La Juve aspettava la svolta con Maldini: la FIGC cambia il cast, il rischio è la Corazzata Kotiomkin

La Juve aspettava la svolta con Maldini: la FIGC cambia il cast, il rischio è la Corazzata KotiomkinTUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Paolo Maldini ha finalmente raccontato la sua versione. E bastano poche parole per riaprire una domanda che riguarda molto più della scelta di un commissario tecnico: «I patti sono stati rivisti», ha spiegato l'ex direttore tecnico della FIGC al Corriere della Sera.

Secondo Maldini, quando era stato coinvolto da Giovanni Malagò insieme a Leonardo, l'idea era che il nuovo direttore tecnico e il suo advisor scegliessero il CT, mentre il presidente avrebbe dovuto avallare la decisione. Poi, con la candidatura di Andrea Pirlo, qualcosa sarebbe cambiato. «Da oggi l'allenatore lo decido io, voi avallate», racconta Maldini. E a quel punto, dice, «non c'erano più le condizioni di fiducia».

Pirlo è saltato, Maldini e Leonardo hanno lasciato e quella che doveva essere la nuova struttura tecnica della FIGC è durata lo spazio di pochi giorni.

Ed è proprio qui che viene quasi spontaneo pensare a Fantozzi.

Perché nel Secondo tragico Fantozzi tutto comincia con il professor Guidobaldo Maria Riccardelli, il superiore ossessionato dal cinema d'autore. Fantozzi ha ricevuto la dritta giusta per il colloquio e capisce rapidamente che, per entrare nella Megaditta, deve dare al professore le risposte che vuole sentirsi dire.

«Bene, giovanotto. Lei è dei nostri!»

È il sistema raccontato attraverso la comicità: capire cosa vuole chi comanda, rispondere nel modo giusto e diventare parte del meccanismo.

E allora fa un certo effetto rileggere oggi anche il racconto fatto da Malagò sulla scelta di Roberto Mancini. Dopo il naufragio di Pirlo, il presidente della FIGC spiegò di aver cercato in Claudio Ranieri «una persona con cui condividere la decisione del commissario tecnico». Gli chiese come vedesse Mancini.

«Benissimo».

Niente di strano: Ranieri può ritenere Mancini il tecnico giusto e nessuno può contestarglielo. Ma, dopo le parole di Maldini, quella scena assume inevitabilmente un'altra prospettiva. Perché la domanda diventa: quanto è rimasto di quella direzione tecnica autonoma che doveva rappresentare una delle grandi novità della nuova FIGC?

È qui che torna anche la Juventus.

La Juve aveva guardato alla nomina di Maldini e Leonardo come a una possibile svolta. Non perché due uomini potessero risolvere da soli tutti i problemi del calcio italiano, ma perché sembrava esserci finalmente l'idea di affidare la rifondazione a figure con un peso e una visione diversi.

Una sensazione che, del resto, non era stata soltanto bianconera. Le parole di Spalletti e Carnevali sull'occasione persa andavano nella stessa direzione: Maldini poteva essere quella figura capace di dare una marcia diversa a una macchina che da anni procede tra problemi, polemiche e mancate qualificazioni.

La Juventus, del resto, ha provato più volte a mettere in discussione il sistema. Andrea Agnelli aveva denunciato per anni i problemi strutturali del calcio italiano ed europeo e sostenuto la necessità di riformarlo. Poi è arrivata la Superlega, con tutto quello che ne è seguito. Non serve costruire dietrologie o collegamenti che non possono essere dimostrati: basta ricordare che la Juventus è stata una delle realtà che più apertamente hanno provato a cambiare l'ordine costituito.

Ed è proprio qui che il film di Fantozzi diventa improvvisamente molto più serio.

Perché la Corazzata Kotiomkin, da sola, non sarebbe nemmeno la parte più importante della storia. La vera protagonista di quella sera è la Nazionale.

Fantozzi dovrebbe assistere al cineforum di Riccardelli, ma quella sera c'è Italia-Inghilterra. E lui non vuole perdersela. Scende con la radiolina attaccata, cerca disperatamente di ascoltare la telecronaca. Ma non serve nemmeno avere una radio funzionante: dalle case intorno arriva lo stesso racconto della partita. L'Italia sta giocando e, fuori da quella sala, tutti stanno ascoltando.

Quando la radiolina non gli permette di capire chi abbia colpito il palo, Fantozzi arriva persino ad arrampicarsi per cercare di recuperare la notizia.

È una gag, certo. Ma è anche una fotografia perfetta di quello che per generazioni è stato il calcio in Italia: la Nazionale come fatto collettivo. Una partita capace di fermare le persone, di farle ritrovare davanti alla televisione, alla radio, nelle case, nei bar. Una cosa che appartiene a tutti.

E proprio per questo Riccardelli perde. Perché puoi imporre un film ai tuoi dipendenti. Puoi costringerli a sedersi. Puoi convincerli che quella sia la cosa più importante della serata.

Ma non puoi convincerli che la Nazionale non conti.

E quando finalmente la proiezione finisce, succede qualcosa di ancora più grottesco: quelli che fino a pochi minuti prima erano rimasti in silenzio, quelli che avevano assecondato Riccardelli, quelli che avevano applaudito il sistema, improvvisamente si schierano con Fantozzi.

Arrivano i famosi 92 minuti di applausi. È la ribellione collettiva.

Ed è qui che il parallelo con la FIGC diventa quasi inquietante.

Per anni il sistema federale ha retto nonostante i problemi della Nazionale. Mancini, l'Europeo vinto nel 2021, la mancata qualificazione al Mondiale 2022, l'addio del CT, Spalletti, Gattuso e infine la terza esclusione consecutiva dalla Coppa del Mondo.

Eppure, nel 2025, Gravina era stato rieletto con il 98,7% dei voti. Un consenso quasi totale.

Poi è arrivata la Nazionale.

La mancata qualificazione al Mondiale 2026, con Gattuso in panchina, è stata quella che ha fatto saltare il castello costruito su quel 98,7%. Gravina si è dimesso e il consenso che sembrava inattaccabile si è dissolto davanti al fallimento più importante: l'Italia non era al Mondiale.

Esattamente come nel film: finché tutti sono dentro la sala, il sistema sembra indistruttibile. Poi arriva la Nazionale. E il film cambia.

La caduta di Gravina, però, non ha prodotto automaticamente quella rivoluzione che molti si aspettavano. Ed è questo il punto che dovrebbe interessare oggi.

Perché Malagò è appena arrivato. Non è serio dire che sia destinato a fare la stessa fine di Gravina, né che Mancini e Ranieri non siano uomini capaci di fare bene il loro lavoro.

Il problema è un altro: la sensazione di svolta che aveva accompagnato Maldini e Leonardo sembra essersi spenta prima ancora che il progetto potesse realmente partire.

E mentre il nuovo corso deve ancora prendere forma, Malagò è già alle prese con un'altra grana: la nomina di Diana Bianchedi come capodelegazione della Nazionale ha aperto un confronto sulla sua posizione e sull'eventuale compatibilità con gli incarichi che ricopre nell'ambito del CONI. Una verifica che aggiunge ulteriore complessità a un avvio di gestione già movimentato.

E per la Juventus, che aveva guardato proprio a quella scelta come a una possibile discontinuità, è difficile non chiedersi se il calcio italiano non stia ancora una volta cambiando soltanto il cast.

Perché puoi cambiare presidente, CT, direttore tecnico, advisor. Puoi parlare di rivoluzione culturale, rifondazione, condivisione.

Ma se il copione rimane lo stesso, prima o poi arriva un'altra partita della Nazionale.

E quella partita può fare quello che nessun consiglio federale, nessuna elezione e nessun 98,7% dei voti può impedire: presentare il conto.

Fantozzi, quella sera, non si ribella semplicemente perché non gli piace la Corazzata Kotiomkin.

Si ribella perché gli stanno impedendo di vedere l'Italia.

E forse è proprio questa la lezione che il calcio italiano dovrebbe ricordare.

La Nazionale viene prima del film, prima del cineforum, prima delle poltrone e prima dei giochi di potere.

Perché quando l'Italia è fuori dal Mondiale, il proiettore può anche rimanere acceso.

Ma nella sala non resta più nessuno.