Fuori da qualsiasi orbita
Faccio una premessa, non parlerò dell’infamia e della vergogna che tutti noi dalle menti savie abbiamo provato mercoledì a Genova….. la prendo larga perché diversamente il discorso sarebbe bello che chiuso……Da Lecce al Clasico, dal Pallone d’Oro al ( MAlago') commissario di se stesso: viaggio in un pallone che discute di tutto e costruisce sempre meno. La Juventus torno’ da Lecce con una vittoria necessaria: 2-0, McKennie e Douglas Luiz. Tre punti che all’epica dei fatti, avrebbero alleggerito la posizione di Spalletti e consentono ai bianconeri di respirare. Il risultato conta, soprattutto quando vincere è diventato complicato. Purché il sollievo non venga scambiato per una guarigione ( ed infatti il signor De Rossi ce lo rammenta subito subito…). Perché questa Juve continua a dare l’impressione di dover negoziare ogni certezza. Nel secondo tempo arretra, perde precisione, lascia prendere coraggio al Lecce. Il successo in terra pugliese resta; la sensazione di una squadra finalmente padrona di sé, parecchio meno. Diciamo che la Signora aveva ripreso a camminare: per il ballo delle debuttanti aspetterei ancora. Poi domenica cambi canale e trovi Barcellona-Real Madrid. Finisce 2-1 per il Real, con due gol di Mbappé e il momentaneo pareggio di Raphinha. Ci sono errori anche lì, naturalmente. Ma ci sono velocità di pensiero, qualità nell’esecuzione, giocatori capaci di trasformare una palla ordinaria in un problema straordinario per gli avversari. Il confronto va fatto con criterio: nessuno pretende che Lecce-Juve ( per carità men che meno il naufragio al Ferraris….) abbia gli stessi interpreti del Clasico. Eppure il cambio di canale lascia addosso una domanda scomoda: quanto siamo lontani da quel livello? Da una parte si aspetta che qualcuno inventi qualcosa; dall’altra si comincia già a discutere se il terzino abbia accompagnato troppo l’azione. Noi, prima di liberare il talento, gli chiediamo il certificato di residenza nella posizione assegnata. Leopardi scriveva: «L’immaginazione è la prima fonte della felicità umana». Nel nostro calcio rischia di diventare un’aggravante tattica. Il problema supera la Juventus. Riguarda un movimento che ama definirsi scuola e fatica ad accettare gli esami. La tradizione tattica italiana è un patrimonio autentico; usarla come giustificazione permanente della prudenza significa però consumarne gli interessi senza investire più il capitale. I giovani devono poter sbagliare, i tecnici devono poter costruire, le società devono sapere che cosa vogliono prima di cambiare allenatore. Da noi il progetto dura spesso fino al primo pareggio casalingo. Poi comincia il progetto successivo, illustrato dallo stesso dirigente con la stessa cravatta. Intanto Harry Kane conquista il Pallone d’Oro davanti a Mbappé e Lamine Yamal. Nella prima decina non compaiono italiani né giocatori di club italiani. Una classifica individuale non misura da sola la salute di un campionato, ma questa fotografia merita di essere guardata senza mettere davanti l’album dei ricordi. Noi continuiamo a raccontarci quando il mondo veniva a giocare qui. Bellissimo. Anche Venezia era una repubblica marinara: questo non basta a farle vincere la Champions. La sensazione è quella di essere usciti dalle galassie in cui si decide il prestigio del calcio, restando molto competitivi nel commentarle. Direte voi che siamo stati esocitati anche dalla galassia della nostra Juve, permangono i poveri resti fumanti di una storia che fu…. Abbiamo opinionisti per ogni modulo, specialisti per ogni polemica e una disponibilità pressoché illimitata di ex grandi. Il problema è produrre i prossimi. E quando il campo non basta a deprimerci, arriva il governo del pallone. Giovanni Malagò, eletto presidente federale a giugno, è stato nominato commissario straordinario della FIGC il 6 ottobre, dopo il caso del mancato tesseramento. Il CONI ha previsto nuove elezioni entro il 31 gennaio 2027. Qui Pirandello potrebbe limitarsi a chiedere i diritti d’autore. Il protagonista cambia qualifica e rimane al centro della scena: presidente nel primo atto, commissario nel secondo. Il pubblico attende di sapere se nel terzo arriveranno le riforme o soltanto una nuova targhetta sulla porta. Le questioni formali contano.
Proprio per questo una federazione dovrebbe risolverle prima di trasformarle in spettacolo nazionale. E, nel frattempo, occuparsi di formazione, impianti, sostenibilità e credibilità delle competizioni. Tutte attività meno televisive del regolamento dei voti, ma vagamente più utili a giocare a calcio. La credibilità riguarda anche la vicenda ribattezzata “Arbitropoli”. Qui serve precisione: parlare di un’inchiesta “insabbiata” come fatto accertato significa affermare qualcosa che le fonti disponibili non dimostrano. A luglio la Procura di Milano ha chiesto l’archiviazione del filone per frode sportiva relativo alle designazioni contestate a Rocchi, riferendo di non avere trovato prove di combine; gli atti sono stati trasmessi alla giustizia sportiva per le sue valutazioni. Questo non vieta di chiedere chiarezza. Impone di chiederla bene: quali contestazioni hanno trovato riscontro, quali sono cadute, quali valutazioni sportive restano? La trasparenza protegge tanto chi è stato accusato senza prove quanto chi pretende una competizione affidabile. Il tifoso non dovrebbe aver bisogno di una laurea in procedura per capire la conclusione di una vicenda esplosa sui giornali. E l’informazione dovrebbe avere, nel raccontarne gli esiti, almeno la stessa voce usata per annunciarne lo scandalo. Altrimenti rimangono soltanto due curve: quella che vede colpevoli ovunque e quella che considera ogni domanda un’offesa personale. Nel mezzo, naturalmente, c’è codesto VAR. La grande promessa tecnologica alla quale abbiamo affidato persino il compito di renderci ragionevoli: decisamente troppo, anche per una macchina. Il punto non è pretendere l’infallibilità. È capire quale utilità abbia rivedere un episodio se poi una decisione sbagliata può sopravvivere alle immagini, alle consultazioni e all’attesa. Quando succede, la frustrazione raddoppia: prima si poteva dire che l’arbitro non avesse visto; adesso il pubblico ha visto che poteva vedere. Un errore dopo quattro minuti di controllo possiede una sua particolare solennità. È lo sbaglio col timbro. La responsabilità rimane umana: di chi arbitra, di chi assiste, di chi stabilisce e applica i criteri d’intervento. Il monitor non può diventare né un alibi né un oracolo. Servono decisioni spiegabili, criteri coerenti e la disponibilità ad ammettere un errore senza sottoporlo prima a un trattamento cosmetico. Manzoni osservava che «il buon senso c’era; ma se ne stava nascosto, per paura del senso comune». Nelle nostre discussioni arbitrali sembra spesso nascosto dietro il protocollo, in attesa che qualcuno lo inviti al monitor. Poi arriva il derby turco e ricorda che il degrado sa parlare molte lingue. Il Galatasaray batte il Fenerbahçe 2-1 con una doppietta di Osimhen, ma il finale viene occupato da una maxirissa tra giocatori e membri degli staff, con l’intervento della sicurezza. Il calcio lascia spazio al Far West. La rivalità dà valore a una partita; la violenza glielo sottrae. Se i professionisti perdono il controllo, diventa difficile chiedere al pubblico di custodirlo. E definire tutto questo “colore” è un favore fatto a chi confonde la personalità con la prepotenza. Per certe scene il contributo di Sergio Leone sarebbe stato soprattutto musicale. Il quadro, allora, è questo: a Lecce la Juventus ritrova punti senza cancellare i dubbi, che affiorano come incubi nella serataccia di Genova; nel Clasico si misura una qualità che ci obbliga a guardare in alto; Kane riceve il Pallone d’Oro; il calcio italiano continua a interrogarsi su cariche, arbitri e interpretazioni. Tutte questioni legittime. Nessuna sufficiente a riportarci al centro. Per riuscirci bisogna tornare a costruire qualcosa che meriti di essere guardato: giocatori, squadre, competizioni credibili. E accettare che il prestigio di ieri non garantisca quello di domani. Dante chiudeva il suo viaggio tornando «a riveder le stelle». Noi, per adesso, siamo ancora al monitor. E stiamo controllando se fossero in fuorigioco. Come promesso non mi sono soffermato sul disastro di Genova, sul quale non ho davvero più parole, che lo sdegno per la totale disaffezione alla maglia di 15-20 “inquilini della Continassa” che non sono degni nemmeno di essere menzionati. Non cambierà nulla al solito ma mi auguro per domenica una Stadium deserto…che intorno a questi ominicchi ci sia il silenzio …. Il medesimo che pervade le nostre anime sportive….
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