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Non imbalsamate quel numero: ritirare le maglie è un furto al futuro.
Non imbalsamate quel numero: ritirare le maglie è un furto al futuro.
Nel principio era il cotone, o forse la lana pesante che nelle domeniche d’inverno s’imbeveva di pioggia e di fango fino a pesare quanto la coscienza di un peccatore. La maglia da gioco non era un marchio commerciale, né un pezzo di poliestere firmato da multinazionali dell’effimero. Era una seconda pelle, un’armatura vegetale scagliata contro il destino; su quella schiena, stampato con la vernice o cucito con un filo bianco che la pioggia allentava, c’era un numero. Un cifrario elementare, dall’uno all’undici, che distribuiva i ruoli nell'universo: il portiere era la solitudine dell’uno, il terzino la propulsione del tre, il centravanti la fame del nove, e il dieci… ah, il dieci era la poesia, la deroga alle leggi della fisica, il permesso speciale concesso da Dio per inventare il mondo ogni novanta minuti. Oggi assistiamo a una strana liturgia funeraria della modernità. Quando un dio del pallone decide di appendere gli scarpini al chiodo, o quando la morte — quella grande guastafeste che non rispetta neppure i fuorigioco — se lo porta via, i dirigenti in giacca e cravatta, colti da un’improvvisa vertigine di devozione, proclamano il grande editto: la maglia viene ritirata. Viene riposta in una teca di vetro, congelata sotto le luci alogene di un museo, sottratta per sempre alle mani rozze degli uomini. Viene appesa al soffitto dello stadio come il mantello di un santo in una cattedrale sconsacrata, accompagnata dalla solenne sentenza: “Nessuno sarà mai più degno di indossarla”. Ma è davvero questo l’amore? È davvero questa la massima forma di rispetto verso la maglia? O non è piuttosto l’estremo atto di codardia di un calcio che ha paura del proprio futuro, una forma di imbalsamazione laica che scambia la memoria con la mummificazione? Ritirare un numero significa trasformare un simbolo vivo in un reperto archeologico. Chi decide di congelare una maglia dopo la scomparsa o il ritiro di un campione compie un gesto apparentemente nobile, ma intrinsecamente tragico. È l'idea, squisitamente greca, della hybris e della conseguente pietrificazione: si teme che chiunque arrivi dopo commetta un sacrilegio, che un piede mortale sporchi il passaggio del semidio. Quando un giocatore muore, la tentazione di ritirare il suo numero diventa irresistibile. C’è nella morte una drammaturgia che esige il vuoto. Ci sembra che lasciare quella schiena incustodita sia un insulto alla memoria, una profanazione. Come se un ragazzo qualsiasi, con le gambe ancora storte dalla giovinezza e il cuore che batte a trecento al minuto, potesse presentarsi al pubblico con il numero di chi non c’è più e dire implicitamente: “Ora ci sono io”. Ci appare come un’usurpazione. Eppure, cosa facciamo davvero quando chiudiamo quel numero a chiave dentro un cassetto? Lo uccidiamo una seconda volta. Walter Benjamin, nelle sue riflessioni sull’opera d’arte, parlava della perdita dell’aura nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Ma nel calcio accade il contrario: togliendo la maglia dal campo per proteggerne l’aura, la priviamo della sua unica vera fonte di vita: il movimento, il contrasto, la traiettoria imprevedibile del pallone sul prato tosato. Una maglia sotto vetro non suda più. Non si strappa nell’area di rigore. Non conosce la gloria di un gol all’ultimo secondo, né l'umiltà di una sconfitta sotto la grandine. Diventa un'icona bizantina, bella e immobile, incapace di far sognare chi la guarda, perché non può più cadere e non può più rialzarsi. Se congeliamo il numero del mito, lo consegniamo a un’eternità statica, che somiglia spaventosamente all'oblio. La teca protegge la maglia dalla polvere, ma la isola dall’aria. E il calcio, come la vita, ha un disperato bisogno di respirare. C’è chi dice che ereditare il numero di un gigante sia una condanna. Si evoca il fantasma di Patroclo che indossa le armi di Achille: un’armatura troppo pesante, concepita per un eroe invincibile, che finisce per schiacciare chi la porta senza averne la statura. Quante volte abbiamo visto giovani promesse affondare sotto il peso di una maglia ritirata e poi riesumata, o ereditata da un predecessore leggendario? Il pubblico dagli spalti non perdona: ogni passaggio sbagliato diventa una colpa lesa maestà, ogni tiro fuori misura un insulto al fantasma che aleggia sul campo. Ma il calcio non è una scienza esatta, né un tribunale d'inquisizione; è un’arte tragica e comica insieme. Albert Camus, che prima di diventare uno dei più grandi pensatori del Novecento era stato un discreto portiere nelle giovanili del Racing Universitaire d’Alger, ci insegnò che il campo è un luogo di passaggio, un territorio provvisorio dove nessuno è padrone dell'eternità, ma tutti sono custodi temporanei di una speranza. Concedere a un nuovo calciatore di indossare il numero di un mito non significa pretendere che ne sia l'equivalente. Significa offrirgli il diritto di tentare, il privilegio di fallire e la possibilità di stupire. Se togliamo la maglia numero dieci perché l’ha indossata Pelé, Maradona, Sivori o Platini, stabiliamo un principio spaventoso: che il vertice della bellezza è già stato raggiunto nel passato e che al futuro non resta che la rassegnata contemplazione delle rovine. È la vittoria del pessimismo cosmico di Leopardi applicata al rettangolo di gioco. È dire a un bambino che nasce oggi: “Mi dispiace, sei arrivato troppo tardi. La poesia è finita, restano solo le note a margine”. Pensate a un bambino che corre su un campo di periferia, dove l’erba è solo un ricordo sbiadito e le porte sono due pietre piantate nella terra battuta. Quel bambino non sogna genericamente di giocare a pallone. Quel bambino sogna un numero. Vuole quel numero cucito sulle spalle perché ha visto in televisione, o ha sentito raccontare da suo padre, le gesta di chi lo rendeva magico. Il numero è un faro nella nebbia dell'infanzia, un catalizzatore di desideri. Quando una società di calcio decide di ritirare un numero "per sempre" – o ridicolmente per un tempo limitato… vedi la Fiorentina con la 10 di Antognoni -, compie un atto di espropriazione nei confronti del futuro. Ruba quel numero ai bambini che non sono ancora nati. Dice al figlio del nuovo millennio che non potrà mai indossare quella specifica maglia della squadra del suo cuore, perché un uomo venuto prima di lui è stato troppo grande per permettere a chiunque altro di sperare. Alla Juventus per fortuna non è ancora venuto in mente di fare un qualcosa di simile. Pensate soltanto per un istante se venisse ritirata la maglia numero 10 di Del Piero. Bene. Ma Alex ha potuto stratosfericamente onorare quella maglietta proprio perché ha avuto l’occasione di indossarla e farla rivivere in ogni istante, tenendo in campo con sé i Baggio, Platini, Brady, Capello, Haller, Del Sol, Sivori sino ad arrivare al Quinquennio d’Oro con Giovanni Ferrari! Se avessero deciso di ritirarla ad esempio dopo Platini, avremmo avuto un immenso Del Piero ugualmente, ma probabilmente con un anonimo ed insulso 16! La bellezza del calcio, la sua natura autenticamente romantica, risiede nella continuità della staffetta. Il calcio è un’opera d’arte collettiva che non si conclude mai, un romanzo a puntate scritto da piedi diversi nel corso dei secoli. Pasolini definiva il calcio “un sistema di segni, cioè un linguaggio”, dividendolo in "prosa" e "poesia". Ebbene, un numero di maglia è una parola di quel linguaggio. Ritirare un numero significa depennare un sostantivo dal vocabolario della squadra. Significa amputare la lingua, limitare le possibilità poetiche dei futuri narratori del gioco. Che cosa c'è di più bello, di più struggente, di più autenticamente romantico nel veder ricomparire quel numero sulla schiena di un ragazzo sconosciuto? Quando quel numero rientra in campo, l'aria dello stadio si riempie di un'elettricità antica. Il pubblico trattiene il respiro. Nessuno si aspetta la replica identica del miracolo — perché i miracoli non si ripetono mai nello stesso modo —, ma tutti sperano di intravedere, in una finta di corpo, in un controllo al volo, in una traiettoria a rientrare, un bagliore della luce di un tempo. È il miracolo della resurrezione profana. Nietzsche teorizzava l’eterno ritorno dell’uguale: l’idea che il tempo non sia una freccia diritta che si perde nel nulla, ma un circolo in cui ogni attimo, ogni gioia, ogni dolore ritorna infinitamente. Il campo da calcio è forse la rappresentazione più fedele e spettacolare di questo concetto. Ogni domenica la partita ricomincia da capo. Zero a zero, palla al centro, il fischio dell'arbitro che spezza il silenzio. Il tempo si azzera. Se la maglia resta in circolo, il mito non muore, ma partecipa all’eterno ritorno. Maradona non vive nella sagoma della sua maglia appesa a una parete del museo di Buenos Aires o di Napoli; Maradona vive ogni volta che un numero dieci tenta un dribbling impossibile nell'area avversaria, sfidando la gravità e il buon senso. Pelé non vive nelle celebrazioni ufficiali della FIFA, ma nella schiena ricoperta di sudore di chi indossa il suo numero e prova a rovesciare il mondo a testa in giù. Se un grande calciatore muore, il modo migliore per onorarlo non è il lutto perpetuo, ma il gioco continuo. Eduardo Galeano, che di questo sport ha raccontato la luce e l'ombra come nessun altro, scriveva che “la storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere”. Quando il calcio si trasforma in un dovere burocratico della memoria, quando diventa un mausoleo di ricordi intoccabili, perde la sua anima bambina. Galeano amava il calciatore che sapeva improvvisare, il "garabato", lo scarabocchio disegnato sul prato per il puro gusto di regalare felicità alla gente. E come si può regalare felicità se trasformiamo i numeri della nostra vita in reliquie d'altare? Ritirare la maglia è un atto di egoismo della nostra generazione. È il nostro modo per dire: “Noi abbiamo visto il massimo, e ciò che viene dopo non ci interessa”. È una forma di pigrizia emotiva. È molto più facile chiudere un numero in cassaforte che avere il coraggio di vederlo indossato da qualcun altro, accettando il rischio del paragone, la malinconia dell'imperfezione, o la sorpresa meravigliosa di un nuovo incanto. Non c’è altare più sacro per un calciatore che il prato verde su cui ha versato anima e caviglie. Un tempio non si onora chiudendone le porte e spegnendo le candele, ma lasciandolo aperto perché i fedeli continuino a entrarvi. Quando un grande campione lascia la scena, o quando compie il suo ultimo viaggio oltre la linea di fondo della vita, non consegnate la sua maglia agli archivisti. Non mettetela nelle mani dei curatori di mostre o degli specialisti della nostalgia. Consegnatela a un ragazzo. Cercate il più giovane, il più audace, o magari il più timido, e dategli quella maglia ancora calda di storia. Ditegli: “Vedi questa schiena? Su questo tessuto hanno camminato i giganti. Ha conosciuto le lacrime di un popolo e l’estasi di una città. Non ti chiediamo di essere lui. Ti chiediamo soltanto di correre, di sudare e di rispettare questo numero come se fosse la cosa più preziosa che possiedi. Vai in campo e fallo risplendere di nuovo”. Allora, e solo allora, la morte sarà sconfitta. Perché finché quel numero continuerà a correre sotto la pioggia, a saltare sopra i difensori, a impazzire di gioia nell’abbraccio della curva, il mito non sarà un ricordo sbiadito su una fotografia ingiallita, ma una presenza viva, carnale, pulsante. Il pallone rotolerà ancora, il numero brillerà sotto i riflettori, e in quel preciso istante — nell'eternità di un secondo prima che la palla tocchi la rete — il campione di ieri e il ragazzo di oggi saranno una cosa sola. E il calcio, meraviglioso e immortale, potrà continuare a salvare il mondo. Roberto De Frede
Pazza idea Bologna: Koopmeiners nell'affare Lucumi
Pazza idea Bologna: Koopmeiners nell'affare Lucumi
Tra Bologna e Juventus sta prendendo forma una suggestione di mercato che intreccia il futuro di Jhon Lucumí e Teun Koopmeiners. Per sbloccare lo stallo sulla valutazione del centrale colombiano, per il quale la Juve offre 20 milioni contro i 25 richiesti, il club emiliano ha proposto una soluzione articolata: abbassare le pretese a 23 milioni a patto di ottenere in prestito il centrocampista olandese, chiedendo ai bianconeri di coprire la metà del suo ingaggio da 4,5 milioni netti. Un'operazione ideata da Giovanni Sartori che ricalca la struttura già vista nell'affare Castro-Dovbyk con la Roma. Se da un lato il Bologna scommette sul rilancio di Koopmeiners puntando sul feeling con Sartori, che già lo portò all'Atalanta, la Juventus frena.  Dopo l'investimento da oltre 60 milioni sostenuto due anni fa, la priorità della dirigenza torinese resta la cessione a titolo definitivo attorno ai 35 milioni, con lo sguardo rivolto al mercato di Premier League per evitare minusvalenze. Resta ora da capire se la proposta si trasformerà in una trattativa concreta o se rimarrà soltanto un'idea di fine estate, legata anche al gradimento finale dello stesso calciatore.
Accadde oggi – 8 agosto 2015: Mandzukic e Dybala, un debutto da campioni con la Juventus
Accadde oggi – 8 agosto 2015: Mandzukic e Dybala, un debutto da campioni con la Juventus
L'8 agosto 2015, a Shanghai, la Juventus conquistava la settima Supercoppa Italiana, superando la Lazio per 2-0. Una vittoria importante, ma che oggi assume un significato ancora più particolare per un motivo preciso: quella partita rappresentò la prima gara ufficiale in maglia bianconera di Mario Mandzukic e Paulo Dybala. E non fu un semplice debutto. Furono proprio i due nuovi acquisti a decidere la partita, mettendo immediatamente la loro firma sul primo trofeo della stagione. Al 69' Mandzukic sbloccò il risultato con il suo marchio di fabbrica: un imperioso colpo di testa su cross di Stefano Sturaro. Quattro minuti più tardi arrivò anche la prima rete juventina di Dybala, con un preciso sinistro che chiuse definitivamente la contesa. Una coincidenza che, col senno di poi, assume un valore enorme. Quel giorno, infatti, iniziava ufficialmente l'avventura juventina di due attaccanti che avrebbero lasciato un segno profondo nella storia recente del club. Dybala sarebbe diventato uno dei volti simbolo della Juventus degli anni successivi, mentre Mandzukic sarebbe entrato nel cuore dei tifosi per la sua forza, la sua generosità e la capacità di sacrificarsi per la squadra. Quella Supercoppa fu soltanto l'inizio. Nella stagione 2015/16 i due contribuirono insieme alla straordinaria annata della Juventus, culminata con la conquista dello Scudetto e della Coppa Italia. E così, riguardando oggi quella fotografia di Shanghai, viene quasi naturale pensare a quanto fosse difficile immaginare, in quel momento, tutto ciò che sarebbe venuto dopo. Due nuovi acquisti. Due gol. Un trofeo. Mandzukic e Dybala si presentarono così alla Juventus. E non avrebbero potuto farlo in modo migliore.
L'esordio dei nuovi in Juventus-Inter: Alajbegovic e Kolo Muani
L'esordio dei nuovi in Juventus-Inter: Alajbegovic e Kolo Muani
Il Derby d'Italia giocato a Perth si è chiuso con un successo di misura per 2-1 a favore dell'Inter, ma, come spesso accade nel calcio d'agosto, l'interesse principale risiedeva nelle risposte del campo piuttosto che sul tabellino. La sfida in terra australiana è servita a Luciano Spalletti soprattutto per testare per la prima volta i nuovi volti approdati nel mercato estivo: il giovane talento bosniaco Kerim Alajbegovic e Randal Kolo Muani, al suo ritorno in maglia bianconera dopo la parentesi della stagione 2024/25. Entrambi sono subentrati all'inizio del secondo tempo e hanno fornito indicazioni incoraggianti in un contesto di squadra ancora lontano dalla miglior condizione. L'ingresso di Alajbegovic al posto di uno spento Yildiz ha subito portato vivacità e qualità alla manovra offensiva. Il talento arrivato dal Salisburgo si è messo in luce con giocate personali e strappi palla al piede, ma l'aspetto più interessante è arrivato sul piano tattico: posizionato inizialmente largo a sinistra, è stato successivamente accentrato da Spalletti nella zolla del trequartista centrale nel 4-2-3-1. In quella posizione il bosniaco ha mostrato spunti apprezzabili nel raccordo di gioco, pur con il rammarico per l'occasione del possibile 2-2 sprecata nel finale, quando ha calciato un destro morbido tra le braccia di Martinez. Diverso, ma altrettanto positivo, l'impatto di Kolo Muani, rilevato all'intervallo al posto di un isolato David. Il francese, pur pagando una condizione atletica ancora approssimativa dovuta ai mesi vissuti da separato in casa al PSG, ha garantito alla Juve maggiore presenza fisica e attaccamento alla profondità. Rispetto alla staticità della prima frazione, la punta ha alzato il peso dell'attacco dialogando bene con i compagni — come nell'intesa mostrata con Boga — e facendosi valere nel forcing finale, regalando spunti su cui Spalletti potrà lavorare in vista del debutto ufficiale.
L'attesa snervante di Atubolu e il rischio beffa. La Juve c'è...
L'attesa snervante di Atubolu e il rischio beffa. La Juve c'è...
Chi cerca una nuova squadra tra i pali sta vivendo settimane particolarmente complesse. Il calciomercato estivo sta dimostrando come il settore dei portieri sia attualmente bloccato, e il caso di Noah Atubolu ne è l'esempio perfetto. La giovane promessa del Friburgo e della nazionale tedesca si ritrova a svolgere il ritiro da solo, a un anno dalla scadenza del contratto, dopo aver espresso la volontà di fare il salto in un grande club europeo, con la Juve che è stata accostata più volte al gigante di origini nigeriane. Ad oggi, la mancanza di reali accelerate rischia di relegarlo ai margini della rosa, col pericolo concreto di rimanere con il cerino in mano. La posizione di Atubolu appare frutto di una chiara ed errata valutazione strategica da parte del suo entourage. Assistito dall'agenzia Epic Sports guidata dal noto procuratore Ali Barat (premiato da Tuttosport come "Best Agent 2025"), il calciatore ha sottovalutato le dinamiche di una nicchia di mercato ristretta come quella dei portieri. Rifiutate le opzioni di seconda fascia in Inghilterra come Hull City e Coventry City, il portiere ventiquattrenne corre il rischio effettivo di trascorrere una stagione ai margini del progetto, compromettendo le proprie chance di inserimento nelle gerarchie della nazionale guidata da Jürgen Klopp. E la Juve? La sensazione è che, in un mercato così bloccato dalle sue stesse dinamiche e con la Premier per ora ferma, perdere un'opportunità simile con l'emergenza in atto potrebbe essere davvero un peccato. Anche perché per età, prospettive e rendimento recente, Atubolu — senza l'attuale condizione di separato in casa — sarebbe un profilo off-limits per le casse bianconere. Massara lo stima: è la tipologia di calciatore che piace al neo DS bianconero. Sarà lui il colpo a sorpresa per la porta? Non resta che attendere le prossime ore, l'epilogo sembra vicino.
Difesa Juve: l'inizio azione è da incubo. Lucumi basta?
Difesa Juve: l'inizio azione è da incubo. Lucumi basta?
È calcio d'agosto. Premessa doverosa, quasi necessaria: qualsiasi analisi o considerazione deve tenerne conto.Usate le doverose pinze, però, ci sono spunti che esulano dal risultato, che non dipendono esclusivamente dalle gambe appesantite o dagli effetti del jet-lag. Chi conosce i difetti cronici di questa squadra, infatti, non può non aver notato per l'ennesima volta le difficoltà sistemiche palesate nella famigerata prima costruzione. Che sia tramite la conduzione o che passi da passaggi taglia-linea, nel calcio odierno l’intraprendenza di coloro che compongono la prima linea risulta assolutamente fondamentale. Abbiamo ancora tutti negli occhi le immagini di un Luciano Spalletti sconsolato in panchina mentre cerca di incentivare ora Bremer, ora Kelly, a guardare in avanti. La poca fluidità, il poco coraggio e la mancanza di iniziativa hanno spesso costretto Locatelli ad abbassarsi tra i due, svuotando un centrocampo già di per sé in difficoltà e spesso in inferiorità numerica. Il corteggiamento sempre più serrato a Lucumí, centrale colombiano del Bologna, e il forte interessamento per Stones — poi approdato proprio ai nerazzurri — sono tentativi concreti di ovviare al problema. Ma l’eventuale arrivo del mancino di Cali sarebbe sufficiente? O serve altro? L'impressione è che molto dipenderà da Gleison Bremer, che al di là delle difficoltà fisiche, dovute ai noti infortuni, sembra non riuscire a fare un salto di qualità definitivo in fase di possesso. Passaggi orizzontali, o peggio, all'indietro. Trasmissione palla lenta. Spalletti dovrà lavorare molto tecnicamente sul centrale brasiliano, perchè affiancargli un compagno di reparto più abile in questo fondamentale potrebbe mascherarne i limiti, ma non risolverebbe il problema. 
Suzuki e l'intrigo PSG: colpo di scena?
Suzuki e l'intrigo PSG: colpo di scena?
Continua a circolare con una certa insistenza il nome di Zion Suzuki, ormai da settimane protagonista delle cronache del calciomercato internazionale. In queste ore, infatti, diverse fonti e insider di settore stanno offrendo versioni diverse in merito alla possibilità che l'approdo del portiere giapponese al PSG possa concretizzarsi.  Anche dalla Francia, peraltro, la stessa Equipe ha parlato di un passo indietro dello stesso giocatore rispetto alla possibilità di andare a Parigi per fare la riserva al russo Safonov. Il mistero, dunque, si infittisce, e l'ennesima prestazione deludente di Di Gregorio potrebbe aprire nuovi scenari, inducendo la Juventus a partecipare ad un'asta che avrebbe voluto sicuramente evitare.  L'ultima offerta presentata dai francesi, al Parma, sarebbe di 35 milioni di Euro, bonus compresi, ma pare che gli emiliani non abbiano ancora dato il via libera. La dirigenza bianconera avrà davvero la forza di battagliare con i parigini provando a far leva sulla volontà del calciatore di scegliere Torino per andare a fare il titolare? La sensazione è che dopo oggi, l'emergenza sia da bollino rosso. Gli appelli sono terminati e la questione portiere potrebbe davvero essere a poche ore dalla soluzione. 
Spalletti: "Kolo Muani e Alajbegovic sono due giocatori forti, ma dobbiamo trovare equilibri e diventare squadra"
Spalletti: "Kolo Muani e Alajbegovic sono due giocatori forti, ma dobbiamo trovare equilibri e diventare squadra"
Nell'immediato post partita di Juventus-Inter, Luciano Spalletti è intervenuto ai microfoni di Sky Sport per commentare la sconfitta per 2-1 subita dalla sua squadra: Kolo Muani e Alajbegovic - "Io li valuto bene, li ho guardati attentamente e li conosco bene. Alajbegovic era già seguito precedentemente da Massara quindi sono cose che ci fanno restare tranquilli. Poi devono raggiungere la condizione, perché sono arrivati da poco. Sono calciatori forti perchè hanno un buon livello, poi bisogna vedere come diventiamo squadra e come troviamo gli equilibri. Stasera l’Inter ha fatto vedere di essere più squadra di noi e quello è un lavoro che dobbiamo fare. Dobbiamo fare passi avanti". La prestazione - "Nel primo tempo non siamo mai riusciti ad agganciare la squadra avversaria quando siamo andati a pressare, siamo stati un po’ titubanti a uscire sul centrocampista e quindi l’Inter ha fatto meglio di noi. Nel secondo tempo abbiamo fatto meglio, ma ormai c’erano delle differenze in campo dovute alle tante sostituzioni. Sul finale abbiamo fatto qualcosa in più, avremmo anche potuto pareggiare. Ma in effetti nel primo tempo è mancato qualcosa per fronteggiare la loro esperienza". Di Gregorio - "Mi sembra che Di Gregorio sia stato bravo nel fare 2-3 interventi su tiri da fuori difficilissimi, poi forse il secondo gol si poteva parare, ma sono cose che possono capitare, anche perché il tiro era da posizione ravvicinata. Noi stiamo cercando di puntellare la squadra rispetto a quelle che sono le nostre idee".
Cuadrado: "Non me ne sarei andato dalla Juve, l'Inter non è un tradimento"
Cuadrado: "Non me ne sarei andato dalla Juve, l'Inter non è un tradimento"
Juan Cuadrado, svincolato dopo la sua ultima esperienza in Serie A con la maglia del Pisa è alla ricerca di una squadra con la quale proseguire la carriera. L'esterno, dopo aver vestito la maglia della Juventus, con la quale si è tolto le migliori soddisfazioni del suo percorso nel calcio, si è trasferito all' all'Atalanta e in Toscana, dove era già stato ai tempi della Fiorentina. Il colombiano, nonostante siano passati diversi anni, è tornato a parlare del suo passato ai bianconeri parlando ai microfoni di Dsports, cercando di riconquistarsi la stima e il rispetto dei tifosi juventini. Il classe 1988 ha detto: "Sono stato capitano della Juventus e ho fatto la storia della società con oltre 300 partite, un traguardo che nemmeno alcuni giocatori italiani hanno raggiunto. Lo vedo ancora oggi e per me è motivo di orgoglio. Dopo otto anni mi sono ritrovato svincolato e costretto a fare delle scelte e molti tifosi hanno considerato un tradimento il mio passaggio all’Inter. Ma quando sei senza lavoro devi cercare altre opzioni e devi mettere da parte la fede e il tuo passato. Dall'esterno sembra facile, ma non lo è affatto, specie se ne dipende il tuo futuro e la tua vita. Io non volevo andarmene, inizizalmente mi avevano offerto un rinnovo ma poi non hanno mantenuto le promesse, sono rimasto molto deluso".
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