non è un incidente: è il ritratto fedele della Juventus di oggi. Passiva, disordinata, allo sbando.
Il problema non è il risultato. Il problema è come ci si arriva. Una squadra senza una “faccia”, senza un’identità riconoscibile, che non sa cosa fare quando ha il pallone e ancora meno quando non ce l’ha. Una squadra che aspetta che succeda qualcosa invece di farlo succedere. Una squadra che di juventino non ha nulla: né la ferocia, né la cattiveria agonistica, né quella fame che per decenni è stata il marchio di fabbrica di questa maglia. Si può perdere, certo. Ma la Juve non può perdere così, sembrando una comparsa nella partita degli altri.
E Spalletti? Spalletti rincorre fantasmi. Cambia, ritocca, cerca la soluzione, e intanto la squadra non ha un’architettura. Un allenatore serve a questo: a dare ordine, a togliere dubbi, a far capire a ogni giocatore dove deve stare e cosa deve fare. Oggi succede l’opposto. I dubbi aumentano, i reparti si scollano, e ogni partita sembra un esperimento finito male. Gli va riconosciuto il mestiere e il curriculum, ma i curriculum non fanno punti. Quando un’idea non passa più alla squadra, e questo si vede in campo con una chiarezza imbarazzante, il passo di lato non è una resa: è un atto di responsabilità.
Poi c’è il resto, che forse è la parte più grave. Quando nel gruppo c’è chi, come Bremer, sente il bisogno di attaccare i propri compagni, vuol dire che lo spogliatoio ha smesso di funzionare come un blocco. Si può avere ragione sul merito e torto sul modo: i panni sporchi si lavano dentro, e soprattutto lo si fa quando si è parte della soluzione, non del rumore. Una squadra che si divide sotto il peso di una sconfitta è una squadra che ha già smesso di lottare insieme.E la società? Il silenzio. Il solito silenzio che a Torino chiamano stile e che oggi somiglia tanto a un vuoto. Un silenzio che lascia il campo libero alle dichiarazioni del post partita, spesso peggiori della sconfitta stessa: parole che non spiegano, non guidano, non rassicurano. Quando chi dovrebbe dare la linea non la dà, la linea la fanno gli altri. E non è mai quella giusta.Adesso la dirigenza deve scegliere, e in fretta. Può accompagnare questa stagione verso una lenta agonia, tra alibi, rinvii e “serve tempo”. Oppure può ammettere che la barca fa acqua da ogni parte e provare davvero a tirarla su. Non si fa con i comunicati. Si fa con una decisione.
Dispiace dirlo, perché le soluzioni facili non esistono. Ma oggi serve uno shock. Uno scossone vero, che svegli squadra, ambiente e società. E quello shock ha un nome e un cognome: Antonio Conte.Non perché sia un santo, né perché sia una formula magica. Ma perché la Juve di oggi ha bisogno esattamente di ciò che lui incarna: ordine, fame, intensità, una squadra che sa cosa vuole e che non si presenta in campo a fare da spettatrice. Il resto sono sfumature. Qui o si cambia, o si muore piano.
19 ottobre 2024, Juventus-Lazio 1-0: due anni fa la vittoria che sembrava scacciare la crisi
Accadde oggi, 19 ottobre. Due anni fa la Juventus affrontava la Lazio all'Allianz Stadium in una partita che, col senno di poi, racconta molto più di quanto possa sembrare dal risultato. I bianconeri di Thiago Motta vinsero per 1-0 grazie a un'autorete nel finale, tornando al successo dopo tre pareggi consecutivi in campionato. Una vittoria sofferta, arrivata in una serata in cui i segnali di difficoltà erano già evidenti.
La Juve di Motta e i primi campanelli d'allarme
La stagione 2024-2025 era cominciata con grandi aspettative. Dopo l'arrivo di Motta, reduce dall'ottimo lavoro svolto a Bologna, ci si aspettava una Juventus capace di proporre un calcio moderno e ambizioso. Le prime giornate, però, avevano già mostrato una squadra discontinua, spesso incapace di trasformare il possesso palla in occasioni concrete.
Alla vigilia della sfida con la Lazio, la Juventus aveva raccolto 13 punti nelle prime sette giornate, frutto di tre vittorie e quattro pareggi. Due in più rispetto agli 11 conquistati dalla squadra bianconera dopo le prime sette giornate di questo campionato. La classifica, dunque, non era ancora allarmante, ma il gioco e i risultati cominciavano a sollevare interrogativi.
La Lazio resta in dieci, ma la Juventus fatica
La partita del 19 ottobre 2024 si mette subito su binari favorevoli alla squadra di Motta quando, al 24', Alessio Romagnoli viene espulso per aver fermato fallosamente Kalulu lanciato verso la porta. La Juventus si ritrova così a giocare per oltre un'ora in superiorità numerica, ma non riesce a trovare con facilità gli spazi per scardinare la difesa biancoceleste.
La manovra bianconera è lenta e poco incisiva. Vlahovic colpisce una traversa, Douglas Luiz spreca una buona opportunità e la Lazio, pur con un uomo in meno, riesce a resistere. La sensazione è quella di una squadra che controlla la partita senza riuscire davvero a dominarla.
Quando il pareggio sembra ormai inevitabile, arriva l'episodio decisivo. All'85', il cross di Juan Cabal dalla sinistra viene deviato nella propria porta da Mario Gila. L'Allianz Stadium può finalmente esultare: la Juventus vince 1-0 e raggiunge momentaneamente il Napoli in testa alla classifica, salendo a 16 punti.
Una vittoria che non cancellò i dubbi
Quel successo sembrò poter rappresentare una svolta, ma non bastò a risolvere i problemi della squadra. Dietro i tre punti c'erano ancora difficoltà nella costruzione del gioco, poca concretezza e una Juventus che faticava a imporsi anche quando le condizioni della partita erano favorevoli. La vittoria sulla Lazio aveva dato ossigeno a Motta, senza però eliminare i dubbi che si stavano accumulando intorno al suo progetto.
I mesi successivi avrebbero confermato quelle preoccupazioni. Il rendimento della squadra sarebbe peggiorato, fino alla pesante sconfitta per 3-0 contro la Fiorentina del marzo 2025, che portò all'esonero di Thiago Motta. Quella sera di ottobre, naturalmente, nessuno poteva sapere come sarebbe finita, ma alcuni campanelli d'allarme erano già presenti.
Due anni dopo, la storia sembra ripetersi
Il parallelo con il presente viene quasi spontaneo. Il 18 ottobre 2026, proprio alla vigilia dell'anniversario di quella partita, la Juventus è stata travolta dalla Lazio per 0-3 allo Stadium. Una sconfitta pesante, accompagnata dalla delusione dei tifosi e da interrogativi sul momento della squadra. Anche oggi la classifica e le prestazioni alimentano dubbi, in un contesto che ricorda per certi aspetti quello vissuto durante la gestione Motta.
Le situazioni non sono identiche e sarebbe prematuro considerare già scritto il finale. Ciò che colpisce, però, è la somiglianza del momento: una Juventus chiamata a reagire, una squadra che deve ritrovare certezze e un ambiente che comincia a interrogarsi sul futuro. Nel 2024, dopo una partita tutt'altro che brillante, arrivò comunque una vittoria capace di regalare un po' di respiro.
Oggi, invece, il confronto con quella serata lascia una domanda inevitabile: la Juventus riuscirà a trasformare questa crisi in un punto di ripartenza, oppure i segnali di difficoltà finiranno per diventare qualcosa di più profondo? Due anni fa la Lazio uscì dallo Stadium sconfitta e Motta guadagnò tempo. Stavolta il risultato è stato opposto. E la speranza dei tifosi bianconeri è che la storia non debba necessariamente ripetere anche tutto ciò che venne dopo.
Juventus, il giorno dopo il disastro: accuse, tensioni e quel dubbio sugli allenamenti dopo Vigo
A ventiquattr'ore dal disastro contro la Lazio, in casa Juventus non c'è soltanto da fare i conti con uno 0-3 difficile da digerire. Le dichiarazioni del post-partita hanno aperto una frattura pubblica, portando alla luce interrogativi che accompagnano da tempo la squadra: la mancanza di personalità, le responsabilità dei singoli e la capacità di reagire nei momenti difficili. Prima Guglielmo Vicario davanti ai microfoni di DAZN, poi Gleison Bremer a Sky Sport con parole molto più dure. Infine, la risposta di Luciano Spalletti, che non ha nascosto il proprio disaccordo con il difensore. Il risultato è un quadro preoccupante, nel quale la crisi di gioco rischia di trasformarsi anche in un problema di rapporti e leadership.
Vicario ci mette la faccia, poi Bremer alza il livello dello scontro
Il primo a presentarsi davanti alle telecamere dopo la sconfitta è stato Guglielmo Vicario. Il portiere bianconero, che aveva già parlato pubblicamente dopo la precedente battuta d'arresto contro il Sassuolo, ha ribadito la necessità di assumersi le responsabilità senza cercare alibi. Ha definito la prestazione al di sotto del livello richiesto dalla Juventus, sottolineando che il calendario è impegnativo per tutti e che la squadra deve trovare una strada per tornare competitiva.
Un messaggio di responsabilità collettiva, senza puntare il dito contro nessuno. Poco dopo, però, è arrivato l'intervento di Gleison Bremer, capitano in assenza di Manuel Locatelli, e il tono è cambiato sensibilmente.
«Io non posso prendere in braccio tutti», ha dichiarato il difensore brasiliano a Sky Sport. Bremer ha spiegato che l'allenatore può dare indicazioni, ma alla fine sono i giocatori a scendere in campo. Poi il passaggio più pesante: c'è chi ha più carattere e chi meno, chi davanti ai fischi si nasconde perché ha paura e chi, invece, prova a reagire. Interpellato sulla mancanza di personalità di alcuni compagni, ha confermato il concetto, pur precisando di non voler indicare singoli giocatori.
Parole che vanno oltre la semplice delusione per una sconfitta. Il capitano ha descritto pubblicamente un gruppo nel quale, nei momenti difficili, non tutti reagirebbero allo stesso modo. E ha aggiunto che questa Juventus è diversa da quella di qualche anno fa, chiamata a convivere con tanti nuovi giocatori e con equilibri ancora da costruire.
Bremer denuncia la mancanza di carattere, ma la prestazione lo riguarda
Il tema della personalità è centrale e non nasce certo dopo una sola partita. La Juventus ha mostrato più volte difficoltà nel reagire agli episodi negativi, perdendo sicurezza quando il risultato si mette male. In questo senso, le parole di Bremer hanno il merito di portare apertamente il problema all'attenzione di tutti.
Ma c'è una questione che non può essere ignorata: chi denuncia la mancanza di carattere dei compagni deve essere disposto a mettere in discussione anche sé stesso. Contro la Lazio, Bremer non è stato esente da responsabilità. Sul primo gol, Provstgaard è riuscito ad anticiparlo sul colpo di testa; nell'azione del terzo, Dele-Bashiru lo ha superato prima di battere Vicario.
Questo non significa che le sue dichiarazioni siano automaticamente sbagliate. Significa, però, che il discorso sulla leadership deve partire anche dall'autocritica. Un capitano può chiedere una reazione ai compagni, ma deve anche riconoscere il proprio contributo a una prestazione collettiva disastrosa. Altrimenti il rischio è che un messaggio potenzialmente utile si trasformi in uno scaricabarile, proprio mentre la squadra avrebbe bisogno di compattezza.
La risposta di Spalletti: «Prima bisogna parlare di noi stessi»
Luciano Spalletti non ha lasciato cadere le parole del difensore. Intervenendo a Sky Sport, ha richiamato Bremer alle proprie responsabilità, ricordandogli che anche lui fa parte della prestazione contro la Lazio e che, prima di parlare della squadra, ognuno deve analizzare sé stesso.
Il concetto espresso dal tecnico è stato chiaro: «Bremer non è escluso da quella che è la prestazione di stasera, ci è dentro come tutti». Spalletti ha aggiunto che anche lui deve interrogarsi sul proprio operato, farsi domande e trovare risposte, perché sarebbe troppo facile attribuire le colpe ad altri.
Non è una semplice puntualizzazione. È una risposta diretta al capitano, che aveva appena denunciato la fragilità caratteriale di alcuni compagni. Il tecnico non ha negato che nella squadra possano esserci problemi, ma ha contestato il modo di affrontarli pubblicamente, riportando il discorso sulle responsabilità individuali.
Il confronto diventa ancora più significativo se si considera il momento della Juventus. Dopo una sconfitta per 3-0 in casa, la squadra avrebbe bisogno di ritrovare fiducia e unità. Invece, nel giro di pochi minuti, sono emerse due letture differenti della crisi: da una parte chi individua nella personalità dei giocatori il problema principale, dall'altra chi chiede che ciascuno cominci dalla propria prestazione.
Il mancato allenamento dopo Vigo: una scelta da interrogare
Tra gli aspetti che meritano un approfondimento c'è anche la gestione dei giorni successivi alla partita europea contro il Celta Vigo. Spalletti ha spiegato a DAZN che la Juventus non ha svolto allenamenti dopo giovedì perché la squadra è rientrata alle 4:30 del mattino ed è stata lasciata recuperare. Il tecnico ha poi ammesso che contro la Lazio i bianconeri sono stati lenti sia nelle gambe sia nella testa.
La scelta di privilegiare il recupero fisico, dopo un rientro notturno, può avere una spiegazione legata alla gestione delle energie. Non ci sono però elementi sufficienti per affermare che Spalletti fosse contrario alla decisione o che abbia subito un'imposizione da parte dello staff medico. Il punto da approfondire è un altro: quanto lavoro era già stato svolto durante la settimana e quanto sarebbe stato possibile dedicare, nel giorno precedente alla partita, alla preparazione tattica dell'impegno contro la Lazio?
Non si trattava necessariamente di sottoporre i giocatori a un allenamento pesante. Una seduta mirata, anche breve, avrebbe potuto essere utile per ripassare le distanze tra i reparti, le situazioni sulle palle inattive e i meccanismi necessari per affrontare una squadra organizzata. Naturalmente non sappiamo se questi aspetti fossero già stati affrontati in precedenza, ma la prestazione dell'Allianz Stadium impone di interrogarsi anche sulla preparazione della gara.
Spalletti ha parlato di una Juventus inferiore alla Lazio, priva di idee su come indirizzare la partita e incapace di imporre il proprio gioco. La stanchezza può essere una componente della spiegazione, ma non basta da sola a chiarire tutte le difficoltà emerse. Ed è proprio qui che si apre un interrogativo legittimo sulla gestione complessiva della settimana, senza trasformare un dubbio in una certezza.
Una crisi che va oltre il campo
Il problema della Juventus, a questo punto, non riguarda soltanto il modulo o le scelte dei singoli. La sconfitta contro la Lazio ha mostrato una squadra incapace di reagire, ma il post-partita ha fatto emergere qualcosa di altrettanto delicato: la necessità di capire se all'interno del gruppo esista una leadership condivisa e se i giocatori siano pronti ad assumersi le responsabilità senza cercare colpevoli.
Vicario ha scelto la strada della responsabilità collettiva e dell'assenza di alibi. Bremer ha lanciato un'accusa molto più esplicita, parlando di compagni che si nascondono quando arrivano i fischi. Spalletti gli ha risposto chiedendo autocritica e ricordando che nessuno può considerarsi estraneo al disastro.
Tre posizioni che, pur partendo dalla stessa delusione, raccontano sfumature differenti di una situazione difficile. Non è possibile dedurre da queste dichiarazioni che lo spogliatoio sia definitivamente spaccato, ma è evidente che il confronto sulla personalità e sulle responsabilità è ormai diventato pubblico.
La Juventus è davanti a un bivio: basta parole, servono risposte
A ventiquattr'ore dalla sconfitta, gli stracci sono volati e il vaso di Pandora è stato aperto. Bremer ha messo in discussione il carattere di una parte della squadra, Spalletti ha richiamato il capitano alle proprie responsabilità e il tema della preparazione della partita è diventato un altro punto da chiarire.
Adesso, però, nessuna dichiarazione potrà sostituire una reazione sul campo. Il rischio è che il confronto pubblico si trasformi in una divisione tra chi accusa e chi si sente accusato, quando la Juventus avrebbe bisogno esattamente del contrario: riconoscere gli errori, affrontare i problemi senza nascondersi e ricostruire un'identità comune.
La vera domanda è se questa Juventus abbia ancora la capacità di reagire come un gruppo oppure se la crisi di risultati stia facendo emergere una fragilità più profonda. La sconfitta contro la Lazio ha acceso la miccia. Le parole di Bremer e la risposta di Spalletti hanno fatto il resto. Ora toccherà ai giocatori dimostrare che il confronto può servire a cambiare qualcosa, invece di diventare l'ennesimo episodio di una crisi che sembra sempre più difficile da contenere.
Guardalà: “Le parole di Spalletti? Qualcuno le può vedere come una resa”
Il giornalista di Skysport Giovanni Guardalà ha espresso le sue opinioni riguardo il momento della Juventus. Queste le sue parole, riportate da TuttoJuve:
"Di Spalletti possiamo dire tutto tranne che non sia un allenatore che lavora, meticoloso, che guarda ogni minimo dettaglio. Queste dichiarazioni sono particolarmente dure e si possono interpretare in due modi: o un modo per scuotere l'ambiente e l'amarezza per un dopopartita, o c'è chi lo vede quasi come un segnale di resa. Io non lo credo. Però se un allenatore dice "fino a ieri sapevo che mi seguivano, oggi non lo so", e l'ha detto con un tono particolare, quindi era anche per rispondere alla domanda quasi provocatoria, io credo che quando si fanno certe affermazioni evidentemente qualcosa c'è. E le parole di Bremer fanno anche pensare che il gruppo, in questo momento storico, non sia particolarmente coeso".
PodcastCausio a RBN: “Juventus, forse c’è qualcosa che non sappiamo. La Lazio sembrava il Real”
Il Barone Franco Causio è intervenuto a Fuori di Juve, trasmissione di Radio Bianconera. Questa la sua analisi sulle difficoltà attualidella Juventus:
"Il problema non è il fatto di fare paragoni tra la mia Juve o quella di Buffon, di Lippi e quella di adesso. Mancano i giocatori ora, che hanno carisma in campo. Una volta eravamo quasi in 11 in Nazionale, oggi manca quel blocco. Sono aumentati gli stranieri anche. Serve che entri la mentalità di qualcuno. Oggi però la Juve è questa. Credo che Spalletti ancora non abbia trovato la quadra. Lo scorso anno si è mancato l'obiettivo Champions e la musica non è cambiata. L'allenatore può darti delle dritte, ma in campo vanno i giocatori, e se non tirano fuori gli attributi, non vai avanti. La Lazio ieri sembrava il Real Madrid. Forse c'è qualcosa dentro che non sappiamo. Se continui così, non ci arrivi di nuovo all'obiettivo, ci sono squadre molto più organizzate della nostra. Perché non ha fatto giocare da subito Kolo Muani e Woltemade? Se giochi a una punta, devi avere due esterni che crossano, e noi non li abbiamo".
"Noi eravamo un gruppo coeso, capitanato da Boniperti. Ora gli auguro tutto il bene del mondo a Carnevali, ma manca un Boniperti alla Juve. Ferrero cosa deve fare? Sappiamo cosa fa, ci vuole altro. Carnevali spero faccia un ottimo lavoro come al Sassuolo, anche se la piazza è differente".
Ghilardi della Roma piace alla Juventus, ma su di lui c’è anche il Milan
Secondo quanto riferito da Matteo Moretto la Juventus potrebbe guardare in casa Roma per rinforzare la propria difesa. I bianconeri in particolare apprezzano il profilo di Daniele Ghilardi, classe 2003 che i giallorossi hanno prelevato dal Verona per circa 8 milioni di euro. Con Gasperini il ragazzo non sta trovando molto spazio e potrebbe dunque partire a fronte di un'offerta da circa 15 milioni.
La Juventus non ha chiaramente presentato alcuna offerta formale e dovrà quindi fare attenzione alla concorrenza. In particolare la competitor principale sarebbe presentata dal Milan, che a sua volta starebbe facendo registrare un crescente interesse per il 23enne.
Il 2008 Banjaqui sulla lista di Carnevali, ma il talento del Benfica è quasi irraggiungibile
Il Benfica è come sempre inesauribile fucina di talenti e anche quest'anno si sta dimostrando all'altezza. L'ultimo wonderboy è Daniel Banjaqui, terzino destro classe 2008 che sta cercando di mettersi sempre più in mostra in prima squadra. In Italia lo abbiamo conosciuto nella gara che le aquile hanno disputato a San Siro contro il Milan. Per il ragazzo si è trattato dell'esordio europeo in assoluto, destreggiandosi alla grande per tutti i 90 minuti.
Come scritto da TuttoJuve Banjaqui piace anche alla Juventus, ma il problema è rappresentato sia dalla valutazione del club (50 milioni), che dalla foltissima concorrenza, rappresentata da Inter, Roma, Atletico Madrid, Barcellona, Borussia Dortmund, Brighton, Lipsia, Manchester United, Newcastle, Real Sociedad e Tottenham.
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