Non imbalsamate quel numero: ritirare le maglie è un furto al futuro.
Nel principio era il cotone, o forse la lana pesante che nelle domeniche d’inverno s’imbeveva di pioggia e di fango fino a pesare quanto la coscienza di un peccatore. La maglia da gioco non era un marchio commerciale, né un pezzo di poliestere firmato da multinazionali dell’effimero. Era una seconda pelle, un’armatura vegetale scagliata contro il destino; su quella schiena, stampato con la vernice o cucito con un filo bianco che la pioggia allentava, c’era un numero. Un cifrario elementare, dall’uno all’undici, che distribuiva i ruoli nell'universo: il portiere era la solitudine dell’uno, il terzino la propulsione del tre, il centravanti la fame del nove, e il dieci… ah, il dieci era la poesia, la deroga alle leggi della fisica, il permesso speciale concesso da Dio per inventare il mondo ogni novanta minuti.
Oggi assistiamo a una strana liturgia funeraria della modernità. Quando un dio del pallone decide di appendere gli scarpini al chiodo, o quando la morte — quella grande guastafeste che non rispetta neppure i fuorigioco — se lo porta via, i dirigenti in giacca e cravatta, colti da un’improvvisa vertigine di devozione, proclamano il grande editto: la maglia viene ritirata. Viene riposta in una teca di vetro, congelata sotto le luci alogene di un museo, sottratta per sempre alle mani rozze degli uomini. Viene appesa al soffitto dello stadio come il mantello di un santo in una cattedrale sconsacrata, accompagnata dalla solenne sentenza: “Nessuno sarà mai più degno di indossarla”.
Ma è davvero questo l’amore? È davvero questa la massima forma di rispetto verso la maglia? O non è piuttosto l’estremo atto di codardia di un calcio che ha paura del proprio futuro, una forma di imbalsamazione laica che scambia la memoria con la mummificazione? Ritirare un numero significa trasformare un simbolo vivo in un reperto archeologico. Chi decide di congelare una maglia dopo la scomparsa o il ritiro di un campione compie un gesto apparentemente nobile, ma intrinsecamente tragico. È l'idea, squisitamente greca, della hybris e della conseguente pietrificazione: si teme che chiunque arrivi dopo commetta un sacrilegio, che un piede mortale sporchi il passaggio del semidio. Quando un giocatore muore, la tentazione di ritirare il suo numero diventa irresistibile. C’è nella morte una drammaturgia che esige il vuoto. Ci sembra che lasciare quella schiena incustodita sia un insulto alla memoria, una profanazione. Come se un ragazzo qualsiasi, con le gambe ancora storte dalla giovinezza e il cuore che batte a trecento al minuto, potesse presentarsi al pubblico con il numero di chi non c’è più e dire implicitamente: “Ora ci sono io”. Ci appare come un’usurpazione.
Eppure, cosa facciamo davvero quando chiudiamo quel numero a chiave dentro un cassetto? Lo uccidiamo una seconda volta. Walter Benjamin, nelle sue riflessioni sull’opera d’arte, parlava della perdita dell’aura nell'epoca della sua riproducibilità tecnica. Ma nel calcio accade il contrario: togliendo la maglia dal campo per proteggerne l’aura, la priviamo della sua unica vera fonte di vita: il movimento, il contrasto, la traiettoria imprevedibile del pallone sul prato tosato. Una maglia sotto vetro non suda più. Non si strappa nell’area di rigore. Non conosce la gloria di un gol all’ultimo secondo, né l'umiltà di una sconfitta sotto la grandine. Diventa un'icona bizantina, bella e immobile, incapace di far sognare chi la guarda, perché non può più cadere e non può più rialzarsi. Se congeliamo il numero del mito, lo consegniamo a un’eternità statica, che somiglia spaventosamente all'oblio. La teca protegge la maglia dalla polvere, ma la isola dall’aria. E il calcio, come la vita, ha un disperato bisogno di respirare.
C’è chi dice che ereditare il numero di un gigante sia una condanna. Si evoca il fantasma di Patroclo che indossa le armi di Achille: un’armatura troppo pesante, concepita per un eroe invincibile, che finisce per schiacciare chi la porta senza averne la statura. Quante volte abbiamo visto giovani promesse affondare sotto il peso di una maglia ritirata e poi riesumata, o ereditata da un predecessore leggendario? Il pubblico dagli spalti non perdona: ogni passaggio sbagliato diventa una colpa lesa maestà, ogni tiro fuori misura un insulto al fantasma che aleggia sul campo.
Ma il calcio non è una scienza esatta, né un tribunale d'inquisizione; è un’arte tragica e comica insieme. Albert Camus, che prima di diventare uno dei più grandi pensatori del Novecento era stato un discreto portiere nelle giovanili del Racing Universitaire d’Alger, ci insegnò che il campo è un luogo di passaggio, un territorio provvisorio dove nessuno è padrone dell'eternità, ma tutti sono custodi temporanei di una speranza.
Concedere a un nuovo calciatore di indossare il numero di un mito non significa pretendere che ne sia l'equivalente. Significa offrirgli il diritto di tentare, il privilegio di fallire e la possibilità di stupire. Se togliamo la maglia numero dieci perché l’ha indossata Pelé, Maradona, Sivori o Platini, stabiliamo un principio spaventoso: che il vertice della bellezza è già stato raggiunto nel passato e che al futuro non resta che la rassegnata contemplazione delle rovine. È la vittoria del pessimismo cosmico di Leopardi applicata al rettangolo di gioco. È dire a un bambino che nasce oggi: “Mi dispiace, sei arrivato troppo tardi. La poesia è finita, restano solo le note a margine”. Pensate a un bambino che corre su un campo di periferia, dove l’erba è solo un ricordo sbiadito e le porte sono due pietre piantate nella terra battuta. Quel bambino non sogna genericamente di giocare a pallone. Quel bambino sogna un numero. Vuole quel numero cucito sulle spalle perché ha visto in televisione, o ha sentito raccontare da suo padre, le gesta di chi lo rendeva magico. Il numero è un faro nella nebbia dell'infanzia, un catalizzatore di desideri.
Quando una società di calcio decide di ritirare un numero "per sempre" – o ridicolmente per un tempo limitato… vedi la Fiorentina con la 10 di Antognoni -, compie un atto di espropriazione nei confronti del futuro. Ruba quel numero ai bambini che non sono ancora nati. Dice al figlio del nuovo millennio che non potrà mai indossare quella specifica maglia della squadra del suo cuore, perché un uomo venuto prima di lui è stato troppo grande per permettere a chiunque altro di sperare. Alla Juventus per fortuna non è ancora venuto in mente di fare un qualcosa di simile. Pensate soltanto per un istante se venisse ritirata la maglia numero 10 di Del Piero. Bene. Ma Alex ha potuto stratosfericamente onorare quella maglietta proprio perché ha avuto l’occasione di indossarla e farla rivivere in ogni istante, tenendo in campo con sé i Baggio, Platini, Brady, Capello, Haller, Del Sol, Sivori sino ad arrivare al Quinquennio d’Oro con Giovanni Ferrari! Se avessero deciso di ritirarla ad esempio dopo Platini, avremmo avuto un immenso Del Piero ugualmente, ma probabilmente con un anonimo ed insulso 16!
La bellezza del calcio, la sua natura autenticamente romantica, risiede nella continuità della staffetta. Il calcio è un’opera d’arte collettiva che non si conclude mai, un romanzo a puntate scritto da piedi diversi nel corso dei secoli. Pasolini definiva il calcio “un sistema di segni, cioè un linguaggio”, dividendolo in "prosa" e "poesia". Ebbene, un numero di maglia è una parola di quel linguaggio. Ritirare un numero significa depennare un sostantivo dal vocabolario della squadra. Significa amputare la lingua, limitare le possibilità poetiche dei futuri narratori del gioco.
Che cosa c'è di più bello, di più struggente, di più autenticamente romantico nel veder ricomparire quel numero sulla schiena di un ragazzo sconosciuto? Quando quel numero rientra in campo, l'aria dello stadio si riempie di un'elettricità antica. Il pubblico trattiene il respiro. Nessuno si aspetta la replica identica del miracolo — perché i miracoli non si ripetono mai nello stesso modo —, ma tutti sperano di intravedere, in una finta di corpo, in un controllo al volo, in una traiettoria a rientrare, un bagliore della luce di un tempo. È il miracolo della resurrezione profana.
Nietzsche teorizzava l’eterno ritorno dell’uguale: l’idea che il tempo non sia una freccia diritta che si perde nel nulla, ma un circolo in cui ogni attimo, ogni gioia, ogni dolore ritorna infinitamente. Il campo da calcio è forse la rappresentazione più fedele e spettacolare di questo concetto. Ogni domenica la partita ricomincia da capo. Zero a zero, palla al centro, il fischio dell'arbitro che spezza il silenzio. Il tempo si azzera.
Se la maglia resta in circolo, il mito non muore, ma partecipa all’eterno ritorno. Maradona non vive nella sagoma della sua maglia appesa a una parete del museo di Buenos Aires o di Napoli; Maradona vive ogni volta che un numero dieci tenta un dribbling impossibile nell'area avversaria, sfidando la gravità e il buon senso. Pelé non vive nelle celebrazioni ufficiali della FIFA, ma nella schiena ricoperta di sudore di chi indossa il suo numero e prova a rovesciare il mondo a testa in giù.
Se un grande calciatore muore, il modo migliore per onorarlo non è il lutto perpetuo, ma il gioco continuo. Eduardo Galeano, che di questo sport ha raccontato la luce e l'ombra come nessun altro, scriveva che “la storia del calcio è un triste viaggio dal piacere al dovere”. Quando il calcio si trasforma in un dovere burocratico della memoria, quando diventa un mausoleo di ricordi intoccabili, perde la sua anima bambina. Galeano amava il calciatore che sapeva improvvisare, il "garabato", lo scarabocchio disegnato sul prato per il puro gusto di regalare felicità alla gente. E come si può regalare felicità se trasformiamo i numeri della nostra vita in reliquie d'altare?
Ritirare la maglia è un atto di egoismo della nostra generazione. È il nostro modo per dire: “Noi abbiamo visto il massimo, e ciò che viene dopo non ci interessa”. È una forma di pigrizia emotiva. È molto più facile chiudere un numero in cassaforte che avere il coraggio di vederlo indossato da qualcun altro, accettando il rischio del paragone, la malinconia dell'imperfezione, o la sorpresa meravigliosa di un nuovo incanto.
Non c’è altare più sacro per un calciatore che il prato verde su cui ha versato anima e caviglie. Un tempio non si onora chiudendone le porte e spegnendo le candele, ma lasciandolo aperto perché i fedeli continuino a entrarvi. Quando un grande campione lascia la scena, o quando compie il suo ultimo viaggio oltre la linea di fondo della vita, non consegnate la sua maglia agli archivisti. Non mettetela nelle mani dei curatori di mostre o degli specialisti della nostalgia. Consegnatela a un ragazzo. Cercate il più giovane, il più audace, o magari il più timido, e dategli quella maglia ancora calda di storia. Ditegli: “Vedi questa schiena? Su questo tessuto hanno camminato i giganti. Ha conosciuto le lacrime di un popolo e l’estasi di una città. Non ti chiediamo di essere lui. Ti chiediamo soltanto di correre, di sudare e di rispettare questo numero come se fosse la cosa più preziosa che possiedi. Vai in campo e fallo risplendere di nuovo”.
Allora, e solo allora, la morte sarà sconfitta. Perché finché quel numero continuerà a correre sotto la pioggia, a saltare sopra i difensori, a impazzire di gioia nell’abbraccio della curva, il mito non sarà un ricordo sbiadito su una fotografia ingiallita, ma una presenza viva, carnale, pulsante. Il pallone rotolerà ancora, il numero brillerà sotto i riflettori, e in quel preciso istante — nell'eternità di un secondo prima che la palla tocchi la rete — il campione di ieri e il ragazzo di oggi saranno una cosa sola. E il calcio, meraviglioso e immortale, potrà continuare a salvare il mondo.
Roberto De Frede
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