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Ecco a voi la nuova Juventus… Il cantiere della fenice e l’infallibile arte dell’incompiuto
Ecco a voi la nuova Juventus…  Il cantiere della fenice e l’infallibile arte dell’incompiuto
C’è un luogo indefinito dove il pallone rifiuta di farsi pura aritmetica. È lì, tra l’asfalto che scotta e il soffio del vento, che il gioco torna a essere un’arte imperfetta. Un’arte dell’incompiuto. A Torino, mentre il mese di agosto distende la sua calura pesante sul corso del Po e le piazze si svuotano d’uomini per riempirsi di silenzio, il tempo sembra fermarsi. La città sabauda, famosa per la sua compostezza rigida, per le sue geometrie perfette e la sua solida razionalità, d'estate pare sospendere il giudizio. Le persiane dei palazzi d'epoca si chiudono per proteggere l'ombra; i viali alberati giacciono sotto la luce accecante come giganti stanchi. Ma se ci si spinge verso la periferia nord, là dove l’asfalto della Continassa incrocia i confini dell’utopia e del ferro, si scopre che c’è un cantiere dove le macchine non riposano mai. È il cantiere della Vecchia Signora. Mentre il tifoso cerca refrigerio all'ombra di un'illusione o lungo una spiaggia lontana, alla Continassa si lavora senza sosta. Non si sentono solo i tacchetti sui campetti d'allenamento, ma il picchiettare metallico degli scalpelli, il fragore delle travi demolite e il fischio dei capomastri che tentano di gettare le fondamenta di una nuova cattedrale. La stagione 2026/2027 sorge all’orizzonte senza l'inaugurazione ufficiale di un monumento finito, senza il taglio del nastro rosso a cui la storia bianconera aveva abituato i suoi devoti. È una vigilia strana, sospesa, quasi metafisica. La Juventus non si presenta al gran ballo con l'abito da gran gala già stirato e impeccabile; si presenta in maniche di camicia, con le mani sporche di calce, la polvere sulle scarpe e lo sguardo fisso sul disegno di un progetto che ancora non si vede nella sua interezza. Tutti noi siamo fatti di atomi, ma anche di storie. E la storia recente della Juventus è stata un poema epico fatto di colossi e di giganti, una rincorsa sfrenata verso una grandezza che a un certo punto ha preteso di superare persino la natura delle cose. L’addio di Dusan Vlahović, consumatosi a parametro zero come un veliero che svanisce nella nebbia senza lasciare un solo soldo di dazio nella cassaforte del porto, segna la fine definitiva e irrevocabile di quell’epoca. Un’era iperbolica, muscolare, costruita sulla convinzione che il talento potesse essere comprato a gettone e che la grandezza si misurasse solo attraverso l'assegno più alto. Vlahović, il centravanti monolite, l'eroe tragico arrivato per spaccare le porte e rimasto imbrigliato nel peso del suo stesso costo, se n'è andato. Con lui si sgretola l'ultimo pilastro di una filosofia che confondeva il valore con il prezzo. Ed è proprio qui che sorge il paradosso supremo. La Juventus si ritrova oggi spogliata dei suoi costosi ed estrosi simulacri, priva di un centro di gravità permanente. Come l'uomo moderno descritto dai filosofi dell'esistenzialismo, non ha più un dogma centrale a cui aggrapparsi per sentirsi sicura. Eppure, per una legge non scritta ma scolpita nel marmo di cento anni di storia, essa resta inesorabilmente condannata a dover vincere. Vincere per statuto esistenziale, vincere per pretesa genetica, vincere perché non conosce altro modo di abitare il tempo. Come si può esigere la perfezione da chi si sta ancora ricostruendo? Come si può chiedere l'oro a chi sta ancora fondendo il metallo? È il dilemma dell'alchimista. La Juventus deve rinascere dalle sue stesse ceneri — come la Fenice dei miti antichi — ma deve farlo correndo, senza avere il tempo di specchiarsi nella propria vulnerabilità. Se il calcio fosse unicamente logica, basterebbe un foglio di carta, un gesso bianco e una lavagna tattica per spiegare il futuro. Ma il calcio è passione, è errore, è teatro dell’assurdo. E la Madama che si appresta a varcare la soglia del nuovo campionato assomiglia molto più a un’opera lirica di cui i musicisti stanno ancora accordando gli strumenti mentre il sipario si sta già alzando sordo di fronte al pubblico pagante. Prendete la questione della porta. Il portiere, nel dizionario poetico del pallone, non è un giocatore qualunque. È il solitario per eccellenza, l'uomo vestito di un colore diverso che guarda il mondo alla rovescia, l'unico a cui è concesso l'uso delle mani per fermare la fuga del tempo e della palla. È l’ultimo baluardo tra l’ordine e il caos. In questa estate strana, la sedia del custode della porta bianconera è rimasta drammaticamente vuota. Michele Di Gregorio, simbolo di discreta normalità, il portiere artigiano giunto a Torino tra gli applausi dell'umiltà, si è ritrovato improvvisamente scaricato, messo da parte come un abito fuori moda prima ancora di aver potuto mostrare del tutto la trama del suo tessuto, a quanto pare non proprio di pregio. E così si è scatenata la caccia affannosa, quasi nevrotica. Dalla ricerca dell'usato sicuro fino alla tentazione di scommesse esotiche e suggestive — da Vicario, custode dai riflessi di gatto, fino alla suggestione venuta da lontano, il giapponese Suzuki. La porta della Juventus, per decenni tempio sacro custodito da sacerdoti della continuità e da italiani campioni del mondo, somiglia oggi a quel gioco d'infanzia in cui la musica suona, tutti girano in tondo e quando il suono tace ci si accorge che le sedie non bastano per tutti. C'è un'angoscia filosofica nel vedere la porta incerta: se trema la solitudine del numero uno, trema l'intera architettura della casa. Poco più avanti rispetto a quella solitudine incerta, le mura perimetrali del castello raccontano un'altra storia fatta di cicatrici e lavori in corso. La difesa della Juventus, storicamente scolpita nel granito e nell'incrollabile culto del non prenderle, si ritrova oggi riprogettata con il gesso e la squadra da disegno. Se Bremer rappresenta la colonna superstite di una logica muscolare — l'ultimo baluardo capace di reggere l'urto dei giganti avversari — attorno a lui si consuma una vera e propria rivoluzione geometrica. Non ci sono più i vecchi senatori a dettare il passo con la severità dei padri fondatori; c’è invece una truppa di guardie giovani, dinamiche, chiamate a difendere non più occupando uno spazio rigido, ma leggendo il tempo prima ancora dell'avversario. Gatti – salvo cessioni probabili - porta in dote il suo orgoglio ruvido, quella grinta d'altri tempi che profuma di polvere e rivalsa; attorno a lui si muovono terzini e braccetti moderni, ibridi, spinti dalla necessità di farsi interpreti di un calcio liquido dove il confine tra il difendere e il costruire sfuma in una continua transizione. È una retroguardia che promette coraggio, ma che deve ancora imparare l'arte della sintonia assoluta. Perché una difesa non è soltanto la somma dei centimetri dei suoi interpreti, ma un'orchestra muta che deve saper respirare allo stesso ritmo: un passo di troppo in avanti ed è la catastrofe, un centimetro di ritardo indietro ed è il crollo. Che Kelly, Kalulu e Cedrik siano all’altezza! E poi c’è la terra di mezzo, il centrocampo. In quella porzione di campo dove si decide la sorte delle battaglie, la Juventus si presenta con un abito arlecchino, fatto di pezzi cuciti insieme da sarti diversi in epoche diverse. Da una parte ci sono le certezze del popolo, i soldati della continuità che hanno firmato rinnovi vissuti quasi come un atto di fede: Manuel Locatelli e Weston McKennie. Giocatori di fatica, di appartenenza, di sostanza senza fronzoli, comunque lontanissimi dai campioni che erano soliti calcare quelle zolle di campo. Dall'altra parte, invece, galleggiano i nodi irrisolti, gli enigmi costati decine di milioni che dovevano cambiare il volto della squadra e che invece stanno ancora cercandosi nello specchio: Douglas Luiz e Teun Koopmeiners. Il brasiliano dal palleggio vellutato e l'olandese – augurandomi in partenza - dalla ex falcata geometrica si aggirano per il campo come aristocratici caduti in disgrazia, in perenne cerca di dote e d'identità. Possono coesistere la ruvida concretezza di chi corre per sopravvivere e la sofisticata incompiutezza di chi dovrebbe illuminare la scena? È il grande dilemma del centrocampo bianconero: un reparto fisicamente imponente, colossale negli uomini, che deve ancora scoprire se le sue gambe sapranno danzare la stessa musica. Spostando lo sguardo venti metri più avanti, la situazione non svela certezze, ma moltiplica le domande. Senza più il centravanti totemico intorno a cui far ruotare i pianeti della squadra, il reparto d'attacco bianconero si presenta lungo, imprevedibile, affollato ed eclettico. Ci sono i volti nuovi e i ritorni di fiamma: la velocità elettrica di Kolo Muani, l'astuzia sorniona di Jonathan David, la fantasia anarchica di Jeremie Boga e le accelerazioni quasi fanciullesche di Francisco Conceição, e il redivivo ex ospedalizzato Milik. Un'accoppiata di piedi veloci, di dribbling stretti, di calciatori che amano la sfumatura piuttosto che l'urto frontale. Ma la domanda s'impone, severa come un dogma filosofico: siamo di fronte alla nascita di una splendida e moderna democrazia del gol, dove chiunque può farsi carnefice e poeta, o siamo immersi in una pericolosa confusione d'identità? Un attacco senza una gerarchia di pietra rischia di essere come un'orchestra senza un primo violino: ogni strumento suona una splendida melodia, ma il risultato rischia di sfociare in una faticosa cacofonia. Quando manca il riferimento fisso, la squadra deve imparare a pensare per assonanze, a fidarsi dell'intuito, ad accettare che il gol non sia più una sentenza annunciata, ma la conseguenza di un'ispirazione estemporanea. Eppure, a dispetto della polvere del cantiere, a dispetto di una dirigenza targata Carnevali costretta a navigare a vista nel mare perennemente agitato delle plusvalenze necessarie, delle uscite dolorose e delle trattative lampo concluse prima del crepuscolo, c’è una luce che brilla nella notte della Continassa. C'è un filo d'oro a cui l'anima del tifoso può aggrapparsi per non smarrirsi. In un calcio ormai ridotto a un freddo algoritmo di numeri, metriche attese ed expekted goals, c'è un ragazzo che porta sui piedi la sovversione della bellezza. Kenan Yıldız. La maglia numero 10, posata sulle sue spalle giovani ma non fragili, non è più un azzardo o una scommessa da copertina. È diventata l'unico dogma tattico e filosofico su cui ha senso posare gli occhi. Quando Yıldız tocca il pallone, la gravità sembra concedersi una pausa. Il suo controllo di palla ha la grazia di un verso di Neruda e la spietatezza di un taglio di tela di Fontana: è la rottura dello schema, è l'estetica pura che sopravvive all'impero dei bilanci. In un cantiere pieno di tubi innocenti e mattoni a vista, Yıldız è la statua di marmo già scolpita al centro della piazza. È il faro nella nebbia. Quando il gioco si fa buio, quando le idee dei compagni si annebbiano sotto la fatica dell'estate, basta dare la palla a quel ragazzo con la Dieci per ricordare a tutti perché siamo qui. Non per contare i denari, ma per trattenere il fiato di fronte a un dribbling che sterza il destino. E poi c'è il capomastro. Luciano Spalletti. Non è mai stato un allenatore da piatti pronti, di quelli che pretendono la spesa fatta nei mercati più lussuosi del mondo per poi limitarsi a girare la chiave nell'accensione del motore. No. Spalletti è un artigiano. È uno scultore toscano che ama il blocco di pietra che presenta venature imperfette, crepe e asperità. È un sarto che preferisce cucire l'abito prendendo le misure direttamente sulla carne viva del tessuto che ha a disposizione. La sua storia parlante, scolpita nei campi di provincia come sulle panchine più prestigiose d'Italia, racconta che il suo calcio migliore non è mai nato dall'opulenza o dalla certezza di schemi prestabiliti. È nato sempre dal caos apparente. Nasce quando gli si consegna una collezione di equivoci tattici e lui, con la pazienza del filosofo e l'ostinazione dell'agricoltore, comincia a spostare i pezzi di pochi centimetri. Un trequartista convertito in regista, un'ala trasformata in falso centravanti, un terzino allineato sulla linea dei mediani. Spalletti vede ciò che gli altri non vedono ancora. Nel cantiere sgangherato di questo agosto toscano e piemontese, il tecnico di Certaldo non scuote la testa sconsolato di fronte ai ritardi di mercato. Al contrario, si rimbocca le maniche, affila l'ironia e comincia a plasmare il materiale umano che possiede. La sua Juventus non sarà una squadra costruita in laboratorio, ma una creatura viva, figlia dell'adattamento, della sofferenza e dell'ingegno. C'è un'antica lezione che la filosofia ci insegna e che il calcio, nella sua immortale saggezza popolare, conferma ogni domenica: la perfezione è sterile. Le cose perfette non cambiano, non crescono, non riservano sorprese. La perfezione appartiene ai musei, alle teche di cristallo, ai ricordi imbalsamati. La vita, invece, risiede nell'imperfezione, nel movimento, nel divenire. La Juventus che si affaccia alla stagione 2026/2027 non svela del tutto le sue carte perché, forse, non le ha ancora finite di stampare nella tipografia del mercato. Ma è precisamente in questo stato di grazia e di terrore, in questo "non essere ancora pronti", che risiede il fascino imprevisto e magnifico della nuova stagione. Per troppi anni il popolo bianconero è stato abituato alla dittatura della certezza: la vittoria come un atto dovuto, l'avversario come un intralcio burocratico da sbrigare con il minimo sforzo. Ma quella certezza, alla lunga, aveva finito per anestetizzare l'emozione, trasformando il trionfo in un adempimento e la sconfitta in un dramma inconsolabile. Oggi, l'estate ci regala un dono insperato: il diritto al brivido. Il brivido di non sapere come finirà la prima partita. Il brivido di scoprire se quella difesa rimodellata saprà reggere l'urto; se quei centrocampisti svogliati troveranno l'anima; se la giovinezza di Yıldız saprà caricarsi sulle spalle il peso d'una gloria antica; se la sartoria di Spalletti saprà trasformare un puzzle sgangherato in un capolavoro d'avanguardia. Galeano ha scritto che nella vita un uomo può cambiare di tutto: può cambiare casa, famiglia, fidanzata, religione o partito politico. Ma c’è una sola cosa che non può cambiare: la passione per la propria squadra del cuore. E la passione non si nutre di certezze contabili, si nutre di mistero. La vera forza della Vecchia Signora, alla vigilia di questo nuovo viaggio, non sta nella certezza di ciò che è, ma nel mistero di ciò che Spalletti saprà farla diventare. Perché tifare Juve quando tutto è perfetto è un dovere; amarla quando è un cantiere d'agosto, è pura poesia. Roberto De Frede
La Juve torna a trattare per il Dibu, ma ha un dubbio...
La Juve torna a trattare per il Dibu, ma ha un dubbio...
La Juventus è tornata prepotentemente su Dibu Martínez. Dopo il finale a sorpresa della trattativa tra il giapponese e il PSG — saltata all'ultimo a causa dei dubbi del portiere sulla formula e sulle garanzie di impiego a Parigi — l'Aston Villa ha infatti chiuso in pochissime ore l'accordo con il Parma e trovato un'intesa con il ragazzo, assicurandosene le prestazioni. La Juventus, sempre vigile e spettatrice interessata, dopo aver dimostrato interesse per l'argentino per diverse settimane ed averlo poi accantonato per virare proprio su Suzuki, è ora tornata alla carica per il vicecampione del mondo, che con l'arrivo del pari ruolo diventerebbe praticamente una seconda scelta in quel di Birmingham. La trattativa, tuttavia, resta complessa a causa delle richieste del club inglese, fermo a 10 milioni. La Juventus, infatti, non vorrebbe spingersi oltre i 6-7 milioni, considerato il problema fisico (frattura di una falange) con il quale Martínez convive già da prima del Mondiale. Resta da capire quali siano le condizioni attuali del portiere e se, come si mormora, possa necessitare di un intervento chirurgico. In tal caso, l'assenza dai campi potrebbe essere di circa tre mesi, il che rappresenterebbe un grosso problema per Spalletti.
Lucumì è al J-Medical: visite mediche e firma
Lucumì è al J-Medical: visite mediche e firma
Domenica importante in casa Juventus. In attesa di scoprire chi difenderà i pali della Vecchia Signora nella stagione che sta per cominciare, non vi sono dubbi su chi arriverà a rafforzarne la retroguardia: Jhon Lucumì è arrivato al J-Medical questo pomeriggio per svolgere le visite mediche di rito e firmare il contratto.  Sceso dall'auto che lo ha accompagnato al centro medico, il colombiano è apparso visibilmente felice sfoggiando sorrisi in serie e confermando la voglia matta di cominciare questa nuova avventura. Per un colombiano che arriva, uno che esce. Sono attese novità importanti nelle prossime ore infatti per quanto riguarda l'uscita, direzione Bologna, di Juan Cabal. Domenica rovente, dunque, nel segno dei Cafeteros.
Juve Next Gen, Luca Bruno ceduto in prestito al Piacenza
Juve Next Gen, Luca Bruno ceduto in prestito al Piacenza
Mentre la prima squadra della Juventus non ha ancora il proprio estremo difensore, la Next Gen lavora per produrre un pacchetto di futuri portieri che possano avere un futuro nel calcio dei grandi. In questo senso, dopo la stagione con la rosa di Massimo Brambilla, per il p19enne Luca Bruno si prospetta un'esperienza in Serie D, al Piacenza. Il club biancorosso ha infatti ufficializzato attraverso una nota l'ingaggio del classe 2007 in prestito. Di seguito la nota del club: "Il Piacenza Calcio è lieto di comunicare l’arrivo in prestito, dalla Juventus Football Club, del portiere classe 2007 Luca Bruno" si legge sul sito ufficiale del club che affronterà il Girone B di Serie D".
Accordo tra Parma e Aston Villa per Suzuki. Ecco le cifre
Accordo tra Parma e Aston Villa per Suzuki. Ecco le cifre
Dopo il Sabato di Ferragosto pieno di sorprese, nella giornata odierna é stato definito il futuro di Zion Suzuki. Il portiere giapponese, in seguito all'accordo tra Parma e Aston Villa, volerà in Inghilterra per proseguire la propria carriera. Come riportato sui propri canali social da Fabrizio Romano, l'operazione tra i due club si é conclusa intorno ai 35 milioni di euro. Con la chiusura della trattativa salta definitivamente la possibilità di vedere il classe 2002 giocare per la Juventus. Questo però, potrebbe facilitare l'arrivo a Torino del Dibu Martinez. 
L’Atalanta continua a sognare Nico Gonzalez. La Juve apre le porte
L’Atalanta continua a sognare Nico Gonzalez. La Juve apre le porte
Mentre la trattativa per riportare Nico Gonzalez all'Atletico Madrid non sembra volersi sbloccare, una squadra italiana ha bussato alla porta della dirigenza della Juve per chiedere informazioni sull'argentino. Si tratta dell'Atalanta. Il 28enne, potrebbe trasformarsi in una delle opportunità più interessanti di questa sessione di calciomercato. Una pista che non appare semplice da percorrere ma che, qualora si creassero le giuste condizioni, la squadra bergamasca potrebbe provare a percorrerla. Per i nerazzurri, la necessità di avere un esterno è stata più volte evidenziata da Maurizio Sarri. Nico potrebbe portare duttilità, esperienza internazionale e possibilità di essere impiegato in diverse posizioni tra trequarti, corsie esterne e reparti più offensivi. Per ora chiudere la trattativa resta complesso, ma con l'avvicinarsi della chiusura del mercato non è da escludere che possa sbloccarsi.
Juve, Cabal verso il Bologna. In vista un prestito annuale secco
Juve, Cabal verso il Bologna. In vista un prestito annuale secco
Juan Cabal, esterno colombiano della Juventus, potrebbe ripartire dal Bologna durante la prossima stagione. Come riporta "Sportal.it" il giocatore bianconero, il quale avrebbe poche chance di avere spazio con Spalletti, sarebbe molto vicino al passaggio in Emilia. La situazione si sarebbe agevolata grazie ai rapporti tra i due club, i quali sono entrambi felici dell'esito dell'operazione che ha portato a Torino Lucumì. Cabal dovrebbe approdare ai felsinei prima dell'inizio del campionato con la formula del prestito annuale secco.
Juve, c’è l’offerta all’Aston Villa per il Dibu Martinez
Juve, c’è l’offerta all’Aston Villa per il Dibu Martinez
Come riportato pochi istanti fa da "Sky Sport Uk" la Juventus ha inoltrato un'offerta da 10 milioni euro circa (8,5 milioni di sterline) all'Aston Villa per l'acquisto del Dibu Martinez. I bianconeri dunque sembrerebbero sicuri della scelta, adesso rimane da attendere la risposta del club inglese per vedere quale sarà la cifra finale dell'operazione e se riusciranno a trovare un accordo in pochi minuti. Seguiranno aggiornamenti.
Juve, manca poco per l’accordo con Kessiè. Sarà lui il colpo?
Juve, manca poco per l’accordo con Kessiè. Sarà lui il colpo?
Frank Kessiè, svincolato dopo l'ultima esperienza in Arabia, potrebbe essere il prossimo colpo della Juventus di questa sessione di calciomercato. Come riporta "Sportal.it", con l'uscita di Cabal in direzione Bologna, il nazionale ivoriano potrebbe raggiungere Torino ed iniziare, finalmente, il lavoro con Spalletti e compagni. L'offerta dei bianconeri per il classe 1996 sarebbe sempre la stessa: un contratto di 3 anni a 4,5 milioni di euro stagione con un bonus alla firma. Il calciatore sembrerebbe propenso ad accettare, soprattutto dopo aver rifiutato l'ultima offerta di rinnovo da parte dell'Al Ahli. Vedremo quali saranno gli sviluppi 
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