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Ecco a voi la nuova Juventus… Il cantiere della fenice e l’infallibile arte dell’incompiuto
Ecco a voi la nuova Juventus…  Il cantiere della fenice e l’infallibile arte dell’incompiuto
C’è un luogo indefinito dove il pallone rifiuta di farsi pura aritmetica. È lì, tra l’asfalto che scotta e il soffio del vento, che il gioco torna a essere un’arte imperfetta. Un’arte dell’incompiuto. A Torino, mentre il mese di agosto distende la sua calura pesante sul corso del Po e le piazze si svuotano d’uomini per riempirsi di silenzio, il tempo sembra fermarsi. La città sabauda, famosa per la sua compostezza rigida, per le sue geometrie perfette e la sua solida razionalità, d'estate pare sospendere il giudizio. Le persiane dei palazzi d'epoca si chiudono per proteggere l'ombra; i viali alberati giacciono sotto la luce accecante come giganti stanchi. Ma se ci si spinge verso la periferia nord, là dove l’asfalto della Continassa incrocia i confini dell’utopia e del ferro, si scopre che c’è un cantiere dove le macchine non riposano mai. È il cantiere della Vecchia Signora. Mentre il tifoso cerca refrigerio all'ombra di un'illusione o lungo una spiaggia lontana, alla Continassa si lavora senza sosta. Non si sentono solo i tacchetti sui campetti d'allenamento, ma il picchiettare metallico degli scalpelli, il fragore delle travi demolite e il fischio dei capomastri che tentano di gettare le fondamenta di una nuova cattedrale. La stagione 2026/2027 sorge all’orizzonte senza l'inaugurazione ufficiale di un monumento finito, senza il taglio del nastro rosso a cui la storia bianconera aveva abituato i suoi devoti. È una vigilia strana, sospesa, quasi metafisica. La Juventus non si presenta al gran ballo con l'abito da gran gala già stirato e impeccabile; si presenta in maniche di camicia, con le mani sporche di calce, la polvere sulle scarpe e lo sguardo fisso sul disegno di un progetto che ancora non si vede nella sua interezza. Tutti noi siamo fatti di atomi, ma anche di storie. E la storia recente della Juventus è stata un poema epico fatto di colossi e di giganti, una rincorsa sfrenata verso una grandezza che a un certo punto ha preteso di superare persino la natura delle cose. L’addio di Dusan Vlahović, consumatosi a parametro zero come un veliero che svanisce nella nebbia senza lasciare un solo soldo di dazio nella cassaforte del porto, segna la fine definitiva e irrevocabile di quell’epoca. Un’era iperbolica, muscolare, costruita sulla convinzione che il talento potesse essere comprato a gettone e che la grandezza si misurasse solo attraverso l'assegno più alto. Vlahović, il centravanti monolite, l'eroe tragico arrivato per spaccare le porte e rimasto imbrigliato nel peso del suo stesso costo, se n'è andato. Con lui si sgretola l'ultimo pilastro di una filosofia che confondeva il valore con il prezzo. Ed è proprio qui che sorge il paradosso supremo. La Juventus si ritrova oggi spogliata dei suoi costosi ed estrosi simulacri, priva di un centro di gravità permanente. Come l'uomo moderno descritto dai filosofi dell'esistenzialismo, non ha più un dogma centrale a cui aggrapparsi per sentirsi sicura. Eppure, per una legge non scritta ma scolpita nel marmo di cento anni di storia, essa resta inesorabilmente condannata a dover vincere. Vincere per statuto esistenziale, vincere per pretesa genetica, vincere perché non conosce altro modo di abitare il tempo. Come si può esigere la perfezione da chi si sta ancora ricostruendo? Come si può chiedere l'oro a chi sta ancora fondendo il metallo? È il dilemma dell'alchimista. La Juventus deve rinascere dalle sue stesse ceneri — come la Fenice dei miti antichi — ma deve farlo correndo, senza avere il tempo di specchiarsi nella propria vulnerabilità. Se il calcio fosse unicamente logica, basterebbe un foglio di carta, un gesso bianco e una lavagna tattica per spiegare il futuro. Ma il calcio è passione, è errore, è teatro dell’assurdo. E la Madama che si appresta a varcare la soglia del nuovo campionato assomiglia molto più a un’opera lirica di cui i musicisti stanno ancora accordando gli strumenti mentre il sipario si sta già alzando sordo di fronte al pubblico pagante. Prendete la questione della porta. Il portiere, nel dizionario poetico del pallone, non è un giocatore qualunque. È il solitario per eccellenza, l'uomo vestito di un colore diverso che guarda il mondo alla rovescia, l'unico a cui è concesso l'uso delle mani per fermare la fuga del tempo e della palla. È l’ultimo baluardo tra l’ordine e il caos. In questa estate strana, la sedia del custode della porta bianconera è rimasta drammaticamente vuota. Michele Di Gregorio, simbolo di discreta normalità, il portiere artigiano giunto a Torino tra gli applausi dell'umiltà, si è ritrovato improvvisamente scaricato, messo da parte come un abito fuori moda prima ancora di aver potuto mostrare del tutto la trama del suo tessuto, a quanto pare non proprio di pregio. E così si è scatenata la caccia affannosa, quasi nevrotica. Dalla ricerca dell'usato sicuro fino alla tentazione di scommesse esotiche e suggestive — da Vicario, custode dai riflessi di gatto, fino alla suggestione venuta da lontano, il giapponese Suzuki. La porta della Juventus, per decenni tempio sacro custodito da sacerdoti della continuità e da italiani campioni del mondo, somiglia oggi a quel gioco d'infanzia in cui la musica suona, tutti girano in tondo e quando il suono tace ci si accorge che le sedie non bastano per tutti. C'è un'angoscia filosofica nel vedere la porta incerta: se trema la solitudine del numero uno, trema l'intera architettura della casa. Poco più avanti rispetto a quella solitudine incerta, le mura perimetrali del castello raccontano un'altra storia fatta di cicatrici e lavori in corso. La difesa della Juventus, storicamente scolpita nel granito e nell'incrollabile culto del non prenderle, si ritrova oggi riprogettata con il gesso e la squadra da disegno. Se Bremer rappresenta la colonna superstite di una logica muscolare — l'ultimo baluardo capace di reggere l'urto dei giganti avversari — attorno a lui si consuma una vera e propria rivoluzione geometrica. Non ci sono più i vecchi senatori a dettare il passo con la severità dei padri fondatori; c’è invece una truppa di guardie giovani, dinamiche, chiamate a difendere non più occupando uno spazio rigido, ma leggendo il tempo prima ancora dell'avversario. Gatti – salvo cessioni probabili - porta in dote il suo orgoglio ruvido, quella grinta d'altri tempi che profuma di polvere e rivalsa; attorno a lui si muovono terzini e braccetti moderni, ibridi, spinti dalla necessità di farsi interpreti di un calcio liquido dove il confine tra il difendere e il costruire sfuma in una continua transizione. È una retroguardia che promette coraggio, ma che deve ancora imparare l'arte della sintonia assoluta. Perché una difesa non è soltanto la somma dei centimetri dei suoi interpreti, ma un'orchestra muta che deve saper respirare allo stesso ritmo: un passo di troppo in avanti ed è la catastrofe, un centimetro di ritardo indietro ed è il crollo. Che Kelly, Kalulu e Cedrik siano all’altezza! E poi c’è la terra di mezzo, il centrocampo. In quella porzione di campo dove si decide la sorte delle battaglie, la Juventus si presenta con un abito arlecchino, fatto di pezzi cuciti insieme da sarti diversi in epoche diverse. Da una parte ci sono le certezze del popolo, i soldati della continuità che hanno firmato rinnovi vissuti quasi come un atto di fede: Manuel Locatelli e Weston McKennie. Giocatori di fatica, di appartenenza, di sostanza senza fronzoli, comunque lontanissimi dai campioni che erano soliti calcare quelle zolle di campo. Dall'altra parte, invece, galleggiano i nodi irrisolti, gli enigmi costati decine di milioni che dovevano cambiare il volto della squadra e che invece stanno ancora cercandosi nello specchio: Douglas Luiz e Teun Koopmeiners. Il brasiliano dal palleggio vellutato e l'olandese – augurandomi in partenza - dalla ex falcata geometrica si aggirano per il campo come aristocratici caduti in disgrazia, in perenne cerca di dote e d'identità. Possono coesistere la ruvida concretezza di chi corre per sopravvivere e la sofisticata incompiutezza di chi dovrebbe illuminare la scena? È il grande dilemma del centrocampo bianconero: un reparto fisicamente imponente, colossale negli uomini, che deve ancora scoprire se le sue gambe sapranno danzare la stessa musica. Spostando lo sguardo venti metri più avanti, la situazione non svela certezze, ma moltiplica le domande. Senza più il centravanti totemico intorno a cui far ruotare i pianeti della squadra, il reparto d'attacco bianconero si presenta lungo, imprevedibile, affollato ed eclettico. Ci sono i volti nuovi e i ritorni di fiamma: la velocità elettrica di Kolo Muani, l'astuzia sorniona di Jonathan David, la fantasia anarchica di Jeremie Boga e le accelerazioni quasi fanciullesche di Francisco Conceição, e il redivivo ex ospedalizzato Milik. Un'accoppiata di piedi veloci, di dribbling stretti, di calciatori che amano la sfumatura piuttosto che l'urto frontale. Ma la domanda s'impone, severa come un dogma filosofico: siamo di fronte alla nascita di una splendida e moderna democrazia del gol, dove chiunque può farsi carnefice e poeta, o siamo immersi in una pericolosa confusione d'identità? Un attacco senza una gerarchia di pietra rischia di essere come un'orchestra senza un primo violino: ogni strumento suona una splendida melodia, ma il risultato rischia di sfociare in una faticosa cacofonia. Quando manca il riferimento fisso, la squadra deve imparare a pensare per assonanze, a fidarsi dell'intuito, ad accettare che il gol non sia più una sentenza annunciata, ma la conseguenza di un'ispirazione estemporanea. Eppure, a dispetto della polvere del cantiere, a dispetto di una dirigenza targata Carnevali costretta a navigare a vista nel mare perennemente agitato delle plusvalenze necessarie, delle uscite dolorose e delle trattative lampo concluse prima del crepuscolo, c’è una luce che brilla nella notte della Continassa. C'è un filo d'oro a cui l'anima del tifoso può aggrapparsi per non smarrirsi. In un calcio ormai ridotto a un freddo algoritmo di numeri, metriche attese ed expekted goals, c'è un ragazzo che porta sui piedi la sovversione della bellezza. Kenan Yıldız. La maglia numero 10, posata sulle sue spalle giovani ma non fragili, non è più un azzardo o una scommessa da copertina. È diventata l'unico dogma tattico e filosofico su cui ha senso posare gli occhi. Quando Yıldız tocca il pallone, la gravità sembra concedersi una pausa. Il suo controllo di palla ha la grazia di un verso di Neruda e la spietatezza di un taglio di tela di Fontana: è la rottura dello schema, è l'estetica pura che sopravvive all'impero dei bilanci. In un cantiere pieno di tubi innocenti e mattoni a vista, Yıldız è la statua di marmo già scolpita al centro della piazza. È il faro nella nebbia. Quando il gioco si fa buio, quando le idee dei compagni si annebbiano sotto la fatica dell'estate, basta dare la palla a quel ragazzo con la Dieci per ricordare a tutti perché siamo qui. Non per contare i denari, ma per trattenere il fiato di fronte a un dribbling che sterza il destino. E poi c'è il capomastro. Luciano Spalletti. Non è mai stato un allenatore da piatti pronti, di quelli che pretendono la spesa fatta nei mercati più lussuosi del mondo per poi limitarsi a girare la chiave nell'accensione del motore. No. Spalletti è un artigiano. È uno scultore toscano che ama il blocco di pietra che presenta venature imperfette, crepe e asperità. È un sarto che preferisce cucire l'abito prendendo le misure direttamente sulla carne viva del tessuto che ha a disposizione. La sua storia parlante, scolpita nei campi di provincia come sulle panchine più prestigiose d'Italia, racconta che il suo calcio migliore non è mai nato dall'opulenza o dalla certezza di schemi prestabiliti. È nato sempre dal caos apparente. Nasce quando gli si consegna una collezione di equivoci tattici e lui, con la pazienza del filosofo e l'ostinazione dell'agricoltore, comincia a spostare i pezzi di pochi centimetri. Un trequartista convertito in regista, un'ala trasformata in falso centravanti, un terzino allineato sulla linea dei mediani. Spalletti vede ciò che gli altri non vedono ancora. Nel cantiere sgangherato di questo agosto toscano e piemontese, il tecnico di Certaldo non scuote la testa sconsolato di fronte ai ritardi di mercato. Al contrario, si rimbocca le maniche, affila l'ironia e comincia a plasmare il materiale umano che possiede. La sua Juventus non sarà una squadra costruita in laboratorio, ma una creatura viva, figlia dell'adattamento, della sofferenza e dell'ingegno. C'è un'antica lezione che la filosofia ci insegna e che il calcio, nella sua immortale saggezza popolare, conferma ogni domenica: la perfezione è sterile. Le cose perfette non cambiano, non crescono, non riservano sorprese. La perfezione appartiene ai musei, alle teche di cristallo, ai ricordi imbalsamati. La vita, invece, risiede nell'imperfezione, nel movimento, nel divenire. La Juventus che si affaccia alla stagione 2026/2027 non svela del tutto le sue carte perché, forse, non le ha ancora finite di stampare nella tipografia del mercato. Ma è precisamente in questo stato di grazia e di terrore, in questo "non essere ancora pronti", che risiede il fascino imprevisto e magnifico della nuova stagione. Per troppi anni il popolo bianconero è stato abituato alla dittatura della certezza: la vittoria come un atto dovuto, l'avversario come un intralcio burocratico da sbrigare con il minimo sforzo. Ma quella certezza, alla lunga, aveva finito per anestetizzare l'emozione, trasformando il trionfo in un adempimento e la sconfitta in un dramma inconsolabile. Oggi, l'estate ci regala un dono insperato: il diritto al brivido. Il brivido di non sapere come finirà la prima partita. Il brivido di scoprire se quella difesa rimodellata saprà reggere l'urto; se quei centrocampisti svogliati troveranno l'anima; se la giovinezza di Yıldız saprà caricarsi sulle spalle il peso d'una gloria antica; se la sartoria di Spalletti saprà trasformare un puzzle sgangherato in un capolavoro d'avanguardia. Galeano ha scritto che nella vita un uomo può cambiare di tutto: può cambiare casa, famiglia, fidanzata, religione o partito politico. Ma c’è una sola cosa che non può cambiare: la passione per la propria squadra del cuore. E la passione non si nutre di certezze contabili, si nutre di mistero. La vera forza della Vecchia Signora, alla vigilia di questo nuovo viaggio, non sta nella certezza di ciò che è, ma nel mistero di ciò che Spalletti saprà farla diventare. Perché tifare Juve quando tutto è perfetto è un dovere; amarla quando è un cantiere d'agosto, è pura poesia. Roberto De Frede
Nico, ci sarebbe anche l'Atalanta ma...
Nico, ci sarebbe anche l'Atalanta ma...
L'Atalanta sarebbe  interessata a Nico Gonzalez per rinforzare l'attacco, ma l'operazione è frenata dalla distanza sulla valutazione economica del cartellino rispetto alla richiesta della Juventus. La trattativa si scontra sulla richiesta bianconera, che supera i 25 milioni di euro per una cessione a titolo definitivo. Giuntoli non vorrebbe invece andare oltre un prestito con diritto di riscatto per completare la sua fase offensiva con l'argentino che lui stesso portò a Torino dalla Fiorentina per una cifra attorno ai 40 milioni. 
Juve è ancora emergenza portiere: a Frosinone toccherà a Perin..
Juve è ancora emergenza portiere: a Frosinone toccherà a Perin..
Dopo oltre due mesi di ricerca sul mercato, la Juventus è ancora senza un portiere titolare. Difficilmente dunque domenica prossima nel debutto a Frosinone tra i pali ci sarà un volto nuovo. Dunque toccherà ancora a Mattia Perin difendere i pali della Juve, consapevole che in ogni caso sul mercato si è alla ricerca di una soluzione diversa. Di Gregorio si accomoderà in panchina, cosi come ha fatto nell'amichevole con il Palermo, in attesa di offerte ritenute interessanti nell'ultima fase del mercato. Per il momento il portiere sembra intenzionato a non accettare l'idea di un ritorno al Monza.
Si lavora in vista di Frosinone, oggi doppia seduta.
Si lavora in vista di Frosinone, oggi doppia seduta.
La Juventus è tornata ieri al lavoro dopo aver beneficiato di tre giorni di riposo. La principale novità riguardano Thuram ed  Ekhator, il primo ha svolto una parte dell'allenamento  insieme al resto del gruppo, il secondo invece ha proseguito nel lavoro individuale sul campo.  Le condizioni di entrambi i calciatori lasciano saranno valutate con grande attenzione.Oggi prevista alla Continassa una doppia seduta. 
Juventus-Sassuolo 3-0, 15 agosto 2022: il Ferragosto di Di Maria e Vlahovic prima della stagione più tormentata
Juventus-Sassuolo 3-0, 15 agosto 2022: il Ferragosto di Di Maria e Vlahovic prima della stagione più tormentata
Il 15 agosto 2022, nel pieno di un Ferragosto torinese, la Juventus cominciava la sua stagione di Serie A con una vittoria netta: 3-0 al Sassuolo all'Allianz Stadium. Era una Juventus che si presentava al nuovo campionato con diverse novità e con la voglia di ripartire dopo una stagione precedente senza trofei. In campo c'erano i nuovi acquisti Ángel Di María e Gleison Bremer, e per il Fideo quella sera sarebbe diventata subito speciale. La partita si sbloccò al 26': Alex Sandro crossò dalla sinistra e Di María, con una splendida conclusione di sinistro, firmò il suo primo gol con la maglia della Juventus. Un debutto da protagonista per l'argentino, subito capace di lasciare il segno davanti al proprio pubblico. Prima dell'intervallo arrivò il raddoppio. Vlahovic si procurò il calcio di rigore e lo trasformò al 43', portando la Juventus sul 2-0. Nella ripresa, appena iniziato il secondo tempo, fu ancora il serbo a trovare la rete, questa volta servito proprio da Di María, per il definitivo 3-0. Tre punti e una partenza che sembrava promettere bene. Una Juventus convincente, capace di chiudere la prima giornata senza subire gol e con la coppia Di María-Vlahovic immediatamente protagonista. Ma nessuno, in quella calda sera di Ferragosto, avrebbe potuto immaginare quanto quella stagione sarebbe diventata diversa da come era iniziata. Quella 2022-2023 sarebbe infatti passata alla storia come una delle annate più tormentate della Juventus. Ci fu anche la pausa completamente anomala per il Mondiale in Qatar, disputato tra novembre e dicembre, che spezzò il campionato nel suo momento centrale. Ma soprattutto, nei mesi successivi, esplose la vicenda giudiziaria e sportiva legata all'inchiesta Prisma, alle plusvalenze e alle cosiddette manovre stipendi. Il 28 novembre 2022 arrivò uno dei momenti più traumatici: l'intero Consiglio di Amministrazione della Juventus rassegnò le dimissioni, in un contesto segnato dalle questioni legali e tecnico-contabili che stavano investendo il club. Pochi mesi dopo sarebbe arrivata anche la pesante penalizzazione sportiva per il caso plusvalenze, in una vicenda che avrebbe accompagnato la Juventus per tutta la seconda parte della stagione e che avrebbe lasciato conseguenze profonde. Ed è proprio questo che rende particolare riguardare oggi quella partita. Quel 3-0 al Sassuolo sembrava l'inizio di una nuova stagione, con Di María appena arrivato, Vlahovic pronto a prendersi la Juventus e una squadra che sembrava poter tornare protagonista. Invece, pochi mesi più tardi, il club sarebbe stato travolto da una vicenda destinata a lasciare strascichi profondissimi, dentro e fuori dal campo. Il calcio, però, a volte conserva immagini che rimangono separate da tutto ciò che viene dopo. E quella sera del 15 agosto resta soprattutto la notte del primo gol di Di María in bianconero, della doppietta di Vlahovic e di una Juventus che, almeno per una notte, sembrava poter guardare al futuro con fiducia. Nessuno poteva ancora sapere che quella vittoria di Ferragosto sarebbe stata soltanto l'inizio di una delle stagioni più controverse e travagliate della storia recente della Juventus.
Juve, occhi su Fofana: manca un profilo come il suo in rosa
Juve, occhi su Fofana: manca un profilo come il suo in rosa
È notizia di ieri che Youssouf Fofana, messo ufficialmente sul mercato dal Milan e fuori dal progetto di Amorim, abbia attratto l'interesse della Juventus. I bianconeri valutano un'operazione che potrebbe concretizzarsi anche attraverso uno scambio (Nico González?), a fronte di una valutazione di circa 15-20 milioni di euro fatta dai rossoneri. Il centrocampista francese è un giocatore muscolare, intenso, essenziale, in grado di garantire copertura, recupero palla e fisicità. Al Milan ha già dimostrato grande flessibilità agendo sia da mediano sia da mezzala, facilitando i compiti dei compagni più creativi o di spinta. Un vero e proprio scudiero. Nel centrocampo a due della Juve, affiancando un giocatore di fantasia e regia, Fofana rappresenterebbe l'elemento di rottura che attualmente manca in rosa. Potrebbe agire da vice-Locatelli o comporre con lui una mediana d'urto per partite ad alta intensità, ma anche sopperire ad alcune lacune nella copertura del campo in fase di non possesso di Douglas Luiz, sempre più protagonista dell'estate bianconera e candidato a un ruolo da playmaker. Senza dimenticare la possibilità di condividere la mediana con il connazionale Khéphren Thuram, appena tornato ad allenarsi con il gruppo e che alla Continassa attendono con ansia. Insomma, è presto per sapere se l'abboccamento possa avere un seguito concreto, ma in ogni caso le caratteristiche di Fofana sono indubbiamente preziose e assenti nel roster juventino, e la sua candidatura andrà tenuta in considerazione in quest'ultima fase del mercato caratterizzata dalle opportunità.
Corradi non è una scommessa: dopo il Trento vuole prendersi la Juventus
Corradi non è una scommessa: dopo il Trento vuole prendersi la Juventus
La Juventus Next Gen aggiunge un altro tassello alla propria rosa. Il nuovo rinforzo per la squadra di Massimo Brambilla è Christian Corradi, difensore classe 2005 arrivato dall'Hellas Verona dopo una stagione importante vissuta con la maglia del Trento. Un'operazione che racconta bene la filosofia della seconda squadra bianconera: puntare su giovani, ma già con esperienza nel calcio professionistico. Corradi conosce già la Serie C Il punto di partenza è proprio questo. Corradi non arriva alla Juventus Next Gen per scoprire la Serie C: il campionato lo conosce già molto bene. Nell'ultima stagione, con il Trento, ha raccolto complessivamente 33 presenze tra i professionisti, confermandosi un elemento importante della squadra e accumulando un'esperienza preziosa per un ragazzo del 2005. È stata la sua prima vera stagione con continuità tra i professionisti dopo la precedente esperienza al Catanzaro, dove non era riuscito a trovare spazio in Serie B. A Trento, invece, Corradi ha avuto la possibilità di giocare, crescere e misurarsi settimana dopo settimana con la Serie C. Un difensore centrale, ma non solo Corradi è principalmente un difensore centrale, dotato di struttura fisica e capacità nel gioco aereo, ma può essere utilizzato anche come terzino. Una duttilità che può tornare utile a Brambilla durante una stagione lunga e impegnativa. Il suo arrivo permette alla Juventus Next Gen di inserire in rosa un giocatore che ha già affrontato il calcio dei grandi e che quindi non avrà bisogno di un lungo periodo di adattamento. Il prossimo passo sarà però dimostrare di poter confermare quanto fatto a Trento in una realtà con pressioni e aspettative completamente diverse. Dall'Italia alla Juventus Il percorso di Corradi non si è sviluppato soltanto nei club. Il difensore ha fatto parte delle nazionali giovanili italiane, partecipando all'Europeo Under 19 del 2024 e al Mondiale Under 20 del 2025. Nel giugno 2026 è arrivata anche la convocazione con l'Italia Under 21, ulteriore conferma del percorso di crescita intrapreso. Adesso arriva la Juventus, con un'operazione che prevede il prestito con diritto di riscatto. Il club bianconero avrà quindi una stagione per valutarne la crescita e decidere se trasformare l'investimento in un acquisto definitivo. Il suo idolo? Giorgio Chiellini C'è poi un dettaglio particolarmente significativo per chi arriva alla Juventus da difensore. Giorgio Chiellini è infatti l'idolo dichiarato di Corradi, uno dei giocatori ai quali il giovane centrale ha sempre guardato come modello. Ora avrà l'opportunità di vestire la stessa maglia indossata per anni dal suo idolo e di continuare il proprio percorso all'interno di una società che ha fatto della Next Gen uno dei principali strumenti per accompagnare i giovani verso il calcio professionistico di alto livello. Un altro tassello per Brambilla Corradi si aggiunge agli altri innesti arrivati in questa estate e va a completare ulteriormente il gruppo affidato a Brambilla, confermato alla guida della Next Gen fino al 2028. La missione sarà chiara: affrontare la Serie C con una squadra giovane, ma competitiva, e permettere ai giocatori di trasformare il talento in continuità. Corradi parte da una posizione interessante, perché la Serie C l'ha già conosciuta e l'anno scorso ha dimostrato di poterci stare. Ora la Juventus gli offre un'altra occasione: non più soltanto giocare tra i professionisti, ma dimostrare di poter diventare un giocatore da Juventus.
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