Una Juventus mezza “matata” all’assalto del sottomarino giallo e di un sogno…

Una Juventus mezza “matata” all’assalto del sottomarino giallo e di un sogno…TUTTOmercatoWEB.com
© foto di Gianfranco Irlanda
domenica 20 febbraio 2022, 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
Dal pugnace e grigio Derby della Mole alla speranza della Reconquista nella città di Vila Real, lungo l'antica Via Augusta, monumento di antiche glorie patrie.

Le fiabe cominciano sempre con “C’era una volta”. Allora probabilmente il derby non ha più quel sapore onirico e mitico di una volta. C’era una volta il derby, verrebbe da dire, ma soltanto per scandirlo temporalmente. Leggendari quelli degli anni Settanta. Una sfida che raccoglieva furori non soltanto calcistici, ma sociali, economici e culturali. Giorni, precedenti e seguenti, pregni di emozioni, ansie, discussioni. Tutto questo c’è stato? Non me ne sono accorto, e non perché risieda lontano da Torino. Oltre ad un amaro pareggio, che Derby della Mole abbiamo visto venerdì? Una partita scompigliata, dialetticamente confusionaria, dove i granata hanno messo in campo l’unico loro punto di forza, il solito agonismo giustamente antibianconero. E la Juventus? I suoi punti deboli disseminati in questa bislacca stagione: una lentezza che avrebbe fatto il paio con la lumaca collodiana, uno stato fisico misteriosamente deficitario, falcidiata da infortuni di natura muscolare (addirittura, quello di Rugani, avvenuto qualche minuto prima del fischio iniziale); una panchina corta qualitativamente; la mancanza cronica di un faro del centrocampo.

Vlahović, grande centravanti, non è però il “messia”. Il suo è un ruolo “terminale”, e ha bisogno, per essere devastante, che gli ingranaggi dietro di lui girino in modo, oserei dire, cronometrico. La sintonia con Morata è da coppie d’attacco storiche d’altri tempi, ma non illudiamoci che da solo possa risolvere i mali che affliggono la Juventus da qualche anno. Dybala non ha ancora trovato la sua precisa collocazione in campo - si sbrighi, gli anni passano! -, non dimenticando mai che sulle spalle ha l’onore e l’onere di un numero magico, il 10. Svaria tra interventi difensivi, che non fanno altro che indebolire i suoi muscoli di cristallo, e azioni quasi mai finite sulle fasce laterali. Forse per il tridente, così come visto nelle ultime partite, sarebbe più adatto un Chiesa (che peccato quell’infortunio!)? O un Bernardeschi (degenza permettendo!)? Mentre Paolino il genio sarebbe più utile in uno schema diverso, dietro le due punte a inventare? Ad Allegri, croce e delizia, l’ardua sentenza, per cominciare l’avventura europea e ascoltare per quante più partite possibili, l’inno della Champions.

Già. Martedì prossimo, per chi si fosse messo in ascolto solo ora… distratto, tra un mercato di riparazione e vecchie scadute ma sempiterne attuali diatribe arbitrali, c’è l’ottavo di finale di Coppa dei Campioni… fatemela chiamare qualche volta ancora romanticamente così. Si comincia, palla al centro, e in una stagione come questa, tutto è possibile. Se il calcio ha nell’imprevedibilità la sua caratteristica distintiva, la Champions lo supera, aggiungendo parentele mefistofeliche di faustiana memoria. La Juventus di certo non parte favorita per alzare il trofeo continentale, ma nel 1983 ad Atene contro l’Amburgo sì; così anche a Monaco nel 1997 e ad Amsterdam nel 1998, e sappiamo bene che finale tragico si palesò.

La coppa dalle grandi orecchie, è una cosa a parte. Non è un torneo, non è un derby; è un’emozione, un sogno. "Perché nasca una prateria, bastano un trifoglio, un'ape e un sogno. E se non ci sono le api e il trifoglio, può bastare anche il sogno" - scriveva Emily Dickinson -, e la voglia di sognare, aggiungo io. Credo che solo una cosa renda impossibile la realizzazione di un sogno: la paura di fallire. La Juventus deve a se stessa e ai tifosi, proprio in questa annata contraddistinta da punti interrogativi, il coraggio e la temerarietà. Capitan Chiellini e i suoi prodi devono prima sognare le loro vittorie, e poi dipingerle in campo.

Il Villareal è il trampolino di lancio che potrebbe catapultare la brigata bianconera verso confini che sono rimasti da anni inesplorati. La squadra spagnola, per la sua casacca di colore giallo, ha un soprannome stravagante, risalente alla fine degli anni Sessanta, quando i suoi tifosi cantavano alla fine di ogni gara al Madrigal la canzone dei Beatles “Yellow submarine”. Che siano di buon auspicio per la Juventus i versi di Paul McCartney “So we sailed on to the sun, Till we found a sea of green”, affinchè i ragazzi di Allegri continuino a navigare verso il sole fino a trovare un mare verde… che niente altro si può immaginare sia che il manto erboso della Gazprom Arena di San Pietroburgo.