Dalla caduta con il Como alla notte eroica col Galatasaray: crescita evidente, ma in Europa i dettagli fanno la differenza
La settimana della Juventus racconta due facce della stessa squadra. Da una parte la sconfitta contro il Como, arrivata sabato alle 15, con una prestazione svuotata e figlia delle scorie emotive del 5-2 di Istanbul; dall’altra la battaglia dello Stadium contro il Galatasaray, una gara giocata per lunghi tratti in inferiorità numerica con un livello di applicazione tattica e mentale altissimo. Due partite opposte nell’inerzia, ma unite dallo stesso tema: il peso degli episodi e della gestione dei momenti.
Contro il Como la Juventus aveva perso prima di tutto le distanze tra i reparti. Il possesso palla era orizzontale, prevedibile, con poche linee interne e senza una riaggressione coordinata in caso di perdita del pallone. Il Como ha dominato la zona centrale proprio perché i bianconeri non riuscivano a creare superiorità posizionale e, nelle transizioni difensive, la squadra era lunga e disorganizzata. Il primo gol nasce da una gestione errata del possesso e da una protezione preventiva assente, il secondo da una lettura difensiva in cui l’attenzione è stata attirata dal portatore lasciando libero il lato debole. Più che una sconfitta tattica è stata una sconfitta energetica e mentale.
Contro il Galatasaray si è vista l’altra Juventus.
Dopo il vantaggio su rigore di Locatelli e l’espulsione di Kelly, la squadra non si è disunita, non ha perso compattezza, non ha trasformato la partita in una corsa disordinata. Ha abbassato il baricentro con intelligenza, ha difeso con un blocco medio compatto e ha scelto con lucidità i momenti in cui alzare la pressione. In inferiorità numerica, per lunghi tratti, sembrava il Galatasaray la squadra con un uomo in meno.
I gol di Gatti e McKennie nascono proprio da questa gestione: ampiezza, tempi d’inserimento perfetti, area riempita con gli uomini giusti. È stata una prestazione stoica, a tratti eroica, perché fatta di sacrificio, letture corrette, occupazione degli spazi e capacità di restare dentro la partita anche quando la fatica diventava mentale prima ancora che fisica.
Eppure non è bastato.
L’occasione fallita da Zhegrova per il possibile 4-0 nei supplementari rappresentava il momento che avrebbe spostato pesantemente l’ago della bilancia della qualificazione dalla parte della Juventus. Invece, sull’azione successiva, l’errore di gestione di Adzic ha concesso la transizione che ha portato al gol di Osimhen, rete che ha riportato il Galatasaray in vantaggio nel totale del doppio confronto.
Nel finale del secondo tempo supplementare, con la Juventus completamente proiettata in avanti alla ricerca del 4-1 che avrebbe portato almeno ai rigori, è arrivato il contropiede chiuso da Yilmaz. Una situazione figlia del contesto e del coraggio, ma che conferma ancora una volta quanto, a questi livelli, ogni dettaglio nella gestione delle transizioni diventi decisivo.
La Juventus è uscita tra gli applausi, ed è giusto così. Ma la prestazione eroica non basta se non è accompagnata da una gestione maniacale dei dettagli. È questo il salto mentale che separa una squadra che gioca bene da una squadra che passa i turni.
Il dato più incoraggiante è che, dal punto di vista del gioco, la squadra c’è. I principi di Spalletti sono chiari: occupazione razionale degli spazi, riaggressione immediata, inserimenti dei centrocampisti, capacità di creare superiorità anche in inferiorità numerica. Il problema nasce quando si perde la lettura collettiva del momento della gara.
Ed è per questo che la sfida di domenica all’Olimpico contro la Roma diventa il vero snodo emotivo della stagione. Trasformare la rabbia e l’orgoglio della notte europea in punti significa dimostrare di aver fatto quel passo mentale che Spalletti chiede da mesi.
Perché le prestazioni costruiscono identità. Ma sono i dettagli, soprattutto in Champions League, a costruire le qualificazioni.
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