Bastoni e il paradosso del calcio moderno: quando parlare fa più male che bene

Bastoni e il paradosso del calcio moderno: quando parlare fa più male che beneTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
Ieri alle 23:30Primo piano
di Nerino Stravato

Nel calcio moderno non basta più saper gestire un episodio in campo. Occorre saper gestire anche tutto ciò che accade dopo. Interviste, dichiarazioni, post sui social e prese di posizione di allenatori o procuratori possono infatti incidere sull'immagine di un calciatore almeno quanto una prestazione.

È quanto sta accadendo nuovamente con Alessandro Bastoni. A distanza di mesi dalla discussa sfida tra Juventus e Inter, un episodio che sembrava ormai appartenere al passato è tornato improvvisamente al centro del dibattito. A riaccendere la polemica sono state le recenti dichiarazioni del procuratore del difensore nerazzurro, Tullio Tinti, che, parlando di quel caso, ha offerto una propria interpretazione dell'accaduto. Parole che nel giro di poche ore hanno riaperto il confronto tra tifosi e addetti ai lavori, riportando sui social una vicenda che sembrava ormai definitivamente archiviata.

Tinti ha sostenuto che Bastoni avrebbe subito un'ingiustizia a causa di un regolamento che non consente la revisione al VAR della seconda ammonizione. Nella stessa ricostruzione ha però riconosciuto che il difensore aveva simulato, aggiungendo che "un filino lo avevano trattenuto". È una ricostruzione che ha inevitabilmente alimentato nuove polemiche, anche perché il riferimento all'ingiustizia ha lasciato spazio a diverse interpretazioni. Una possibile lettura è che Tinti intendesse sostenere che, se il VAR avesse potuto intervenire, Bastoni sarebbe stato ammonito per simulazione e, essendo già gravato da un cartellino giallo, sarebbe stato espulso lui, mentre Kalulu non avrebbe ricevuto il secondo giallo. In questo scenario è plausibile pensare che l'episodio avrebbe avuto un impatto mediatico molto più contenuto, perché il regolamento avrebbe corretto immediatamente l'errore arbitrale e la vicenda si sarebbe probabilmente chiusa sul campo. Anche il gesto successivo di Bastoni, dettato verosimilmente dall'adrenalina del momento, avrebbe avuto un peso diverso nel giudizio dell'opinione pubblica, proprio perché inserito in un contesto arbitrale ormai chiarito. Resta però il fatto che definire quella situazione come un'ingiustizia subita dal giocatore è un'espressione che si presta facilmente a interpretazioni controverse e che, nell'attuale contesto mediatico, ha finito per riaccendere una polemica che sembrava ormai superata.

Una vicenda riaperta più volte

Ed è proprio questo l'aspetto che fa riflettere. L'episodio non è tornato d'attualità una sola volta, ma è stato riaperto più volte nel corso dei mesi.

Subito dopo la partita contro la Juventus era stato Cristian Chivu, a caldo, a prendere le difese del proprio giocatore, cercando di spiegare quanto accaduto. Successivamente, alla vigilia di un impegno di Champions League, era stato lo stesso Bastoni ad affrontare pubblicamente l'argomento con toni decisamente più equilibrati, riconoscendo di aver accentuato la caduta e dando la sensazione di voler mettere definitivamente un punto alla vicenda.

Sembrava davvero che il caso fosse destinato a chiudersi. Invece, a stagione conclusa, era stato ancora Chivu a tornare sull'episodio, riaprendo una discussione che appariva ormai superata. Proprio su quelle dichiarazioni avevamo osservato come difendere un proprio calciatore sia assolutamente legittimo, ma come alcune argomentazioni rischino di ottenere l'effetto opposto, alimentando ulteriormente il dibattito anziché spegnerlo.

Ora sono arrivate anche le parole di Tinti, che hanno riportato ancora una volta quel caso al centro dell'attenzione. Ed è forse questo il vero paradosso: ogni tentativo di proteggere Bastoni ha finito, in qualche modo, per riportare sotto i riflettori proprio quell'episodio, quando era stato lo stesso giocatore a dare l'impressione di voler voltare pagina.

Nell'era dei social la comunicazione pesa quanto il campo

Il punto, però, va oltre il singolo caso. Oggi ogni dichiarazione viene rilanciata nel giro di pochi minuti, commentata migliaia di volte e trasformata in argomento di discussione sui social. In questo contesto, anche una frase pronunciata con l'intenzione di difendere un calciatore può diventare un boomerang mediatico.

È proprio questo l'aspetto più interessante. Al di là del merito delle dichiarazioni, il tentativo di offrire una lettura diversa dell'episodio ha finito per riportare al centro del dibattito una vicenda che sembrava ormai chiusa. Nel calcio di oggi, dove ogni parola viene analizzata e rilanciata nel giro di pochi minuti, la comunicazione è diventata parte integrante della gestione di un atleta. Ogni dichiarazione contribuisce a costruirne l'immagine e, soprattutto nei momenti più delicati, può incidere sulla percezione che tifosi e appassionati hanno di lui.

Un tema che riguarda tutto il calcio, non solo l'Inter

Non è un fenomeno che riguarda esclusivamente Bastoni o l'Inter. Anche in casa Juventus, poche settimane prima dell'inizio del ritiro, si è verificata una situazione simile. L'agenzia che cura gli interessi di Michele Di Gregorio aveva pubblicato un duro messaggio nei confronti del club, sostenendo che il portiere fosse stato trasformato nel capro espiatorio della stagione e arrivando ad attribuire gran parte delle responsabilità agli attaccanti della Juventus, con parole che avevano inevitabilmente acceso il dibattito e coinvolto anche alcuni compagni di squadra.

Nel giro di poche ore, però, era stato lo stesso Di Gregorio a intervenire pubblicamente. Pur ribadendo la fiducia nei confronti del proprio procuratore, il portiere aveva preso le distanze da quelle dichiarazioni, precisando di non condividerle e sottolineando di avere grande stima e rispetto per tutti i propri compagni e piena fiducia nel club. Anche in quel caso, il diretto interessato aveva sentito l'esigenza di riportare la comunicazione su toni più equilibrati.

È un esempio di come, nel calcio contemporaneo, la comunicazione di chi circonda un calciatore sia diventata importante quasi quanto quella del diretto interessato. Procuratori, dirigenti e allenatori parlano inevitabilmente anche all'opinione pubblica e ogni loro dichiarazione contribuisce, nel bene o nel male, a rafforzare oppure a indebolire l'immagine dell'atleta che intendono tutelare.

La migliore difesa, a volte, è voltare pagina

Ogni calciatore può commettere un errore. Fa parte dello sport e della sua componente emotiva. Nella maggior parte dei casi, però, il tempo, le prestazioni e una comunicazione equilibrata consentono di lasciarsi rapidamente alle spalle anche gli episodi più discussi.

Continuare invece a tornare sulla stessa vicenda, cercando nuove spiegazioni o nuove giustificazioni, rischia di ottenere il risultato opposto. Perché nell'epoca dei social ogni dichiarazione riporta inevitabilmente in primo piano ciò che sembrava ormai appartenere al passato, alimentando commenti, polemiche e prese di posizione che finiscono per pesare sullo stesso giocatore.

Il caso Bastoni, così come quello di Di Gregorio, dimostra che oggi la comunicazione è parte integrante della carriera di un calciatore. A volte il modo migliore per tutelare un atleta non è riaprire continuamente vecchie discussioni, ma lasciare che siano il tempo e il campo a parlare per lui. Perché il vero paradosso del calcio moderno è proprio questo: nel tentativo di difendere un giocatore, si rischia di riportare sotto i riflettori una vicenda che lui stesso aveva già contribuito a lasciarsi alle spalle.