FIGC, undici giorni dopo: il progetto di Malagò è già finito
Undici giorni.
Bastano questi due numeri per raccontare quanto accaduto al calcio italiano.
Undici giorni fa Giovanni Malagò si presentava davanti ai media insieme a Paolo Maldini e Leonardo. L'idea era chiara: inaugurare un nuovo corso, cambiare metodo, affidare il futuro della Nazionale a una struttura tecnica composta da uomini di calcio, destinata a lavorare insieme per anni.
Prima il direttore tecnico, poi l'advisor e soltanto dopo la scelta del nuovo commissario tecnico.
Era questa la filosofia con cui la nuova FIGC aveva deciso di ripartire dopo anni difficili, culminati con tre mancate qualificazioni ai Mondiali nelle ultime cinque edizioni – una durante la presidenza di Carlo Tavecchio e due sotto la gestione di Gabriele Gravina – intervallate soltanto dal capolavoro firmato da Roberto Mancini e Gianluca Vialli, capaci di costruire un gruppo straordinario culminato con la conquista dell'Europeo del 2021 e con una Nazionale tornata a rappresentare un modello dentro e fuori dal campo.
Un'illusione, però, durata troppo poco.
Pochi mesi dopo arrivò la clamorosa eliminazione contro la Macedonia del Nord che costò all'Italia la qualificazione al Mondiale del 2022. Seguì l'addio dello stesso Mancini, l'Europeo disputato sotto la guida di Luciano Spalletti, raggiunto con più difficoltà del previsto e concluso con una netta eliminazione agli ottavi di finale contro una Svizzera apparsa superiore sotto ogni aspetto. Fino ad arrivare alla nuova mancata qualificazione mondiale, l'ennesima certificazione di una crisi che ormai va ben oltre il nome del commissario tecnico.
La strada tracciata da Malagò sembrava l'inizio di una rifondazione.
Oggi, appena undici giorni dopo, di quel progetto non resta praticamente nulla.
Le dimissioni di Paolo Maldini e Leonardo rappresentano molto più dell'addio di due dirigenti.
Rappresentano il fallimento del primo tentativo di costruire un nuovo metodo di lavoro.
La vicenda Pirlo è stata soltanto il detonatore.
Perché la sensazione è che le dimissioni di Maldini e Leonardo non raccontino semplicemente la rinuncia a un candidato per la panchina della Nazionale, ma il venir meno delle condizioni con cui avevano accettato di partecipare alla rifondazione della FIGC.
Nei giorni della presentazione si era parlato pubblicamente di Carlo Ancelotti e perfino di Pep Guardiola. Nomi che avevano inevitabilmente alimentato aspettative enormi. Poi la scelta è ricaduta su Andrea Pirlo, ex regista della Nazionale campione del mondo nel 2006. Una decisione assolutamente legittima, ma che sul piano della comunicazione appariva inevitabilmente distante dai profili evocati fino a quel momento.
Quando la candidatura sembrava ormai a un passo dall'ufficialità è esplosa la vicenda legata alla collaborazione commerciale di Pirlo con Fonbet.
Nel giro di poche ore il dibattito è uscito dal terreno sportivo.
La cronaca di questa giornata racconta perfettamente il clima che si è creato attorno alla nuova FIGC.
Per primo è intervenuto il ministro per lo Sport Andrea Abodi, parlando della necessità di "recuperare una brutta figura" e sottolineando come sarebbe stata auspicabile una maggiore tempestività e una più ampia comunione d'intenti nella gestione della vicenda.
Poco dopo è arrivata la replica di Giovanni Malagò. Entrando nella sede della FIGC, il presidente federale ha risposto con parole altrettanto significative: "Il mondo di Andrea Abodi è uno di quei mondi che non può parlare di brutte figure. Ce ne sono state tante da tante parti."
Nel frattempo Paolo Maldini e Leonardo hanno comunicato la volontà di lasciare i rispettivi incarichi, facendo crollare definitivamente il progetto tecnico presentato appena undici giorni prima.
A chiudere la giornata è stato Giancarlo Abete. Il presidente della Lega Nazionale Dilettanti ha spiegato che la Federazione non era a conoscenza della vicenda Pirlo-Fonbet quando fu individuato il candidato alla panchina azzurra e ha pronunciato una frase destinata a far discutere: "Maldini aveva parlato di un progetto di otto-dieci anni che è finito in undici giorni."
Fa impressione, però, che sia stato proprio Abete a pronunciare quelle parole.
Fu lui, infatti, nel 2010, da presidente della FIGC, ad affidare a Roberto Baggio la guida del Settore Tecnico della Federazione con l'obiettivo di avviare una profonda riforma del calcio italiano. Un progetto ambizioso, fondato sulla formazione, sui vivai e sullo sviluppo dell'intero movimento.Tre anni dopo, però, anche quell'esperienza si concluse con le dimissioni del Pallone d'Oro. Baggio lasciò l'incarico denunciando di non essere stato messo nelle condizioni di portare avanti il proprio lavoro e definendo il piano di riforma elaborato in circa novecento pagine una "lettera morta".
Situazioni diverse. Responsabilità diverse. Epoche diverse.
Eppure la sensazione è incredibilmente simile.
Ogni volta che nel calcio italiano si prova a costruire un progetto di lungo periodo, qualcosa sembra impedirgli di arrivare davvero alla fase più importante: quella del lavoro.
Ed è probabilmente questo l'aspetto più preoccupante dell'intera vicenda.
Perché la sensazione è che le dimissioni di Maldini e Leonardo non raccontino semplicemente la rinuncia ad Andrea Pirlo.
Trasmettono piuttosto l'impressione che siano venute meno le condizioni stesse con cui avevano accettato di entrare in Federazione. Se il progetto era nato per affidare autonomia a una nuova struttura tecnica nella costruzione del futuro della Nazionale, gli eventi di queste ore hanno inevitabilmente alimentato il dubbio che quello spazio di manovra si sia ridotto prima ancora di poter essere esercitato.
Non sappiamo se sia realmente così. Sarebbe scorretto affermarlo. Ma è questa la percezione che oggi accompagna la fine, improvvisa, del progetto Maldini-Leonardo.
Ed è proprio qui che il discorso va oltre Andrea Pirlo.
Undici giorni fa Giovanni Malagò aveva presentato un metodo prima ancora che un nome. L'idea era quella di affidare il futuro della Nazionale a una struttura tecnica composta da Paolo Maldini e Leonardo, chiamata a individuare il commissario tecnico e a costruire un progetto destinato a durare negli anni.
Oggi quello scenario è completamente cambiato.
Uscendo dalla sede della FIGC, lo stesso Malagò ha annunciato semplicemente che nelle prossime ore sarà comunicato il nome del nuovo commissario tecnico.
È un dettaglio solo in apparenza marginale.
In realtà racconta meglio di qualsiasi altra cosa quanto sia cambiata la prospettiva nel giro di appena undici giorni. Il metodo con cui era stata presentata la nuova Federazione sembra già essere stato superato dagli eventi. Quella che doveva essere una rifondazione costruita attorno a una squadra di dirigenti si è trasformata, nel giro di poche ore, nell'urgenza di individuare rapidamente un nuovo commissario tecnico. Poi potrà arrivare il Direttore Tecnico, posizione per cui sembra poter essere candidato l'attuale dirigente bianconero Giorgio Chiellini, ma sarà probabilmente una conseguenza e non una condivisione alla scelta del CT.
Forse domani sarà Roberto Mancini. Forse Antonio Conte. Forse un altro nome ancora.
Ma sarebbe un errore pensare che il problema del calcio italiano si risolva semplicemente scegliendo un allenatore.
Il problema è molto più profondo.
Negli ultimi anni il calcio italiano ha perso terreno, ha smesso di rappresentare un modello e continua a interrogarsi sulle ragioni della propria crisi. Eppure, ogni volta che si prova ad avviare un percorso diverso, il dibattito sembra trasformarsi immediatamente in uno scontro tra politica, istituzioni sportive, polemiche e contrapposizioni che finiscono inevitabilmente per mettere in secondo piano il progetto stesso.
La storia di Roberto Baggio. Il progetto naufragato di Maldini e Leonardo. Le tensioni di queste ore.
Cambiano i protagonisti, ma la domanda resta sempre la stessa.
Il calcio italiano vuole davvero cambiare oppure ogni tentativo di riforma è destinato a fermarsi davanti agli equilibri che governano il sistema?
Senza una risposta a questa domanda, il nome del prossimo commissario tecnico rischia di rappresentare soltanto l'ennesima soluzione temporanea a un problema che, invece, è strutturale.
Forse il progetto di Giovanni Malagò non è fallito perché era sbagliato.
Forse è fallito perché non ha nemmeno avuto il tempo di essere giudicato.
Ed è proprio questo il dato che dovrebbe far riflettere tutto il movimento.
Perché il rischio più grande non è perdere un allenatore, un direttore tecnico o un advisor.
Il rischio è continuare a consumare idee, uomini e progetti prima ancora di avere il tempo, il coraggio e l'unità d'intenti necessari per trasformarli in realtà.Se questo clima dovesse continuare, nessun commissario tecnico, nessun dirigente e nessun presidente potrà, da solo, invertire la rotta.E allora il vero fallimento non sarà la scelta del prossimo CT. Sarà aver dimostrato, ancora una volta, che nel calcio italiano i progetti di riforma rischiano di finire prima ancora di poter cominciare davvero.
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