Analisi Juventus-Milan 1-1: il pareggio arriva dai dettagli

Analisi Juventus-Milan 1-1: il pareggio arriva dai dettagliTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Ci sono pareggi che raccontano una partita equilibrata e altri che, invece, raccontano una partita che una squadra avrebbe dovuto vincere. Juventus-Milan appartiene decisamente alla seconda categoria. L'1-1 finale lascia inevitabilmente un senso di occasione persa, perché la squadra di Luciano Spalletti ha prodotto molto più dell'avversario, lo ha limitato per lunghi tratti e ha costruito le occasioni migliori della partita.

I numeri sono difficili da ignorare: 1,59 di expected goals contro 0,11, 14 tiri contro 3, 5 conclusioni nello specchio contro una sola e 3 grandi occasioni contro zero. Il Milan ha avuto leggermente più possesso, ma non è mai riuscito a trasformarlo in una reale capacità di fare male. La Juventus, invece, ha costruito una partita tatticamente convincente.

Eppure non ha vinto. Perché tra una squadra che gioca bene e una squadra che porta a casa la partita esiste ancora uno spazio fatto di dettagli, cattiveria e capacità di sfruttare i momenti.

Una Juventus che ha comandato la partita

Per gran parte della gara la Juventus ha mostrato una buona organizzazione sia nel possesso sia nella riaggressione. La costruzione è stata pulita, il centrocampo ha trovato con continuità i giocatori offensivi e il Milan ha faticato a risalire il campo con pericolosità.

Nel primo tempo la sensazione era quella di una Juventus padrona della partita. Nico Gonzalez si è mosso bene tra le linee, cercando di occupare gli spazi alle spalle dei centrocampisti rossoneri. Alajbegovic ha confermato invece di avere qualità importanti nell'uno contro uno: magari non sempre ha trasformato la superiorità individuale in una giocata decisiva, ma ha costretto più volte il Milan a preoccuparsi della sua presenza.

E poi c'è stato il solito Conceicao, ancora una volta il giocatore offensivo più pericoloso della Juventus. Il portoghese ha attaccato l'uomo, cercato la profondità e creato superiorità, arrivando anche a colpire il palo nella ripresa.

In mezzo, una buona prestazione anche di Douglas Luiz, particolarmente pulito nella gestione del pallone. È sua, tra l'altro, la giocata che porta a una delle occasioni migliori del primo tempo: un pallonetto perfetto per Conceicao, che controlla e conclude trovando la risposta di Maignan.

Il problema non è stato creare, ma concretizzare

Ed è probabilmente questo il primo punto sul quale Spalletti dovrà lavorare. La Juventus le occasioni le ha create. Non è stata una squadra sterile, né una squadra incapace di arrivare negli ultimi trenta metri.

Il problema è stato trasformare la superiorità in un vantaggio più largo.

Kolo Muani ha faticato molto più degli altri attaccanti. Non è riuscito a essere abbastanza pericoloso vicino alla porta e nemmeno a legare il gioco con la continuità necessaria. Quando è entrato Woltemade, pur giocando insieme al francese, si è vista una presenza diversa: maggiore capacità di proteggere il pallone, di dare un riferimento fisico e di permettere alla squadra di risalire.

È ancora presto per trarre conclusioni definitive, ma la sensazione è che la Juventus abbia bisogno di trovare più soluzioni per trasformare il proprio dominio territoriale in una produzione offensiva ancora più concreta.

Il gol del Milan nasce da una leggerezza

Ed è proprio qui che arriva il secondo dettaglio decisivo. Perché si può parlare di un pizzico di sfortuna, visto che il Milan ha segnato praticamente alla prima vera occasione, ma fermarsi alla sfortuna sarebbe troppo semplice.

Il gol di Cissé nasce da una ripartenza nella quale la Juventus avrebbe potuto e dovuto difendere meglio.

Celik, fino a quel momento autore di una buona partita, accompagna l'azione con troppa leggerezza e concede a Chukwueze il tempo e lo spazio per alzare la testa e trovare un lancio profondo. È un pallone lungo e pulito, che attraversa una parte importante del campo e permette a Cissé di ricevere dentro l'area.

Il controllo dell'attaccante rossonero è molto bello, ma anche qui la Juventus avrebbe potuto fare qualcosa in più. Locatelli arriva sulla giocata senza la necessaria aggressività e permette a Cissé di avere il tempo per sistemarsi il pallone. Poi Kalulu, arrivato al raddoppio, non riesce a chiudere con la necessaria cattiveria.

Cissé ha così il tempo di spostarsi il pallone e calciare. La conclusione passa sotto le gambe di Kalulu e finisce sul palo opposto, dove Vicario non può arrivare.

Un solo tiro, una sola vera occasione, un gol.

È proprio qui che una squadra che vuole vincere deve fare un passo in più: non concedere all'avversario la possibilità di trasformare una singola giocata in un gol quando fino a quel momento non era riuscito a creare nulla.

La cattiveria che è mancata nei momenti decisivi

Il tema, quindi, non è soltanto tecnico o tattico. È anche agonistico.

La Juventus ha giocato bene, ma in alcuni momenti è sembrata troppo leggera. Leggera quando avrebbe dovuto chiudere la partita. Leggera nella difesa della ripartenza che ha portato al gol. Leggera anche nella fase immediatamente successiva al vantaggio del Milan, quando per diversi minuti non è riuscita a trasformare la propria reazione in una vera pressione offensiva.

Ed è qui che diventa importante ciò che ha portato in campo il finale di partita.

Gatti ha portato quella rabbia che serviva

Federico Gatti è entrato con un atteggiamento completamente diverso. Non soltanto il difensore costretto a fare il centravanti per una necessità tattica, ma un giocatore che ha portato dentro l'area una dose di aggressività che fino a quel momento era mancata.

La sua rabbia agonistica, raccontata dallo stesso Gatti nel postpartita, si è trasformata in presenza fisica, attacco del pallone e volontà di andare a cercare il gol.

Spalletti, nel momento della disperazione, ha scelto di mettere un difensore davanti. Ma quella mossa ha avuto un significato che va oltre il semplice assalto finale: la Juventus ha cominciato a giocare con più peso, più cattiveria e più presenza dentro l'area.

Insieme a lui, anche Woltemade ha dato una dimensione diversa all'attacco, proprio grazie alla capacità di proteggere il pallone e occupare fisicamente la zona centrale.

Alla fine è arrivato il pareggio, e ancora una volta è stato significativo il contributo di Koopmeiners. L'olandese, entrato nel finale, ha trovato un ottimo cross per Gatti, che ha attaccato il pallone con la determinazione che era servita per tutta la partita.

Il paradosso di una squadra che deve ancora imparare a vincere

È questo il punto sul quale vale la pena soffermarsi. La Juventus non esce dalla partita con il Milan pensando di avere un problema strutturale di gioco. Al contrario. Per larghi tratti ha mostrato una buona organizzazione, ha limitato una squadra verticale e aggressiva come quella rossonera e ha creato molto più dell'avversario.

Ma proprio per questo il pareggio pesa.

Una squadra che aspira a competere per obiettivi importanti deve imparare a uccidere sportivamente le partite quando ne ha la possibilità. Deve saper trasformare il dominio in vantaggio, il vantaggio in controllo e il controllo nel risultato.

La Juventus ieri ha avuto il controllo della partita, ma non del risultato.

Le è mancata quella cattiveria necessaria per chiudere prima il match e quella stessa cattiveria che avrebbe dovuto accompagnare la difesa dell'azione del gol rossonero. È mancata, in alcuni frangenti, la capacità di trasformare la superiorità tecnica e tattica in una superiorità anche agonistica.

La base c'è, ora serve il passo successivo

Il dato più incoraggiante, però, resta proprio la prestazione. La Juventus ha dimostrato di poter giocare alla pari o addirittura dominare una partita importante attraverso il proprio sistema di gioco. Ha creato occasioni, ha concesso pochissimo e ha trovato nel finale la forza per evitare una sconfitta che sarebbe stata ancora più difficile da spiegare.

Ma il calcio ad alto livello si decide spesso su dettagli apparentemente piccoli. Un contrasto fatto mezzo secondo prima. Una marcatura più aggressiva. Una scelta più cattiva davanti alla porta. Un pallone attaccato con maggiore convinzione.

È lì che la Juventus deve crescere.

Perché ieri sera il gioco c'era. Le occasioni c'erano. La superiorità c'era. È mancato soltanto quel qualcosa in più che trasforma una buona prestazione in una vittoria.

E quel qualcosa, per la Juventus di Spalletti, potrebbe chiamarsi proprio cattiveria agonistica.