Arbitropoli, oltre l'archiviazione: i nodi irrisolti

Arbitropoli, oltre l'archiviazione: i nodi irrisoltiTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Mirko Nicolino
In attesa della conferma del GIP, il decreto di archiviazione della Procura di Milano lascia dubbi e perplessità, li scioglierà Chiné?

La richiesta di archiviazione avanzata dalla Procura di Milano per il cosiddetto caso Arbitropoli è in attesa di conferma da parte del Gip, ma gli stralci del decreto pubblicati negli ultimi giorni dal Corriere della Sera lasciano onestamente molti dubbi. Una delle vicende giudiziarie più delicate degli ultimi anni nel panorama calcistico italiano sta per concludersi dal punto di vista penale in un niente di fatto.

Le posizioni del designatore arbitrale Gianluca Rocchi e dell'Inter stanno per uscire dal perimetro penale, ma a un'attenta lettura delle motivazioni depositate dai magistrati emergono ombre profonde. Più che una lineare assoluzione per insussistenza dei fatti, il provvedimento sembra quasi un severo atto d'accusa contro lo stesso metodo investigativo seguito, lasciando sul campo interrogativi destinati a pesare enormemente sul fronte della giustizia sportiva. Il PM Ascione, che ha condotto le indagini e poi firmato l’archiviazione, sembra sconfessare sé stesso.

Il cuore del problema risiede nel cortocircuito probatorio evidenziato dagli stessi inquirenti. L'inchiesta, durata quasi due anni tra intercettazioni, pedinamenti e audizioni, si è arenata sul confine sottile tra la rilevanza penale e la mera suggestione. Secondo i magistrati, il castello accusatorio originario — basato su buoni rapporti, legami istituzionali e presunte promesse di progressione di carriera in cambio di favori o di una gestione accondiscendente degli arbitri — si è scontrato con un “vuoto probatorio”. Manca la cosiddetta “pistola fumante”, l'accordo provato, l'atto d'ufficio manipolato. Di conseguenza, le ipotesi investigative sono state degradate a "mere illazioni". Ma le prove non sono state trovate o a un certo punto si è evitato di cercarle?

È qui che la narrazione della Procura mostra il suo lato più critico e contraddittorio, svelando dinamiche procedurali alquanto inspiegabili. Il nodo gordiano riguarda la gestione dei dispositivi elettronici degli indagati: computer e telefoni cellulari che non furono sequestrati nella fase iniziale per una precisa scelta investigativa. Gli inquirenti ritenevano che le intercettazioni in corso fossero già sufficientemente forti e confortanti da reggere l'impalcatura dell'accusa di frode sportiva, rendendo superflua o rischiosa un'acquisizione preventiva che avrebbe potuto allertare i soggetti coinvolti.

Con il passare dei mesi, però, l'impalcatura telefonica perde la solidità iniziale e i magistrati si accorgono che sarebbe indispensabile scavare nei supporti informatici per cercare riscontri definitivi. Ma a quel punto è troppo tardi: l'indagine è diventata di dominio pubblico (il 25 aprile con la notizia dell’iscrizione nel registro degli indagati del designatore Gianluca Rocchi), travolta dal clamore mediatico, e procedere con perquisizioni e sequestri mirati perde completamente di efficacia. In parole semplici, non lo si può fare dopo il clamore mediatico, perché l'effetto sorpresa è svanito e l'eventuale materiale compromettente avrebbe potuto essere ormai rimosso o alterato.

Questo clamoroso errore di tempistica investigativa lascia la vicenda in un limbo inaccettabile. Non sapremo mai se dentro quei pc e quei telefoni ci fosse qualcosa di compromettente (si sospetta ci fossero conversazioni via WhatsApp, Telegram o altri sistemi simili) oppure il totale nulla, proprio perché si è scelto di non guardare quando era il momento di farlo. Rocchi esce da questa gogna mediatica con una reputazione duramente provata da un'inchiesta mastodontica e inconcludente, mentre l'Inter e le dinamiche dei rapporti di potere nel calcio restano sospese tra l'assoluzione giudiziaria e la persistenza di dubbi etici e comportamentali.

Ora la palla passa alla Procura Federale di Giuseppe Chiné. Il materiale trasmesso da Milano non costituisce reato penale, ma racconta comunque di una fitta rete di “singole” pressioni, di arbitri graditi o sgraditi e di confini pericolosamente sfumati tra istituzioni (rappresentanti della Lega e della FIGC tutti interessati alle sorti dell’Inter) e club. Se la giustizia penale si è fermata davanti alla mancanza di prove — aggravate da scelte investigative discutibili —, la giustizia sportiva ha il dovere di fare chiarezza fino in fondo. Ma lo farà? Perché il decreto di archiviazione, così come la comunicazione ufficiale di Marcello Viola (la cui fede calcistica è sempre stata ostentata dal diretto interessato) sembrano voler depotenziare a prescindere il materiale inviato alla giustizia sportiva: illazioni, nessuna prova, vedi tu che vuoi fare, ma c’è davvero poco. Sembra questo il messaggio subliminale che da Milano giunge verso la sede della Procura FIGC…