Analisi tattica Juventus: cosa cambia tra Cagliari e Benfica e cosa ci dicono le due prestazioni della Juve di Spalletti

Analisi tattica Juventus: cosa cambia tra Cagliari e Benfica e cosa ci dicono le due prestazioni della Juve di SpallettiTUTTOmercatoWEB.com
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Ieri alle 23:15Primo piano
di Nerino Stravato

Due partite diverse nel risultato, ma molto più simili di quanto possa sembrare nella struttura di gioco e nei principi tattici. La sconfitta di Cagliari per 1-0 e la vittoria europea contro il Benfica per 2-0 raccontano una Juventus di Spalletti che ha ormai un’identità chiara, ma che vive ancora di dettagli decisivi e di limiti strutturali evidenti.

A Cagliari la Juventus ha probabilmente giocato una delle sue partite più dominanti dal punto di vista territoriale. Possesso palla altissimo, controllo del ritmo, riaggressione feroce e avversario quasi sempre schiacciato nella propria metà campo. Il dato è emblematico: un solo tiro in porta concesso, quello del gol subito su calcio piazzato. Una partita persa più per episodi che per demeriti reali, aggravata però dalla cronica difficoltà nel riempire l’area di rigore contro difese basse e compatte.

Il problema emerso in Sardegna non è stato tanto la costruzione, quanto la finalizzazione. Senza un centravanti di peso, con David spesso isolato e con McKennie meno incisivo negli inserimenti, i cross prodotti – soprattutto dopo le giocate di Yildiz – non hanno trovato soluzioni concrete. È il limite strutturale di questa squadra: quando l’avversario si chiude e concede poco spazio centrale, i centimetri e la presenza in area diventano determinanti.

Contro il Benfica, paradossalmente, la Juventus è stata inizialmente meno pulita rispetto a Cagliari. Nel primo tempo la gestione del possesso è stata più sporca, con diverse transizioni concesse e meno controllo posizionale. Ma qui emerge una differenza fondamentale: la capacità di adattamento. Nella ripresa Spalletti aggiusta la squadra, accorcia le distanze tra i reparti e ritrova quella verticalità feroce che è uno dei pilastri del suo calcio.

Il secondo tempo europeo è la fotografia della Juve che Spalletti vuole costruire. Khéphren Thuram inizia finalmente a interpretare il ruolo richiesto: non solo fisicità e copertura, ma inserimenti in zona gol. Il suo gol nasce proprio da questo principio. Subito dopo, McKennie torna a essere ciò che Spalletti pretende da lui: un incursore costante, capace di leggere gli spazi liberati dal movimento della punta e di attaccare l’area con i tempi giusti.

La differenza principale tra le due gare, quindi, non sta nell’atteggiamento ma nella funzionalità degli interpreti nelle zone decisive. A Cagliari McKennie è rimasto troppo largo, Thuram poco presente negli ultimi venti metri, David troppo solo. Contro il Benfica, invece, gli inserimenti centrali hanno spezzato l’equilibrio difensivo avversario, trasformando il dominio in gol e controllo del risultato.

Un altro elemento chiave è la fase di non possesso. In entrambe le partite la Juventus ha mostrato una riaggressione immediata e organizzata, segno di una crescita mentale evidente. La differenza è che in Champions, una volta trovati i gol, la squadra ha saputo gestire gli spazi senza abbassarsi, continuando a pressare e impedendo al Benfica di rientrare realmente in partita.

Il confronto tra Cagliari e Benfica restituisce dunque un messaggio chiaro: la prestazione c’è, l’identità è solida, ma il rendimento offensivo dipende ancora troppo dalla qualità degli inserimenti e dall’interpretazione dei ruoli. Quando questi meccanismi funzionano, la Juve può battere chiunque. Quando mancano, anche una partita dominata può trasformarsi in una sconfitta.

La strada tracciata da Spalletti è evidente. Ora il passo successivo è rendere questa Juventus più cinica e completa, soprattutto contro avversari chiusi. È lì che si giocherà il vero salto di qualità, tra presente europeo e futuro campionato.