Coni e FIGC: una crisi istituzionale senza precedenti

Coni e FIGC: una crisi istituzionale senza precedentiTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Mirko Nicolino
La Procura Generale dello Sport chiede nuovi chiarimenti a Chiné sull'elezione di Malagò: tra politica e pallone non c'è più un pensiero unico

La questione che aguzza i sensi di chi segue le dinamiche politico-sportive del nostro Paese si arricchisce di un nuovo, clamoroso, ma di certo non inatteso capitolo, destinato a far discutere a lungo nei salotti delle istituzioni. Al centro del dibattito c'è la gestione dei fascicoli da parte della Procura della FIGC guidata da Giuseppe Chiné, finita nuovamente nell'occhio del ciclone per una tendenza che appare ormai una costante: una spiccata propensione all'archiviazione lampo per quasi ogni dossier che transita sui tavoli di Via Allegri, a meno che il soggetto coinvolto, direttamente o indirettamente, non porti i colori o la storia della Juventus.

Entrando nello specifico della vicenda che ha fatto accendere il fuoco (le scintille non sono mancate nei mesi scorsi), la Procura della FIGC ha recentemente chiesto l’archiviazione in merito all’invito vincolante formulato dalla Procura Generale dello Sport ad aprire un fascicolo d’indagine sull’elezione di Giovanni Malagò quale presidente della FIGC. L'oggetto del contendere riguardava la verifica della presenza o meno dei requisiti formali e statutari necessari per l’elezione del presidente federale Giovanni Malagò. Secondo l'interpretazione fornita da Chiné, sintetizzando i passaggi chiave della sua linea, non avrebbe alcuna reale importanza il fatto che, al momento esatto dell'elezione, Malagò non risultasse essere un tesserato FIGC — un requisito che l'articolo 29 dello Statuto definisce come fondamentale e imprescindibile.

La giustificazione addotta si fonda sul fatto che lo stesso Malagò lo era stato in passato e che, in ogni caso, avrebbe comunque posseduto i requisiti ideali per esserlo. Una posizione giuridica e interpretativa a dir poco singolare, che se passasse come principio generale avrebbe potuto aprire una voragine in termini di certezza del diritto e di rispetto delle regole per tutti i tesseramenti federali del movimento calcistico italiano, dove a società e tesserati comuni si richiedono rigore formale e sanzioni immediate per mancanze ben minori.

Questa lettura minimalista e oltremodo garantista applicata ai vertici istituzionali stride fortemente con il metro di giudizio che l'opinione pubblica e gli addetti ai lavori imputano storicamente agli uffici di Giuseppe Chiné. L'impressione sempre più radicata, infatti, è quella di un doppio standard operativo: un'estrema morbidezza e una rapidità d'archiviazione quando si tratta di vicende che coinvolgono la politica federale e i poteri forti, istituzionali e di club, contrapposta a un rigore inflessibile, quasi inquisitorio, ogni qualvolta i riflettori si accendono sulla Juventus, sui suoi dirigenti o sulle sue vicende societarie. È un copione già visto, in cui la giustizia sportiva sembra muoversi a geometria variabile, alimentando sospetti legittimi e tensioni sotterranee che minano la credibilità dell'intero sistema (altro che la pirateria!).

La reazione istituzionale non si è comunque fatta attendere. La Procura Generale dello Sport, guidata con polso da Sergio Taucer, ha fermamente respinto la richiesta di archiviazione avanzata da Chiné. Non solo: contestualmente, Taucer ha chiesto chiarimenti approfonditi in merito alla linea logica e giuridica che ha portato il procuratore federale a formulare conclusioni così permissive, rinviando ufficialmente la questione alla giunta del CONI. Quest'organo potrebbe esprimersi già nel corso della prossima seduta, trasformando un semplice braccio di ferro burocratico in una crisi istituzionale aperta.

Va precisato che, allo stato attuale degli atti, non si può ancora parlare di decadenza per Giovanni Malagò; tuttavia, è ormai certo che all'interno dei palazzi dello sport (e della politica) non esista affatto un pensiero unico sulla vicenda. Lo scontro istituzionale che cova sotto la cenere ormai da tempo (il ministro Abodi più volte si è espresso pubblicamente con toni tutt’altro che accomodanti) è finalmente giunto al suo apice, svelando crepe profonde tra i diversi livelli della giustizia e dell'amministrazione sportiva italiana. Resta da capire se questa volta le richieste di chiarezza della Procura Generale riusciranno a scalfire un sistema che, troppe volte, ha dimostrato di applicare due pesi e due misure a seconda dei soggetti coinvolti.