Il talento non cresce in gabbia

Il talento non cresce in gabbia
Oggi alle 07:30L'endovena - dritto al cuore del problema
di Fabrizio Rizzo

Lasciateli provare..C’è un’età per essere pronti e ce n’è un’altra, molto più importante, in cui qualcuno decide di darti fiducia. Kimi Antonelli, campione del mondo di Formula 1 a vent’anni, ci consegna una lezione che va oltre i motori: il talento ha bisogno di preparazione, certamente, ma anche di un sedile. Quello vero. Perché dal simulatore delle promesse bisogna, prima o poi, passare alla pista delle responsabilità.  Nel calcio italiano, invece, quel passaggio somiglia spesso a una pratica amministrativa. Il ragazzo è interessante, però deve crescere. È bravo, però deve capire. Ha personalità, però deve imparare a gestirla. A furia di aspettare il momento giusto, finiamo per consegnargli le chiavi quando qualcuno ha già cambiato la serratura. Poi arriva Alajbegovic. Nel momento delicato della Juventus, contro il Napoli, un suo sinistro rompe l’equilibrio e apre la strada al successo. Una giocata che restituisce respiro a una squadra e ricorda una verità elementare: sul campo c’è ancora spazio per qualcosa che l’avversario non aveva previsto. Ecco il punto: quanto siamo disposti a tollerare l’imprevisto quando nasce dai piedi di un giovane? Lo celebriamo se diventa gol. Se invece il dribbling fallisce, parte subito il processo: doveva scaricare, consolidare il possesso, rispettare le distanze. Il talento riceve così un messaggio chiarissimo: puoi essere creativo, purché tu garantisca in anticipo il risultato. Una richiesta ragionevole quanto pretendere da un poeta il certificato di conformità della metafora. La tattica serve. Organizza la squadra, protegge le fragilità, mette un giocatore nelle condizioni di ricevere il pallone dove può fare male. Il problema comincia quando occupa tutto lo spazio, anche quello del pensiero. Quando un attaccante entra in campo con tante consegne da avere bisogno di un segretario e, davanti alla porta, cerca prima l’approvazione della panchina. Si vedono ragazzi capaci di saltare l’uomo trasformati in diligenti custodi della fascia. Devono abbassarsi, stringere, accompagnare, compensare. Tutto utile, finché resta loro energia e libertà per fare ciò che li rende speciali. Altrimenti abbiamo preso un violinista per migliorare il servizio di trasloco del pianoforte. La Juventus farebbe bene a custodire questo segnale.

La vittoria sul Napoli dà sollievo; per costruire qualcosa che duri occorre dare continuità anche alla fiducia. Alajbegovic merita occasioni nelle quali incidere, sbagliare, riprovare. Senza diventare il salvatore dopo una prodezza e il ragazzo immaturo alla prima palla persa. È qui che si misura il coraggio di un allenatore. Schierare un giovane quando tutti lo reclamano è relativamente semplice. Tenergli aperta una possibilità dopo una partita storta richiede convinzione, competenza e anche una certa disponibilità a esporsi. Le responsabilità educano quando sono accompagnate dalla fiducia; diventano una trappola se ogni errore rimette in discussione il diritto di stare in campo. Antonelli e Alajbegovic appartengono a sport diversi, con percorsi e risultati diversi. Ma invitano alla stessa riflessione: chi guida una squadra deve saper riconoscere il momento in cui la protezione rischia di diventare un freno. Preparare un giovane significa anche accettare che possa sorprenderci. Non basta invocare “spazio ai giovani” nelle conferenze stampa. Servono minuti importanti, palloni importanti, decisioni importanti. E istruzioni abbastanza chiare da orientarli, abbastanza intelligenti da lasciare loro una scelta.Perché un sistema di gioco dovrebbe aiutare il talento a trovare una strada. Se gli chiude ogni uscita, sarà anche disegnato benissimo sulla lavagna, ma resta una gabbia. E il pubblico, allo stadio, viene ancora per vedere qualcuno che abbia il coraggio di aprirla. Spalletti scelga il coraggio di chi apre una strada e accetta di non conoscerne ogni curva. Nei Promessi sposi, don Abbondio fa della prudenza un rifugio dalle responsabilità; ma chi guida deve decidere anche quando le certezze mancano. Dia dunque fiducia ai giovani e non la ritiri al primo errore: il talento ha bisogno di una possibilità vera, non di un permesso che scade alla prima sconfitta. E prenda qualcosa dalla leggerezza di Calvino: togliere peso al gioco, liberarlo dall’eccesso di istruzioni. Perché anche una squadra può smarrirsi quando, per paura di sbagliare strada, continua a tornare indietro. Infine un ennesimo plauso alla proprietà....l’ennesima ricapitalizzazione: alla Juventus sembra di rileggere il mito di Sisifo, con il capitale spinto in cima alla montagna e la necessità di ricominciare puntualmente da capo. Ad Elkann va riconosciuto l’impegno economico; alla dirigenza va chiesto perché quell’impegno fatichi a diventare un progetto sportivo convincente. Perché si possono ricapitalizzare i conti, ma la competenza si deve dimostrare e la fiducia si deve riconquistare.