Dentro la Juventus: come nasce davvero un talento e dove si perde il calcio italiano

Dentro la Juventus: come nasce davvero un talento e dove si perde il calcio italianoTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Entrare nel settore giovanile della Juventus non significa semplicemente cambiare squadra. Significa entrare in un sistema. Un sistema fatto di strutture, regole, metodo e continuità, capace di accompagnare il ragazzo non solo nel calcio, ma nella vita quotidiana. Per capire davvero come si formano oggi i calciatori, bisogna partire da qui.

Dove inizia davvero il percorso

Il percorso vero nella Juventus inizia quando il club prende in carico direttamente il ragazzo, inserendolo nelle proprie squadre competitive, indicativamente dalle categorie Under 13–Under 14 in poi. È lì che cambia tutto, perché il calcio smette di essere solo passione e diventa formazione: allenamenti strutturati, staff qualificato, programmazione settimanale. Ogni dettaglio è seguito, nulla è lasciato al caso.

La vita dentro la Juventus

Per molti ragazzi, soprattutto quelli che arrivano da fuori Torino, il percorso passa anche dalla foresteria. Vivono in convitto, con regole precise, orari e tutor. Frequentano scuole convenzionate e seguono un percorso da studenti-atleti. La giornata è organizzata tra scuola la mattina, allenamento il pomeriggio e studio la sera. Allenamenti quasi quotidiani, lavoro tecnico e fisico, attenzione al dettaglio: già a 14-15 anni si entra in una routine da professionisti.

Gli allenatori e il metodo

Alla Juventus non si allena a sensazione. Gli allenatori lavorano all’interno di una struttura organizzata e condividono una linea tecnica comune. Il loro compito principale è formare il giocatore, non vincere la partita del weekend. Il risultato passa in secondo piano rispetto alla crescita.

Chi è uscito davvero dal settore giovanile

Negli ultimi anni, la Juventus ha prodotto diversi giocatori italiani arrivati fino al calcio professionistico. Fabio Miretti e Nicolò Fagioli sono gli esempi più evidenti. Hans Nicolussi Caviglia ha seguito un percorso simile, mentre Moise Kean rappresenta uno dei primi casi di successo moderno. Più recentemente anche Nicolò Savona ha seguito il percorso del settore giovanile arrivando al calcio professionistico.

Un percorso che continua a emergere anche oggi

Lo dimostra, in ordine cronologico, la prestazione di ieri sera: il portiere classe 2005 della Lazio, Edoardo Motta, protagonista nella semifinale contro l’Atalanta con quattro rigori parati nella serie decisiva. Cresciuto nel settore giovanile della Juventus, è stato poi inserito nel calcio professionistico attraverso esperienze in prestito, fino al recente approdo alla Lazio dopo il passaggio alla Reggiana. Un profilo che conferma come il lavoro fatto a Vinovo possa sviluppare giocatori capaci di emergere anche lontano dal bianconero.

Il passaggio che cambia tutto: la Next Gen

Negli ultimi anni la Juventus ha aggiunto un tassello fondamentale: la Next Gen, la seconda squadra iscritta in Serie C. Questo ha reso il percorso più graduale. Giocatori come Matias Soulé e Samuel Iling-Junior sono passati da lì prima di arrivare nel calcio di alto livello. E poi c’è il caso emblematico di Kenan Yıldız, arrivato dal Bayern Monaco e cresciuto anche attraverso questo passaggio prima di imporsi in prima squadra. La Next Gen dimostra che il salto verso il professionismo può essere costruito.

Il punto che fa la differenza

Fin qui, il modello funziona. La Juventus rappresenta una delle realtà più strutturate in Italia, ma non è l’unica. L’Atalanta è un riferimento per continuità e produzione di talenti, mentre anche la Roma ha costruito un percorso solido. Questo dimostra che il problema non è nei club professionistici: le competenze e le strutture, ad alto livello, esistono.

Il tema degli stranieri

Quando si parla di settori giovanili delle grandi squadre, spesso si sottolinea la presenza di tanti stranieri. Ma questa è una conseguenza, non la causa. Le società professionistiche scelgono i giocatori migliori. Se il sistema producesse in modo costante giocatori italiani tecnicamente pronti, la selezione ricadrebbe su di loro. Il fatto che molti club guardino all’estero significa che quei giocatori arrivano con una formazione più completa. Non è una questione di nazionalità, ma di percorso.

Dove nasce il problema

La maggior parte dei ragazzi arriva da settori giovanili dilettantistici. Ed è lì che il sistema si indebolisce. Famiglie che pagano senza avere sempre una formazione adeguata, istruttori poco preparati, contenuti non adatti all’età. Si anticipano concetti che non servono, mentre quelli fondamentali vengono trascurati.

Il nodo tecnico

Fino ai 13-14 anni, la formazione dovrebbe essere centrata su tecnica individuale, duelli e tattica individuale. La tattica collettiva può essere appresa anche più avanti. Un giocatore intelligente la assimila. La tecnica, invece, se non viene sviluppata nella fase formativa, difficilmente può essere portata a un livello alto.

Il cambiamento che il sistema deve affrontare

Rispetto al passato, i ragazzi giocano meno. Passano meno tempo con il pallone fuori dagli allenamenti. È una realtà con cui il sistema deve confrontarsi, aumentando la qualità dell’allenamento e compensando ciò che prima avveniva spontaneamente.

Il paradosso

Un club come la Juventus lavora con metodo e struttura, ma riceve ragazzi che arrivano da percorsi diversi: alcuni pronti, altri da ricostruire. Ed è qui che si perde qualità. È proprio in questo passaggio che dovrebbe intervenire il sistema.

Perché il problema non è nei club professionistici, ma nel livello precedente. Una possibile strada esiste: creare una rete federale su base territoriale, regionale e anche provinciale, capace di selezionare i ragazzi con maggiore potenziale e inserirli in un percorso di formazione strutturato. Un lavoro parallelo a quello dei club, che metta al centro tecnica individuale, duelli e crescita del giocatore.

Un modello simile a quello francese, dove tra i 12 e i 15 anni i migliori talenti vengono inseriti in centri federali e seguiti con una metodologia unica. In questo modo, i ragazzi continuerebbero a giocare nei loro club e nelle loro strutture giovanili, anche dilettantistiche, ma avrebbero anche un percorso di formazione di alto livello.

Ed è lì che si può fare la differenza. Perché senza una base solida, anche il miglior settore giovanile possibile può solo completare un percorso. Non crearlo.