La firma di Dusan Vlahovic e quel pomeriggio di un giorno da Champions!
Mi vedo seduto al tavolino dello storico caffè Fiorio, sotto i portici di via Po, mentre la pioggia torinese disegna arabeschi malinconici sui vetri e l'aroma del vermouth si mescola al profumo della bagnata pietra di Luserna, a meditare su questa nostra Juventus. È un palinsesto infinito, un romanzo che non conosce la parola fine, ma solo capitoli che si sovrappongono con la grazia di un acquerello di fine Ottocento. Il rinnovo di Dusan Vlahovic è l’argomento delle ultime ore. Il serbo non è soltanto un centravanti, è un’idea di potenza che cerca la sua definitiva consacrazione estetica. Il suo rinnovo non sarebbe un mero affare di cifre e di scartoffie - lasciamo queste bassezze ai ragionieri del calcio - ma un vero e proprio patto d'onore. Firmare quel contratto significherebbe per lui smettere i panni del forestiero di talento per indossare quelli del torinese d'adozione, di colui che accetta di legare il proprio destino a una maglia che pesa come un mantello di velluto bagnato e diventare il pilastro di una ricostruzione morale, il punto fermo in un calcio che troppo spesso dimentica il valore della riconoscenza. Quell’autografo è un momento fatale: l’eroe che accetta di farsi carico delle ombre del passato per trasformarle in luce. C'è in Vlahovic una fame che mi commuove, una rabbia che talvolta lo tradisce, ma che è il segno inequivocabile della sua nobiltà sportiva. Immaginarlo ancora al centro dell'attacco bianconero (ora deserto di un numero 9!) è come decidere di restaurare un castello partendo dalla sua torre più alta e battagliera.
Sorseggiando il dolce ambrato Cocchi, fantastico una Juventus meno austera e più solare, dove il rigore tattico si sposa con una libertà quasi fanciullesca. Spalletti, con la sua parlata toscana che profuma di terra e di vigne, saprà infondere nei suoi ragazzi quella gioia del fare che è la base di ogni vera opera d'arte. Immagino centrocampisti che ricamano il gioco come merlettaie piemontesi e ali che corrono leggere come i pensieri di un poeta innamorato. Ridisegnare la Juventus significa oggi ritrovare il gusto per il sublime quotidiano. Non serve solo la forza bruta, ma anche quel garbo che ha reso grande Madama negli anni d'oro. Il futuro che ci attende è un viaggio verso un orizzonte roseo, dove il mercoledì di Champions dovrà tornare a essere il nostro appuntamento col destino.
Il paradosso del navigatore di galeaniana memoria descrive una visione dell'esistenza in cui il valore non risiede nella meta raggiunta, ma nel processo del navigare stesso. Il tifoso juventino oggi lo vive pienamente: l'orizzonte, chiamiamolo anche Champions, si sposta ma serve a camminare. Non è solo una coppa di metallo, è un rito che sa di sfida, il silenzio della città che si prepara all'urto, l'orgoglio di essere di nuovo il nemico pubblico numero uno dei grandi club d'Europa. Perché in fondo, la bellezza di quei mercoledì sera sta nel fatto che, per novanta minuti, il mondo non è più tondo, ma ha la forma di un pallone che rotola verso la gloria o l'abisso.
La vittoria con l’Udinese un tassello fondamentale d’avvicinamento all’obiettivo "Grande Europa". Ieri sera in quel di Udine si è dipinto un quadro di Giovanni Fattori: una luce calda, macchie di colore decise, e la fatica nobile degli uomini. Questa Juventus è così: una squadra di "macchiaioli" del rettangolo verde. Spalletti è il pittore che ha dato ordine al caos, trasformando la rigidità sabauda in una danza toscana, vibrante e imprevedibile, con tre uomini di classe cristallina lì davanti: il turco, il franco-ivoriano e il portoghese, pronti a riaccogliere il serbo!
Manca tanto al bianconero quell’odore europeo. L’attesa del tifoso juventino nel meriggio che precede la grande sfida d’Europa non è un semplice scorrere di ore, ma un’ascesa solitaria verso il sublime, un’esperienza estetica e spirituale che oscilla tra il tormento e l’estasi. È un intervallo sospeso, dove il tempo si fa denso come l'inchiostro e l'anima si prepara all'urto del destino. Come nel Sabato del villaggio di Leopardi, il tifoso vive il piacere più intenso non nell'evento stesso, ma nella sua attesa. Quel pomeriggio è il giorno più gradito, intriso di una speranza che è già, di per sé, un martirio dolce. La città di Torino, sotto un sole pallido che declina verso le Alpi, pare rimpicciolirsi di fronte all'immensità del desiderio continentale, e così tutte le altre metropoli ovunque vi siano bianconeri.
Il tifoso si muove tra le mura domestiche come un personaggio di un interno del pittore Silvestro Lega: c’è una compostezza macchiaiola nei suoi gesti, una solennità silenziosa mentre sfiora la sciarpa bianconera riposta con cura, quasi fosse un paramento sacro. Ogni rintocco dell'orologio è un monito manzoniano: «Verrà un giorno...», sussurra la coscienza, ricordando che la gloria europea è una dote che la Vecchia Signora insegue con la costanza di una Lucia che attende la Provvidenza tra mille peripezie. Se dovessimo dipingere l'animo del devoto juventino alle ore diciassette di un mercoledì di coppa, dovremmo rifarci a Caspar David Friedrich. Egli è il Viandante sul mare di nebbia: volge le spalle al mondo quotidiano e guarda verso l'abisso della partita. La Champions League, la coppa dalle grandi orecchie, è per lui ciò che la natura era per i romantici: un’entità immensa, affascinante e terribile. Il sublime pervade il suo animo e con esso l'ansia, nebbia che avvolge il risultato. Non è paura della sconfitta, ma timore reverenziale di fronte all'imponderabile.
Come scriveva Ugo Foscolo ne I Sepolcri, «A egregie cose il forte animo accendono / l'urne de' forti, o Pindemonte»: coloro che hanno compiuto azioni nobili ed eccelse, sono in grado di ispirare gli animi valorosi a compiere gesta altrettanto nobili. Così i ricordi delle notti leggendarie accendono il petto del tifoso, rendendo l'ansia un fuoco purificatore. In quel pomeriggio, egli – il tifoso, voi, io - vive la stessa tensione dei personaggi di Stendhal ne Il Rosso e il Nero (o meglio, Il Bianco e il Nero!): ogni pensiero è una strategia, ogni battito del cuore è un’ambizione. L'attesa è un duello d'onore.
Quando infine il crepuscolo avvolge le strade e le luci dello stadio iniziano a fendere l'oscurità come fari in un porto antico, l'ansia si trasforma in fede. Il saggio dell'attesa è finito; inizia il poema dell'azione. Il tifoso, ormai simile a un eroe di un romanzo di Victor Hugo, sa che la notte di Champions è il tribunale dove si decide la grandezza. Egli chiude gli occhi e vede le stelle del logo: non sono solo fregi, sono fari nel mare della storia. La gloria è un cerchio nell'acqua, che mai non cessa di allargarsi finché, a forza di spandersi, si disperde nel nulla. Ma la Juventus, come un monumento del Canova, cerca di scolpire quel cerchio nel marmo dell'eternità.
La Juventus del futuro prossimo, cerca l'armonia. È una Juventus che vuole tornare a essere, prima ancora che a vincere.
La speranza dei tifosi oggi somiglia a quella luce che filtra attraverso le persiane chiuse dopo una notte di febbre. C’è una rigenerata voglia di sentirsi di nuovo quelli di una volta. Non è arroganza, ma la consapevolezza che la storia ha un debito verso di noi. Il mercoledì sera dovrà tornare ad essere il nostro appuntamento con l'infinito: non più un dovere burocratico, ma una celebrazione del nostro rango.
La Juventus sta uscendo dal suo esilio interiore. Come un vecchio impero che ritrova la sua forza non nelle armi, ma nell'orgoglio della propria cultura, la Signora si prepara a tornare protagonista in Europa. Il futuro che ci attende è un viaggio verso la nostra stessa essenza: tornare a vincere per dimostrare che, nonostante le tempeste della storia, la vera grandezza è indistruttibile. Perché la vittoria, quando torna dopo una lunga assenza, non è mai solo un trofeo, ma la riconquista della propria anima.
Roberto De Frede
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178
