Una caduta che fa male alla classifica, ma non alla Juve e ai tifosi
Nonostante la sconfitta, la maglietta a pigiamino, la sfortuna (perché quella c’entra sempre, nel bene e nel male), la mancanza di un centravanti (perché quello non l’abbiamo), il palo di Yildiz, l’unico tiro del Cagliari entrato in porta, la Juventus mi ha emozionato. Non mi va di essere critico e pessimista questa volta, per una partita che - come si diceva un tempo – a giocarla altre cento volte, la rete dei sardi sarebbe rimasta inviolata.
C’è un momento, davanti a un’opera d’arte, in cui tutto si ferma. Le parole, i pensieri, le ansie quotidiane cessano di esistere e rimane soltanto un senso di calma, una forma di gratitudine silenziosa. È la sensazione di benessere che solo la bellezza può generare. Accade davanti ai colori di Monet, alla potenza di Caravaggio, alla grazia di Botticelli, ma forse nessun dipinto restituisce la luce interiore della vita come I girasoli di Vincent van Gogh. In quell’esplosione di gialli, in quelle corolle contorte ma vive, sembra racchiusa un’intera filosofia dell’esistere: la gioia di essere al mondo nonostante tutto. I tifosi bianconeri erano abituati a rifugiarsi nelle vittorie della Vecchia Signora per godere ancor di più della quotidianità. I periodi meno vincenti avevano tolto il sorriso dai loro occhi, segnando dubbi, malinconie e oscuri presagi. La cura spallettiana, vivace e colorata ha ridato alla squadra quella vitalità che sembrava persa e a noi tutti quel senso di gratitudine mai domo innato nei confronti della sempreverde Juventus.
Quella di Cagliari non è una sconfitta di cui vergognarsi. Arrabbiarsi sì, rammaricarsi sì. Due manifestazioni che allo sportivo ogni tanto male non fanno. Osservo la Juventus nel suo insieme oggi, e sembra di esser davanti ai Girasoli di Van Gogh, in cui ogni spettatore trova un rifugio, quell’asilo che sembrava ormai perduto. Non serve conoscere la storia dell’arte per sentire la loro forza: basta lasciarsi attraversare dal colore, da quella vibrazione di vita che parla un linguaggio universale. Van Gogh ha trasformato il dolore in bellezza, la solitudine in dono, la pittura in luce. Ed è forse questo il miracolo dell’arte: riuscire a curare, anche solo per un istante, la parte più fragile di noi. Se badate bene, lo sport, il calcio, una bella partita sudata e vinta, non danno le stesse emozioni? Anche in una sconfitta si possono scorgere segnali importanti per il futuro. Per il pittore di Zundert, come si legge nelle lettere scritte al fratello Theo, i girasoli erano simbolo di ottimismo, un tributo al clima soleggiato del Sud della Francia e alla serenità che Arles gli aveva ispirato. Quei fiori, scrisse, così rinnovati di vitalità erano un messaggio di gratitudine, di amicizia e di positività. Nella tradizione occidentale il girasole simboleggia la devozione, la lealtà, la costanza: un fiore che segue la luce e non teme di mostrarne gli effetti. Forse è proprio questo a commuovere ancora oggi lo spettatore: quella tensione verso il sole, quell’ostinazione vitale che sa di speranza.
La Juventus del mister di Certaldo, se riflettiamo bene, negli uomini e nei mezzi è quasi uguale a quelle degli allenatori precedenti, ma quelle erano fiacche e inconcludenti, e soprattutto incolori e senz’anima. Sappiamo dalla storia del calcio che non è per tutti star seduti su quella panchina, così come musicare una tela con pochi colori rendendola un capolavoro immortale è per pochi. Vincent scelse di dipingere i fiori su sfondo giallo, con un vaso giallo, usando una gamma quasi monocromatica; nonostante questo fu una decisione rivoluzionaria. La pittura, scrisse, “irradia luce e allegria” anche senza contrasti forti e colori rari. Il colore, per lui, non serviva più a rappresentare la realtà, ma a esprimere emozioni, non dipingeva la realtà che vedeva, ma quella che desiderava.
Spalletti con un lavoro certosino e durissimo sta creando, con i semplici colori che aveva, un mosaico di luce e di speranza. Per ora le tessere sono sparse in un prato verde, devono essere ancora assemblate alla meglio. Ci vuole tempo. Chissà, se fosse arrivato a giugno…
Cagliari deve essere un punto di partenza, e quelle emozioni datemi dai Girasoli, non possono, non devono trasformarsi nell’Urlo di Munch!
Roberto De Frede
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