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L'ultimo giro di lancette: la Juventus e quella testarda abitudine di crederci fino alla fine.
L'ultimo giro di lancette: la Juventus e quella testarda abitudine di crederci fino alla fine.
C’è un’ora precisa, nei giovedì sera d’autunno, in cui l’umidità che sale dalla Dora si mescola all’odore delle caldarroste e ai pensieri lunghi di chi cammina verso lo stadio con il bavero alzato. È l’ora dell’Europa League, che un tempo si chiamava Coppa Uefa ed era una signora severa, priva di inni pomposi da incoronazione britannica, dove ti toccava andare a giocare su campi gelati in Slesia o contro squadre portoghesi piene di baffi e cattive intenzioni. Il calcio del giovedì ha sempre avuto una sua malinconia operaia, da dopolavoro ferroviario, molto diversa dal gran galà luccicante del martedì e del mercoledì, dove tutti sembrano usciti da una sfilata di alta moda e i palloni hanno disegnate sopra le stelle. Qui le stelle bisogna guadagnarsele guardando in su, tra una buca del terreno e un contrasto ruvido sulla trequarti, contro avversari che hanno nomi di venti oceanici e maglie color del cielo prima di un acquazzone, come il Celta Vigo. Vigo è Galizia, terra di marinai, di piogge oblique e di quella morriña che è la sorella celtica della saudade portoghese: una nostalgia sottile per ciò che si è lasciato a riva. Quando i galiziani scendono in campo, si portano dietro quell’aria da pescatori d’altura che non hanno paura delle onde alte, abituati a tenere il timone dritto anche quando il mare sbatte forte contro la chiglia. A dirla tutta, per decine di minuti, sembrava che la barca bianconera imbarcasse acqua da tutte le parti, o meglio, che galleggiasse in una bonaccia di idee così fitta da far rimpiangere i vecchi naufragi. Perché bisogna dirlo subito, senza girarci troppo intorno come fanno certi mezzani di piazza: questa Juventus d’oggi non è più quella che fu. Chi ha avuto la fortuna di ammirarla, conserva negli occhi l’immagine di una squadra che entrava in campo con la naturalezza spietata di un ufficiale di cavalleria dell'Ottocento: non alzava quasi mai la voce, ti lasciava sfogare un quarto d’ora, poi ti chiudeva in un angolo del salotto, ti toglieva il respiro con garbo e ti salutava lasciandoti il conto sul tavolo. Oggi invece si assiste a un’altra commedia. È una Juventus spesso tremebonda, che pare scusarsi del disturbo quando supera la metà campo, impastata in un palleggio orizzontale che farebbe venire il latte alle ginocchia anche a un certosino di clausura. Osservando certi passaggi all'indietro tra i difensori centrali al settantesimo minuto, col risultato ancora inchiodato, la mente correva inevitabilmente alle pagine di Achille Campanile, quando raccontava la tragedia dell’uomo che aveva perso il tram, o certe conversazioni surreali nei salotti borghesi dove nessuno osa prendere l'iniziativa per timore di sembrare maleducato. C’è stato un momento, verso la metà della ripresa, in cui due giocatori bianconeri si sono scambiati il pallone sulla linea laterale per cinque volte consecutive nello spazio di due metri, con una cortesia così squisita che mancava solo si togliessero il cappello: «Prego, vada lei in area». «Ma si figuri, dopo di lei, non vorrei mai approfittare della sua bontà». «Insisto, ho famiglia, tiri pure lei in porta». «Non sia mai detto che io le tolga l’onore di sbagliare il cross». E intanto l’arbitro guardava l’orologio con l'espressione di un capostazione che aspetta un accelerato soppresso nel 1954, mentre il portiere del Celta Vigo avrebbe potuto tranquillamente sedersi su uno sgabello pieghevole a sfogliare un settimanale illustrato, o a sbucciare un mandarino, tanto il pericolo era un concetto astratto, filosofico, lontano mille miglia dall’area di rigore spagnola. In tribuna, un signore distinto con la sciarpa annodata secondo il rito del 1977 ha sospirato al vicino: «Se tiriamo in porta entro mezzanotte, offro il vermouth». Il vicino ha risposto: «Risparmi i soldi, avvocato, qui per vedere un tiro bisogna fare domanda in carta bollata al catasto». Eppure, il calcio è una bestia strana, refrattaria alla logica geometrica degli algoritmi, agli expected goals e a tutte quelle diavolerie anglosassoni che oggi riempiono la bocca dei telecronisti come se stessero commentando il bilancio della Banca d’Inghilterra invece di ventidue ragazzi in mutande che corrono dietro a una sfera di cuoio. Il calcio vive di memorie sotterranee, di falde acquifere che scorrono sotto l’erba e che a volte, senza alcun preavviso razionale, bucano la crosta terrestre e zampillano fuori. Mancavano una manciata di secondi. L’orologio luminoso del quarto uomo si era già acceso con quei numeri rossi che per chi insegue sono una ghigliottina e per chi difende una promessa di liberazione. Ed è esattamente lì, in quel fazzoletto di tempo sospeso dove i polmoni bruciano come carta straccia e i crampi salgono dai polpacci fino alla nuca, che si è materializzato un fantasma familiare. Un fantasma con il ciuffo impomatato, il sorriso un po' sghembo da tango argentino, le calze abbassate e il cappotto di cammello buttato sulle spalle all'uscita da un tabarin. Renato Cesarini. Spesso usiamo le parole come monete consumate, senza più guardare l'effigie che portano impressa. Diciamo «zona Cesarini» per abitudine lessicale, la usiamo al bar, in politica, negli uffici notarili quando un cliente arriva col fiatone due minuti prima della chiusura. Ma ci dimentichiamo quasi sempre che quella geografia dell’ultimo respiro è nata a Torino, ed è una proprietà intellettuale profondamente, visceralmente bianconera. Renato Cesarini era nato a Senigallia, nelle Marche, ma a pochi mesi aveva attraversato l’oceano su un piroscafo di terza classe insieme alla famiglia, finendo a Buenos Aires, nel barrio di Palermo. Lì aveva imparato a vivere e a giocare a pallone per strada, facendo l'acrobata nei circhi, il lustrascarpe, il suonatore di fisarmonica a orecchio. Quando arrivò alla Juventus, alla fine degli anni Venti, per formare con Orsi, Ferrari, Munerati e Varglien quel Quinquennio d’Oro che resta nella mitologia del nostro sport, portò nel rigore piemontese una follia anarchica e irresistibile. Si presentava agli allenamenti direttamente dalle notti brave, beveva champagne, regalava monete d’oro ai mendicanti e sigari avana ai fattorini, e una volta si presentò al campo con un vestito da sera perché non aveva avuto il tempo di passare da casa. Fu il 13 dicembre del 1931, allo stadio Filadelfia di Torino, durante un Italia-Ungheria, che Cesarini battezzò per sempre gli ultimi istanti di gioco, infilando il pallone del 3-2 al novantesimo minuto dopo aver preso a spallate mezza difesa magiara. Il giornalista Eugenio Danese, la settimana seguente, coniò l’espressione destinata all’immortalità. Cesarini non fece altro che esportare in Nazionale ciò che con la maglia della Juventus era una consuetudine dello spirito: il rifiuto categorico di accettare che la partita fosse finita prima del triplice fischio, l'idea quasi insolente che il tempo regolamentare fosse una convenzione borghese a cui un vero giocatore aveva il dovere morale di ribellarsi. Contro il Celta Vigo, quando la palla è rotolata in fondo al sacco in quell'assalto disperato, confuso, persino sgrammaticato del novantaquattresimo minuto, si è avvertita nitidamente la carezza di quel vecchio oriundo mezzo matto. Non è stato un gol figlio degli schemi provati in settimana col goniometro; è stato un gol di nervi, di pancia, di ribellione all'anonimato. La palla è entrata quasi per sfinimento della difesa spagnola, spinta dentro dal ruggito di uno stadio che aveva passato un'ora e mezza a brontolare e che all'improvviso si è ricordato di chi era figlio. È in quel preciso istante che il motto cucito dentro i colletti delle maglie — quel «Fino alla Fine» che negli ultimi anni di vacche magre e bilanci tristi rischiava di suonare come uno slogan pubblicitario sbiadito, buono solo per vendere tazze e sciarpe sintetiche ai turisti — ha ripreso improvvisamente sangue, calore e verità. Dopotutto, il concetto di lottare fino all'ultimo istante, quando ogni calcolo delle probabilità suggerirebbe una dignitosa resa, appartiene da sempre alla grande letteratura prima ancora che allo sport. Non c'è epica senza ostinazione. Viene in mente il vecchio Santiago di Ernest Hemingway ne Il vecchio e il mare, con le mani tagliate dalla lenza, la schiena spezzata dalla stanchezza in mezzo alla Corrente del Golfo, che parla da solo sulla sua barchetta e dice al grande marlin e agli squali: «L'uomo non è fatto per la sconfitta. Un uomo può essere distrutto ma non sconfitto». La Juventus vista per ottanta minuti contro il Celta sembrava un pescatore rassegnato a tornare in porto con la barca vuota e le reti bucate; quella degli ultimi cinque minuti, invece, ha ritrovato di colpo l'orgoglio ferito di chi non molla la cima nemmeno quando gli brucia la carne dei palmi. Nel calcio succede esattamente questo: puoi giocare una partita opaca, sbagliare gli appoggi, far disperare chi ti guarda dalla poltrona di casa con un bicchiere di Barbera in mano, ma se non smetti di guardare l'orizzonte, se continui a buttare il pallone in mezzo all'area anche quando le gambe pesano come sacchi di cemento bagnato, allora la tua attesa non è stata vana. Certo, non bisogna farsi illusioni a buon mercato, né bere l'acqua del rubinetto scambiandola per un Barolo d'annata. Una rondine in zona Cesarini non fa primavera, soprattutto in autunno inoltrato, e i difetti di questa squadra restano tutti lì, visibili a occhio nudo come le crepe sui muri di certi vecchi palazzi di provincia. Manca ancora la malizia dei grandi, manca quel centrocampo che un tempo sapeva dettare i tempi come un direttore d'orchestra della Filarmonica di Vienna e che oggi, troppo spesso, somiglia piuttosto a una banda municipale dove i tromboni vanno per conto loro e la grancassa entra in ritardo di mezza battuta. Se Achille Campanile fosse stato in tribuna stampa giovedì sera, avrebbe probabilmente scritto un elzeviro intitolato Il mistero del centravanti solitario, raccontando di questo povero ragazzo lasciato là davanti per un'ora e mezza come un naufrago su un isolotto del Pacifico, a cui i compagni, invece di mandare una scialuppa di salvataggio sotto forma di un passaggio filtrante, spedivano di tanto in tanto una bottiglia con dentro un bigliettino affettuoso: «Tieni duro, ti pensiamo sempre, firmato: la difesa». Eppure, in mezzo a questa fragilità tecnica, in questo essere una nobile decaduta che cerca di rimettersi in ordine i gioielli di famiglia davanti allo specchio, il lampo finale contro il Celta Vigo accende una fiammella che sarebbe stupido soffiare via con il solito cinismo da avventori del lunedì. Perché il talento non si compra al mercato di riparazione se non hai i quattrini, e la classe pura non s'insegna alla lavagna tattica, ma l'anima sì, quella si può rieducare. Si ha l'impressione, o forse è soltanto la speranza ostinata di chi ama il calcio giocato con il cuore oltre che con i piedi, che questa Juventus giovane, a tratti smarrita e priva dei vecchi senatori dalla mascella quadrata, stia cominciando lentamente a capire quale sia il peso specifico della maglia che porta addosso. Capire la Juventus non significa imparare a memoria l'albo d'oro o recitare le frasi fatte nelle conferenze stampa; significa comprendere che in quella striscia bianca e in quella striscia nera abita una condanna bellissima: l'impossibilità di accontentarsi, il divieto assoluto di tirare indietro la gamba quando l'avversario affonda il tackle, la consapevolezza che il pareggio casalingo non è mai un mezzo sorriso, ma una mezza sconfitta. Adesso, smaltita la sbornia dolce-amara del giovedì europeo, il calendario bussa subito alla porta con le nocche dure del campionato. Arriva la Lazio. E la Lazio non è una squadra che ti concede il lusso di sonnecchiare per ottanta minuti aspettando che lo spirito di Renato Cesarini scenda dalla collina di Superga o dalle nuvole di Buenos Aires per toglierti le castagne dal fuoco. Le squadre romane, quando salgono al nord e sentono l'odore di una Juventus vulnerabile, giocano con la spavalderia di chi vuole rovinare la festa al padrone di casa. Contro la Lazio servirà che la zona Cesarini non sia soltanto una disperata appendice cronologica collocata tra il novantesimo e il novantacinquesimo minuto, ma diventi una condizione permanente dello spirito, dal primo giro di lancette fino all'ultimo. Bisognerà vedere un combattimento vero, sporco se necessario, fatto di seconde palle contese come se fossero l'ultimo pezzo di pane a tavola, di rincorse generose fino alla bandierina del calcio d'angolo, di sguardi dritti negli occhi dell'avversario. Il calcio moderno vorrebbe convincerci che le partite si vincono nei laboratori, studiando i flussi di corsa sui tablet e calcolando i carichi di lavoro settimanali. Sarà anche vero, per carità, non vogliamo fare i nostalgici a tutti i costi che rimpiangono i palloni stringati che ti lasciavano il segno della cucitura sulla fronte per tre giorni. Ma resta il fatto che quando l'arbitro fischia e la palla comincia a rotolare sull'erba bagnata, tutta la scienza del mondo si inchina davanti a chi ha più fame, a chi accetta la fatica senza fare smorfie, a chi si ricorda che il pallone è prima di tutto una questione di carattere. Forse questa Juventus non tornerà subito a essere l'armata invincibile che faceva tremare l'Europa solo a scendere dal pullman; forse ci toccherà ancora sorbirci qualche passaggio di troppo tra il terzino e il portiere, degno delle migliori commedie degli equivoci di Campanile, e qualche sospiro pesante in tribuna tra un caffè corretto e una sigaretta fumata di nascosto. Ma se giovedì sera, sotto il cielo grigio di Torino contro i marinai galiziani del Celta Vigo, quei ragazzi hanno davvero imparato che cosa significa non morire mai, allora il viaggio può ricominciare. Perché in fondo, nel calcio come nella vita, la differenza tra chi lascia una traccia e chi passa senza fare rumore sta tutta in quei trecento secondi finali, quando le gambe dicono basta, la testa dice è tardi, e il cuore invece risponde: proviamoci ancora una volta, fino alla fine. Renato Cesarini, da qualche parte lassù, tra un bicchiere di champagne e un giro di tango, avrà sicuramente sorriso, sistemandosi il nodo della cravatta. E tanto basta, per adesso, a farci aspettare la domenica con un filo di speranza in più. Roberto De Frede
La Roma risponde all'Inter: 2-0 al Genoa e secondo posto in solitario
La Roma risponde all'Inter: 2-0 al Genoa e secondo posto in solitario
La Roma risponde all'Inter e supera 2-0 il Genoa all'Olimpico portandosi momentaneamente al secondo posto solitario a due lunghezze dai nerazzurri. Nonostante l'emergenza infortuni (fuori Svilar, Cristante, Koné, Dybala e lo squalificato Malen), la squadra di Gian Piero Gasperini piega i rossoblù di Daniele De Rossi grazie ai suoi giovani talenti. Dopo un primo tempo equilibrato e bloccato, caratterizzato dalle traverse di Balerdi per i giallorossi ed El Shaarawy per i liguri, la gara si sblocca ad inizio ripresa. Al 50' è il ventiduenne Castro a firmare l'1-0 in mischia con un geniale scavino e trovando la sua prima rete in maglia romanista. Al 69' arriva il raddoppio del diciannovenne Lulli, lesto a spingere in rete una conclusione di Pellegrini deviata da Vásquez al termine di un'azione personale di Soulé, tra i migliori.
Nuno Tavares rimpianto Juve? Inizio stagione da top per il portoghese
Nuno Tavares rimpianto Juve? Inizio stagione da top per il portoghese
Alla vigilia dello scontro diretto tra Juventus e Lazio, la figura di Nuno Tavares rappresenta uno dei più grandi rimpianti di mercato per la dirigenza bianconera. Il terzino sinistro portoghese, reduce da uno spettacolare gol contro il Monza, dopo un'estate trascorsa con le valigie in mano e a un passo dall'addio è tornato il giocatore visto nell'anno del suo debutto in Serie A. Durante i mesi estivi, la Juventus aveva effettuato un sondaggio esplorativo con la Lazio per rinforzare la fascia mancina, ma la mancata cessione di Juan Cabal ha bloccato i margini di manovra economici e numerici alla Continassa, costringendo i torinesi a ritirarsi dall'affare e mantenere il ruolo scoperto. L'avvio di stagione del classe 2000 ha accentuato i rimorsi della Signora: rivitalizzato dalla cura di Rino Gattuso, Tavares è tornato a fare la differenza a suon di gol e assist, con un rendimento straripante che avrebbe fatto molto comodo a Spalletti.
Raimondo è un obiettivo della Juve. Tentativo a gennaio opzione concreta
Raimondo è un obiettivo della Juve. Tentativo a gennaio opzione concreta
Antonio Raimondo è finito nel mirino della Juventus. L’attaccante di proprietà del Bologna, attualmente in prestito al Frosinone e fresco di tripletta al Sassuolo, guida la classifica marcatori di Serie A grazie alla cura Alvini, attirando l'interesse del dg bianconero Carnevali, deciso a puntare sui giovani talenti italiani. La dirigenza torinese sta valutando le opzioni in attacco in vista di gennaio, anche in base al rientro di Ekhator. L'idea principale guarda all'estate, magari inserendo nella trattativa con il Bologna il cartellino di Miretti. Tuttavia, per evitare l'inserimento di club esteri e di Premier League, la Juve potrebbe decidere di anticipare i tempi già a metà stagione, per cui la pista va monitorata. In caso di affondo a gennaio, i bianconeri potrebbero replicare un'operazione "alla Gatti": acquistare il classe 2004 e lasciarlo in prestito a Frosinone fino a giugno per farlo maturare ulteriormente. Una mossa strategica che permetterebbe alla Juve anche di rafforzare i rapporti con il club ciociaro in ottica Palmisani, mentre il Bologna di Sartori monitora la situazione forte di un contratto scadente nel 2028.
Serie A, le ufficiali di Roma-Genoa: la scelta su Castro
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Il settimo turno di Serie A prosegue con Roma-Genoa, allenate rispettivamente da Gian Piero Gasperini e Daniele De Rossi. Di seguito le formazioni ufficiali: ROMA (3-4-2-1): Gollini; Balerdi, Ndicka, Koulierakis; Lulli, Pisilli, de Roon, Rensch; Soulé, Mora; Castro. All. Gasperini GENOA (3-4-2-1): Bijlow; Marcandalli, Østigård, Vásquez; Ellertsson, Wiafe, Frendrup, Puczka; Messias, El Shaarawy; Osmajic. All. De Rossi
Juventus Women, Guerrero: "Como grande squadra, ma noi dobbiamo mantenere..."
Juventus Women, Guerrero: "Como grande squadra, ma noi dobbiamo mantenere..."
Alla vigilia della sfida contro il Como, Isaac Guerrero, tecnico dela Juventus Women, ha rilasciato le seguenti dichiarazioni: "Ho trovato le ragazze in ottima forma dopo la pausa. Abbiamo seguito da vicino i loro impegni con le rispettive nazionali e siamo davvero molto felici, soprattutto per quelle che si sono giocate il passaggio del turno o l'accesso a una finale. Sono riuscite ad arrivare all'atto conclusivo per puntare al Mondiale, che per noi rappresenta un grande obiettivo di squadra: vogliamo che tutte le nostre giocatrici possano esprimersi ai massimi livelli anche con le loro selezioni. Siamo ovviamente felici per tutte, ma ci tengo a sottolineare ad esempio il ritorno in nazionale di Rosucci e Redondo, la presenza dal primo minuto in campo di Schatzer e la convocazione con l'Under 23 francese di Sylla: il lavoro svolto qui alla Juventus ha permesso a tutte loro di riconquistare questa vetrina e in generale di avere più spazio. Tutto questo ci fa molto piacere e fa parte del nostro percorso di crescita. Abbiamo sfruttato questa sosta anche per lavorare con un po' più di tranquillità e per fare un bilancio con il gruppo. In questa prima parte di stagione siamo riusciti a fare cose straordinarie: conquistare il pass per la Champions League e vincere il primo trofeo in palio. Ora però bisogna alzare lo sguardo e guardare avanti, perché l'ultima partita ci ha lasciato insegnamenti preziosi che di certo sapremo sfruttare».   Il nostro compito e la nostra priorità restano quelli di produrre gioco, cercando al tempo stesso di concedere il meno possibile agli avversari, e le ragazze lo stanno facendo. A volte c'è la monetina che gira bene e ogni conclusione in area si trasforma in gol, altre volte no, oppure c'è un mix delle due cose. Non è una situazione che ci preoccupa particolarmente: lavoriamo costantemente per mantenere la giusta cattiveria e la sensazione di pericolosità sottoporta, ma la nostra è una squadra ricca di talento e sono certo che continueremo a raccogliere i frutti del nostro lavoro, esattamente come è successo in altre occasioni Como? Siamo consapevoli che la crescita e le prestazioni non seguono mai una linea retta. Ci sono momenti in cui riusciamo a mostrare un livello altissimo – come nella partita di UEFA Women's Champions League a Göteborg o nella finale vinta contro la Roma – e altre gare in cui facciamo un po' più di fatica a mantenere la stessa intensità. Questo è un percorso comune a tutte le squadre, ma è chiaro che una formazione ambiziosa come la nostra, che vuole fare la partita e imporre il proprio gioco, ha bisogno di un po' di tempo in più per trovare continuità.  Domani ci aspetta un test molto importante contro una grande squadra, una formazione di primissima fascia con grandi individualità e molto diretta nel suo modo di giocare. Sarà il banco di prova ideale per ritrovare determinate sensazioni e alzare ulteriormente l'asticella. Le ragazze sanno come competere al massimo livello e sono molto fiducioso che questo palcoscenico rappresenterà una spinta importante per il prosieguo della nostra stagione»
Juventus.com - Juventus-Lazio: five moments
Juventus.com - Juventus-Lazio: five moments
Attraverso un comunicato ufficiale, la Juventus ha ricordato cinque partite storiche contro la Lazio: "Una grande classica quella tra Juventus-Lazio, che in ogni decennio ha presentato momenti importanti. Come questo degli anni '90, quando i due capitani – Roberto Baggio e Beppe Signori – sono avversari di club e compagni in Nazionale, fino a condividere insieme il Mondiale americano del 1994. 2021: DOPPIO MORATA I due protagonisti dell'incontro sono racchiusi in questa immagine: Rabiot è l'uomo che annulla le conseguenze del gol di Correa e permette di andare al riposo in parità; Morata nella ripresa va in rete due volte nello spazio di 3 minuti e determina un successo importante che ribadisce una tradizione favorevole allo Stadium, fatta di 8 affermazioni in 10 gare.   LA JUVE NON MOLLA Mancano 6 giornate alla conclusione del campionato 2001-02. Al Delle Alpi, David Trezeguet risponde al gol laziale firmato da Claudio Lopez. Il risultato del primo tempo non cambia più, il punto porta la Signora ad avere un distacco dal vertice di 6 lunghezze. Ma a fine partita, ai giornalisti che proclamano l'esclusione dei bianconeri dalla lotta scudetto, Marcello Lippi dice in modo netto: «La Juve non molla». Ha ragione lui, il tricolore arriverà negli ultimi 90 minuti.   LA RISPOSTA DELLA SQUADRA 22 gennaio 2017: Juventus-Lazio presenta una grande novità con mister Allegri che propone un 4-2-3-1 a sorpresa. La risposta della squadra alla scelta dell'allenatore che vuole un modulo offensivo è più che positiva. La gara viene risolta in soli 17 minuti con i gol di Dybala e Higuain.   BUSO E LAUDRUP 11 giugno 1989: Juventus-Lazio è una gara di fine stagione e al Comunale i bianconeri prevalgono 4-2. Numero 9 è Renato Buso: a 19 anni si prende la parte del protagonista segnando una doppietta. Sugli spalti – visibile sullo sfondo – si legge un invito a Miki Laudrup a restare a Torino, ma il danese emigrerà in Spagna, destinazione Barcellona.   IL POKER La foto riproduce un momento di Juventus-Lazio del 1961, con un'incursione di Giampiero Boniperti nell'area avversaria. La squadra bianconera, che domina il periodo dal 1957 a quell'anno con 3 scudetti in 4 campionati, infila un poker di successi consecutivi contro i biancocelesti. I risultati sono tutti molto netti, con 2 gol di differenza e in un caso – nel 1959 – si registra addirittura un punteggio tennistico: 6-1".
Bazzani: "Juventus? Per essere pericolosa ha bisogno di..."
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Fabio Bazzani, giornalista, è intervenuto a Radio Sportiva commentando così la Juventus: «Io ho commentato la Juve a Cagliari domenica sera ed è chiaro che che si è visto un beneficio nell'utilizzare la doppia punta. Questo si è verificato anche ieri sera, quindi l'allenatore non può non tenerlo in considerazione, perché se tu hai studiato una squadra con gli esterni offensivi con questo e con quell'altro, però oggi il campo ti sta dicendo che uno fa il bene di quell'altro. Perché magari per rendere bene Kolo Muani bisogna di uno che gli porti via un po' di spazio e anche #Woltemade uguale. L'allenatore bravo deve riuscire a cambiare e sfruttare quella che è l'inerzia del momento. Quindi perché no?! Mi sembra che in questo momento la Juve, per essere pericolosa e soprattutto per andare a realizzare, cosa che gli manca un pochino con continuità, forse debba usare la doppia punta».
Falci: "Per alcuni Allegri è un bollito, ma il Napoli chi deve prendere? Thiago Motta?
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Sul proprio account X, il giornalista Giuseppe Falci si è espreo così su diversi ex allenatori della Juventus: Allegri, Conte e Motta. Ecco quanto detto: "Diranno tutti che è colpa di Allegri. Perché è il bersaglio facile. Perché è bollito, perché il suo calcio è medioevale. Perché è finito da anni. Insomma, ricomincerà la solita narrazione secondo cui è tutta colpa sempre e solo di Max Allegri. Dopodiché ci dimentichiamo che un certo Antonio Conte aveva già messo in discussione la rosa in tempi non sospetti. Il popolo vuole oggi l’esonero del tecnico di Livorno. Ma quale sarebbe l’alternativa? Pioli o Thiago Motta? A mio avviso sarebbe un errore. De Laurentis che è persona assai intelligente darà ulteriore tempo ad Allegri e quest’ultimo come in passato riuscirà a superare le difficoltà. Dettaglio: la sconfitta di Venezia ricorda la sconfitta di Monza ai tempi del secondo mandato juventino".
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