Non mi resta che piangere....
C’è qualcosa di profondamente pirandelliano nella Juventus di oggi: una società in cerca d’autore, undici giocatori in cerca d’identità e Spalletti che forse si domanda se il vero Luciano non sia rimasto a Napoli, insieme allo scudetto. Lo 0-3 contro la Lazio è l’ennesima umiliazione di una squadra senza gioco, carattere e personalità. Undici punti dopo sette giornate, persino meno dei dodici raccolti da Tudor un anno fa. Eppure, alla Continassa continuano a raccontarci che il problema sia sempre l’allenatore. Da Zidane, Del Piero, Buffon, Nedved e Trezeguet, passando per Pirlo, Tevez, Dybala e Cristiano Ronaldo, siamo arrivati a una Juventus che non acquista più campioni, ma costosissime speranze. Una volta i giocatori valevano più del loro cartellino; oggi accade esattamente il contrario. Si spendono milioni per calciatori che, appena arrivati a Torino, sembrano dimenticare persino le ragioni per cui sono stati acquistati. Spalletti doveva portare gioco, identità e valorizzazione degli attaccanti. Finora, quasi nulla. Manovra lenta, occasioni rare, attaccanti isolati. Ma siamo sicuri che il problema siano sempre e soltanto i centravanti? Forse bisognerebbe chiedersi perché chiunque arrivi finisca per rendere meno delle aspettative. Luciano resta o va via? La società per ora lo sostiene, ma la sua posizione appare sempre più fragile. Esonerarlo potrebbe diventare inevitabile, ma significherebbe davvero cambiare qualcosa? Allegri doveva garantire concretezza, Motta modernità, Tudor carattere, Spalletti bel gioco. Quattro filosofie differenti, un identico fallimento. E già qualcuno potrebbe sognare il ritorno di Antonio Conte, l’uomo capace di restituire fame, disciplina e mentalità vincente. Sarebbe una suggestione affascinante, forse persino una soluzione immediata. Ma con un interrogativo tutt’altro che secondario: quanto durerebbe? La sua storia invita alla prudenza: due anni al Chelsea, due all’Inter, poco più di uno al Tottenham; alla Juventus, nel suo primo ciclo, rimase tre stagioni. Conte sa ricostruire e vincere, ma i suoi rapporti con le società non sempre resistono alle tensioni del mercato e alle ambizioni reciproche. Il rischio concreto sarebbe ritrovarsi, dopo un paio d’anni, con qualche risultato in più ma nuovamente senza allenatore, pronti a inaugurare l’ennesimo ciclo. Non una previsione certa, naturalmente, ma uno scenario che la Juventus dovrebbe considerare prima di affidarsi ancora una volta all’uomo della provvidenza. La Juventus sembra ormai prigioniera del multiverso di Dark Matter: ogni porta conduce a una realtà alternativa, con nuovi allenatori, nuovi dirigenti e nuovi giocatori. Ma dietro ogni porta troviamo sempre la stessa crisi. Nella serie il protagonista cerca disperatamente di tornare alla propria vita; alla Continassa cercano disperatamente di tornare a essere la Juventus. E qui riaffiora il Gattopardo: cambiare tutto affinché tutto possa peggiorare. Il problema, infatti, è soprattutto societario. Mercati dispendiosi, scelte contraddittorie, giocatori sopravvalutati e una cultura della vittoria progressivamente smarrita. Ogni estate si annuncia una rivoluzione, ogni ottobre si scopre che era soltanto una riedizione della precedente.
E già si intravede il prossimo giugno, con un mercato inevitabilmente condizionato dai risultati e dalle ristrettezze economiche. Ma la sconfitta più dolorosa è un’altra: ci stiamo abituando alla mediocrità. Una volta la Juventus lottava per vincere lo scudetto; oggi si fanno calcoli disperati per raggiungere il quarto posto. Una volta incuteva timore agli avversari, adesso lo incute soprattutto ai propri tifosi. Siamo passati dalle magie di Del Piero ai miracoli aritmetici necessari per entrare in Champions. Come nel Deserto dei Tartari di Buzzati, aspettiamo da anni la grande svolta. Intanto gli altri crescono, vincono, costruiscono. Noi aspettiamo il prossimo allenatore, il prossimo mercato, il prossimo fantomatico nuovo ciclo. Dante, dopo trentaquattro canti dell’Inferno, riuscì finalmente a uscirne. Noi siamo al sesto anno di sofferenza e non abbiamo ancora incontrato Virgilio. Oscar Wilde sosteneva che l’esperienza fosse il nome attribuito ai nostri errori. Alla Juventus, evidentemente, abbiamo deciso di accumularne una quantità industriale. Il vero dramma non è aver smesso di vincere. È aver cominciato a considerare normale non farlo. E allora, prima di sacrificare l’ennesimo allenatore, qualcuno dovrebbe finalmente assumersi la responsabilità di questa interminabile decadenza. Come in Dark Matter appunto, continuiamo ad aprire porte nella speranza di ritrovare la nostra realtà. Magari dietro la prossima ci sarà proprio Conte, con la sua energia, le sue vittorie e, chissà, anche la consueta valigia pronta dopo due stagioni. Ma non possiamo continuare a confondere un allenatore con un progetto e una fiammata con una rinascita. E poi ci sarebbe anche da commnetare il battibecco tra Brenner e Spalletti, ennesimo sintomo di un ambiente in cui anche le tensioni interne finiscono per diventare spettacolo pubblico. Un tempo alla Juventus i bandi sporchi si lavano in famiglia oggi non si riesce nemmeno a lavarli in Arno. La Juventus non ha bisogno di un’altra porta da aprire. Ha bisogno di ritrovare chi era prima di perdersi. Perché si può perdere una partita, uno scudetto, persino un’intera generazione di campioni. Ma quando una società perde la propria identità e smette persino di vergognarsi della mediocrità, non è più una squadra in crisi. È una grande storia che rischia di diventare soltanto un ricordo. E la cosa più terribile è che, un giorno, potremmo non ricordare più nemmeno come si faceva a vincere... e adesso non mi resta che piangere....
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