Il deserto delle idee

Il deserto delle idee
Oggi alle 07:30L'endovena - dritto al cuore del problema
di Fabrizio Rizzo


Spalletti predica vittorie future, la squadra colleziona delusioni presenti. Da Thiago Motta a Tudor, cambiano gli allenatori ma non la mediocrità. E il quarto posto rischia di diventare l'ennesimo miraggio. C'è qualcosa di profondamente malinconico, prima ancora che irritante, nell'assistere alle partite di questa Juventus. Una squadra che sembra uscita da un romanzo di Samuel Beckett, dove tutti aspettano Godot, nessuno sa esattamente quando arriverà e, soprattutto, nessuno sembra essersi accorto che probabilmente ha già deciso di non presentarsi. A Cagliari, domenica sera, l'ennesima rappresentazione del nulla. Un pareggio per 1-1, raggiunto soltanto all'81° minuto grazie a Kolo Muani, contro una formazione organizzata, combattiva ( al football di Mina avremmo ribadito le carezze di Davide ma ahimè sono finiti quei tempi…) certamente meritevole di rispetto, ma che non può trasformarsi nell'alibi di una Juventus incapace di imporre la propria superiorità. Perché diciamocelo: per vincere a Cagliari non sarebbe dovuta servire la Juventus di Platini, né quella di Lippi. Sarebbe bastata una mezza Juventus. Purché fosse una squadra. E invece abbiamo assistito a un'altra esibizione di possesso palla spesso sterile, iniziative prevedibili, attaccanti isolati e una manovra che procede con la stessa vivacità di una pratica catastale dimenticata sulla scrivania di un funzionario in ferie. Il problema non è più soltanto perdere punti. È perdere progressivamente la propria identità. Spalletti, il filosofo dell'ottimismo impossibile predica che  «Giocando così sono convinto che se ne vincano tante». Queste le parole del dopo partita dopo la partita, diciamo 40 minutini dopo che Pisacane, addentandolo per il braccio sn, magari avesse tentato invano di misurare la sua pressione arteriosa.....La domanda, a questo punto, sorge spontanea: ma quando, Luciano? Quando? Perché il calendario non è un'opinione, la classifica non è un trattato di metafisica e i punti non vengono assegnati sulla base delle buone intenzioni. Spalletti sembra ormai prigioniero delle proprie convinzioni. Un allenatore che continua a descrivere una squadra che soltanto lui riesce a vedere. Una sorta di Don Chisciotte calcistico che scambia i mulini a vento per grandi avversari e le sterili circolazioni di pallone per manifestazioni di superiorità tecnica. Il suo ottimismo ricorda quello del dottor Pangloss del Candido di Voltaire: tutto accade nel migliore dei mondi possibili. Anche quando quel mondo prende gol, rincorre il Cagliari e torna a Torino con un punto. Attenzione: nessuno mette in discussione ciò che Spalletti ha rappresentato per il calcio italiano. Ma il passato non può diventare una rendita vitalizia. Oggi il tecnico appare francamente appannato, quasi bollito nella capacità di trovare soluzioni. Non perché abbia dimenticato improvvisamente il calcio, ma perché sembra incapace di mettere in discussione il proprio. Il vero problema non è che Spalletti non abbia idee. È che sembra avere soltanto le sue. E che queste idee, alla prova del campo, continuino a non funzionare. Poi emerge dalle profondita' degli abissi intellettuali, Il grande equivoco degli attaccanti.... Da mesi si ripete che alla Juventus manca un centravanti capace di garantire venti gol. Una spiegazione comoda, rassicurante, quasi terapeutica. Ma siamo davvero sicuri che sia questo il problema? O non sarà piuttosto che la Juventus sia diventata un luogo dove gli attaccanti arrivano con una reputazione e finiscono per perdere persino la memoria del proprio mestiere? Cambiano i nomi, cambiano le caratteristiche, cambiano gli investimenti. Ma il risultato, troppo spesso, rimane identico: attaccanti lontani dalla porta, isolati, costretti a rincorrere palloni impossibili oppure ad aspettare un servizio che arriva quando ormai la difesa avversaria ha avuto il tempo di sistemarsi, prendere un caffè e leggere il giornale. Domenica Kolo Muani è rimasto a lungo solo. Quando la squadra ha finalmente aumentato la presenza offensiva, con Woltemade  ( per carita'.........) a creare spazi e Alajbegovic a fornire il pallone decisivo, è arrivato il pareggio. E poco dopo persino una traversa. E allora viene da chiedersi: perché attendere tanto per creare le condizioni che consentano a un attaccante di fare l'attaccante? Perche' , come imparo dall'Amico Mirko Nicolino, non aspettarli bassi e , appena il pullman posteggiato a folle, vede che aria fresca ci sia fuori, punzecchiarli in contropiede ( toh.... abbiamo una gazzella, non sara' un diamine di cannoniere, ma ha il fenotipo del levriero.... perche non sfruttarlo?). Un centravanti può sbagliare un gol. Due. Anche tre. Ma se sistematicamente chiunque venga impiegato fatica a rendere, bisogna avere il coraggio di guardare altrove. Forse non manca soltanto chi segna. Manca soprattutto un gioco che permetta di segnare. E a quel punto la responsabilità non può essere scaricata all'infinito sul mercato, sui singoli o sulla malasorte. La classifica non legge i comunicati stampa.La Juventus ha 11 punti dopo sei giornate. Inter e Lazio sono a 16, la Roma a 14 e, particolare che dovrebbe provocare qualche insonnia alla Continassa, il Cagliari è quarto con 13 punti. Siamo ancora a Ottobre, naturalmente. Nessuna sentenza matematica. Ma è proprio questo il punto: continuare a rassicurarsi perché < è presto> ,  rischia di diventare il metodo migliore per scoprire, a primavera, che ormai è troppo tardi. La stagione passata avrebbe dovuto insegnare qualcosa. Invece sembra che alla Juventus si sia sviluppata una particolare forma di amnesia selettiva: si dimenticano i punti persi, si ricordano soltanto le occasioni create. E mentre Spalletti promette vittorie future, quelle presenti vengono regolarmente rimandate. Come nei romanzi di Kafka, il tifoso bianconero si ritrova davanti a un processo interminabile, senza sapere quale sia esattamente la colpa. Con una differenza: qui la condanna è visibile ogni domenica, sul tabellone dello stadio e ahime' non piu' in quel che rimane dei sopravvissuti de 90.mo minuto.

Dal quarto posto al mercato povero: il circolo vizioso. L'ipotesi di un'altra stagione senza qualificazione alla Champions League non può più essere liquidata come pessimismo da tifosi. È un rischio concreto, anche se ancora evitabile. E le conseguenze sarebbero pesanti: minori ricavi, meno possibilità di investimento, minore attrattività sul mercato e un'altra estate trascorsa a inseguire occasioni, prestiti e complicate operazioni finanziarie. Giugno 2027 rischierebbe di diventare l'ennesimo mercatino dell'usato calcistico, nel quale si cerca un grande attaccante con il budget di una squadra che non può permetterselo. E poi, naturalmente, si spiegherà che il nuovo allenatore — oppure quello vecchio, opportunamente riconfermato — non dispone di una rosa adeguata. È il perfetto ghirigoro  vizioso: non si vince perché mancano i giocatori, non si comprano i giocatori perché non si vince. Una trama degna di Luigi Pirandello: Sei personaggi in cerca d'autore. Con la differenza che alla Juventus i personaggi sono molti di più, l'autore dovrebbe essere Spalletti e la sceneggiatura continua a non convincere nessuno. Motta, Tudor e Spalletti: tre allenatori, una sola delusione...Ed eccoci al confronto più impietoso. Quello dei numeri. Perché Thiago Motta veniva accusato di essere un teorico incapace di tradurre il possesso palla in vittorie. Tudor di proporre un calcio elementare, poco raffinato e tatticamente limitato. Lucianone nosttro , invece, avrebbe dovuto rappresentare il salto di qualità: l'esperienza, la conoscenza, il gioco, l'autorevolezza. Ebbene, dopo sei giornate, il confronto racconta una storia assai diversa.Il risultato è paradossale: Spalletti ha un punto in meno sia di Motta sia di Tudor. E c'è una circostanza aggravante: Motta e Tudor stavano cominciando le rispettive stagioni. Spalletti, invece, guida la Juventus dall'autunno 2025, dunque da quasi un anno, anche se non da dodici mesi esatti. Ha avuto tempo per conoscere la squadra, studiarne i difetti, individuare le soluzioni e imprimere un'identità. Il risultato? Undici punti in sei partite. Ma c'è di più. Se allarghiamo lo sguardo ai rendimenti complessivi delle precedenti gestioni, il quadro diventa ancora più interessante. Differenze modeste, certamente non tali da certificare la rivoluzione annunciata. E allora la domanda diventa inevitabile: se Motta era inadeguato e Tudor insufficiente, perché Spalletti dovrebbe essere considerato intoccabile davanti a risultati così simili? Non basta avere un curriculum migliore per produrre un calcio migliore. Da Juventus-Lecce a Cagliari: nove mesi di promesse. Il 3 gennaio 2026 la Juventus pareggiava 1-1 in casa contro il Lecce. Spalletti, nel dopopartita, sosteneva già che ripetendo prestazioni del genere sarebbero arrivati risultati positivi. Sono trascorsi oltre nove mesi. Nel frattempo la Juventus ha concluso il campionato 2025/26 al sesto posto, fuori dalla Champions League, e ha cominciato il successivo con appena undici punti in sei giornate. Il bilancio finale dello scorso campionato, con 54 punti conquistati da Spalletti nelle sue 29 partite, è una risposta piuttosto eloquente a quelle promesse. Da quel pareggio contro il Lecce non si può attribuire automaticamente ogni punto lasciato per strada all'allenatore, né sommare due campionati come fossero un'unica classifica. Ma il dato sostanziale rimane: la svolta promessa non si è vista, e la Juventus è già ripartita con un rendimento inferiore a quello dei suoi due predecessori alla medesima giornata. Il problema non è più aspettare che il progetto maturi. È capire se esista davvero un progetto capace di maturare. Il rischio di un altro bagno di sangue e' onestamente dietro l'angolo... La verità è che questa Juventus rischia di diventare una società abituata alla mediocrità e, cosa assai peggiore, capace di giustificarla. Un tempo un pareggio contro una squadra abbordabile veniva vissuto come un incidente da correggere immediatamente. Oggi viene analizzato come una promettente dimostrazione di crescita. Un tempo la Juventus misurava le stagioni con i trofei. Oggi rischia di misurarle con le occasioni da gol, il possesso palla e le dichiarazioni incoraggianti del lunedì. Siamo passati da Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta a Non abbiamo vinto, ma abbiamo fatto una grande prestazione. Una metamorfosi che farebbe impallidire persino Kafka. Eppure non tutto è perduto. Mancano trentadue giornate, il quarto posto dista appena due punti e la stagione può ancora essere raddrizzata. Ma per farlo occorre smettere di raccontare che le cose vadano meglio di quanto dicano i risultati. Spalletti deve ritrovare pragmatismo, dare riferimenti offensivi riconoscibili, valorizzare gli attaccanti e soprattutto comprendere che il calcio non premia la bellezza presunta delle intenzioni, ma l'efficacia delle soluzioni. Altrimenti il copione è già scritto: un'altra stagione di rincorse, un'altra qualificazione Champions mancata, un altro giugno di ristrettezze economiche e un altro allenatore — magari lo stesso — pronto a spiegare che serviranno giocatori più forti. E noi ancora qui, come i personaggi di Beckett, ad aspettare qualcuno che non arriva. Con una differenza sostanziale: Godot almeno aveva il buon gusto di non promettere che la prossima volta avrebbe vinto tante partite. La Juventus, invece, continua a promettere il futuro mentre spreca il presente. E se questo è il gioco che dovrebbe riportarla in alto, c'è poco da stare allegri. Anzi, forse sarebbe proprio il caso di richiamare Massimiliano Allegri. Non in panchina, per carità. Soltanto per chiedergli se, davanti a tanto calcio teorico e così pochi punti, abbia ancora voglia di farsi una risata. Perché qui, ormai, l'unica cosa che sembra funzionare davvero è la fabbrica degli alibi. E quella, a differenza dell'attacco juventino, produce a pieno regime.