Spalletti si carica la Juve, Conte l'aspetta da fuori. Ma la società deve avere le idee chiare!
Nel giro di ventiquattr'ore i tifosi della juve hanno ascoltato due uomini parlare della stessa cosa: che cosa significa stare dentro questo club. Sabato Luciano Spalletti, tre ore in redazione a Tuttosport. Lunedi Antonio Conte, a The Athletic. Messe in fila, le due interviste dicono più di quanto vogliano dire.
Spalletti ha scelto di non nascondersi dietro l'aumento di capitale. Poteva usarlo come scudo, "la proprietà ci crede, la famiglia tiene alla Juve", e infatti lo cita come garanzia di stabilità. Ma la frase che resta è un'altra: «Sento 250 milioni di responsabilità». Non un budget da spendere, che sarebbe un errore di lettura, ma una cambiale firmata davanti ai tifosi. Aggiunge che qui si compete con sé stessi, non con gli altri, e parla di una Juve che deve tornare a rendere orgogliosa la sua gente. Dopo la sconfitta con il Sassuolo non cerca alibi.
Poi c'è Conte, che non nomina nessuno. Dice di voler andare in uno dei club che hanno «perso di vista la propria storia», per farla risplendere di nuovo, e che in un posto così non si va per partecipare ma per competere. Nessun nome, nessuna offerta, nessun contatto dichiarato. Eppure basta il ritratto: una grande storia, una pressione enorme, un club da rimettere in piedi. A Torino quell'identikit si riconosce al primo sguardo, e in questi giorni lo hanno letto in tanti.
Qui sta il punto che a me interessa di più. I due non parlano di cose diverse, parlano della stessa cosa da lati opposti. Spalletti dice che la storia della Juve è un peso che si porta addosso ogni mattina. Conte dice che la storia è qualcosa che un club può smarrire e che qualcuno deve venire a ritrovare. Sono due idee di allenatore: uno si carica la Juve sulle spalle e lavora, l'altro si propone come chi la salva. La seconda è più comoda da raccontare, ma è anche quella che non paga nessun conto oggi.
Va detto con onestà: Conte ha tutto il diritto di dire cosa cerca, ed è libero. Non è lui il problema. Il problema è che ogni sua parola trova a Torino un terreno già pronto, e questo dipende da quello che la Juve è stata negli ultimi anni, non da lui. Tre allenatori in poco tempo, una squadra che a inizio stagione ancora cerca la sua identità, una proprietà che ricapitalizza per tenere in piedi i conti. In un club così, ogni "ex" che parla di storia smarrita diventa un giudizio sul presente.
Per questo la parte più interessante non è nelle parole dei due allenatori, ma in quelle di Carnevali. L'amministratore delegato ha liquidato la cosa con una formula netta: Conte è un amico e un tecnico di livello altissimo, ma non è mai stato un pensiero della società. Oggi serve continuità, e Spalletti ha uno staff capace. Era il messaggio giusto da mandare. Resta il rischio che una frase detta a voce, in un momento di calma, non basti se il campo non risponde.
Perché il vero termine di paragone non sono le interviste ma le partite. Spalletti ha messo il suo nome sopra una responsabilità da 250 milioni; da oggi ogni risultato la rende più pesante o più leggera. A lui si chiede di trasformare le parole in una squadra che migliori davvero, a partire dai reparti che ancora non funzionano. Alla società si chiede qualcosa di meno visibile ma altrettanto importante: proteggere il lavoro in corso, senza lasciare che un'ombra, per quanto illustre, decida il clima dello spogliatoio.
Conte può aspettare il club giusto. La Juve non può permettersi di aspettare, non più!
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