Dalla Juve che faceva paura all’Europa alla squadra fragile di oggi: cosa si è perso lungo la strada?

Dalla Juve che faceva paura all’Europa alla squadra fragile di oggi: cosa si è perso lungo la strada?TUTTOmercatoWEB.com
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Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

“Erano pronti a morire in campo per la squadra”.

Basta questa frase di Thierry Henry per spiegare cosa sia stata la Juventus per oltre vent’anni. Non soltanto una squadra forte. Non soltanto un club vincente. Ma un ambiente dove la mentalità veniva prima ancora della tecnica.

Il racconto dell’ex attaccante francese, arrivato a Torino nel 1999, fotografa perfettamente quella realtà. Henry racconta di essere rimasto scioccato vedendo Tacchinardi correre fino quasi a svenire durante un allenamento, per poi vomitare a bordo campo e rialzarsi. E racconta soprattutto la sensazione di non essere ancora pronto per stare dentro quel gruppo.

Quella era la Juventus.

Una squadra dove ogni allenamento sembrava una guerra e dove la concorrenza interna era feroce. Una squadra che viveva per vincere e che pretendeva il massimo da chiunque indossasse quella maglia.

E non è un caso che ancora oggi, a distanza di decenni, tanti avversari ricordino quella Juventus quasi con timore.

Gary Neville, per esempio, viene ancora preso in giro per quella famosa reazione in un’intervista televisiva quando scoprì che la Juventus si era qualificata al turno successivo di Champions League. Il difensore del Manchester United cambiò completamente espressione, quasi sconsolato.

Ma quella reazione aveva una spiegazione semplice: affrontare la Juventus significava affrontare una squadra che mentalmente non mollava mai.

Era la Juve di Lippi, di Del Piero, Vialli, Ravanelli, Deschamps, Zidane, Davids, Montero, Ferrara, Conte, Tacchinardi.

Una squadra che magari non aveva sempre la rosa più forte del mondo, ma aveva qualcosa che gli altri spesso non riuscivano ad avere: la fame.

E quella mentalità la Juventus se l’è portata avanti per anni.

Anche dopo la prima fase di Marcello Lippi, anche dopo i cambi generazionali, anche dopo l’arrivo di campioni diversi. Fino ad arrivare alla squadra probabilmente più forte costruita prima di Calciopoli.

La Juventus del 2005-2006 era un autentico dream team: Buffon, Zebina, Cannavaro, Thuram, Zambrotta, Emerson, Vieira, Nedved, Camoranesi, Ibrahimovic e Trezeguet. E con Alessandro Del Piero che spesso si alternava davanti nonostante fosse già una leggenda vivente del club.

Quella squadra faceva paura in Europa.

Poi arrivò Calciopoli. E lì, inevitabilmente, qualcosa si spezzò.

La retrocessione in Serie B, l’addio di molti campioni, gli anni della ricostruzione. Ranieri riuscì comunque a riportare la Juventus stabilmente in Champions League, ma dopo quei due anni arrivarono le stagioni difficili con Ferrara, Zaccheroni e Delneri.

Ed è proprio lì che diventa fondamentale il ritorno di Antonio Conte.

Perché Conte quella mentalità l’aveva vissuta da dentro.

Conte era uno di quelli che correvano fino a vomitare. Era uno di quelli cresciuti nella cultura della Juventus di Lippi. E quando tornò da allenatore riportò esattamente quello spirito dentro lo spogliatoio.

Lo racconta anche Alessandro Matri parlando dei ritiri massacranti negli Stati Uniti, delle corse sotto il caldo di Philadelphia, dei giocatori distrutti fisicamente ma trasformati mentalmente.

Conte ricostruì la Juventus partendo dalla testa prima ancora che dal campo.

E da lì ripartì il ciclo.

Una squadra magari inizialmente meno forte di altre in Europa, ma feroce agonisticamente. Una squadra che tornò ad avere fame, rabbia, identità.

Poi arrivò Massimiliano Allegri.

Ed è qui che spesso si commette un errore di lettura.

Perché Allegri riuscì a gestire quella Juventus proprio perché trovò un gruppo già formato mentalmente. Un gruppo che aveva già dentro la cultura del sacrificio, della pressione e della vittoria.

Lui aggiunse equilibrio, gestione delle energie, esperienza internazionale. E infatti arrivarono due finali di Champions League.

Gianluigi Buffon lo ha raccontato spesso: Allegri era un maestro nella gestione mentale e nella capacità di alleggerire la pressione nei momenti giusti.

Ma quella struttura caratteriale esisteva già.

E forse è proprio qui che inizia il vero punto di rottura.

Perché dopo l’ultimo scudetto vinto con Maurizio Sarri, iniziano ad arrivare segnali sempre più evidenti di un lento declino mentale prima ancora che tecnico.

Lo stesso Sarri, pur vincendo il campionato, parlò di una squadra “difficile da allenare”.

Da lì in avanti la Juventus ha progressivamente perso identità. Ha cambiato allenatori, dirigenti, leadership interne. Ha perso pezzi di juventinità senza riuscire realmente a sostituirli.

Ed è questo forse il tema più grande della Juventus di oggi.

Perché il problema non sembra soltanto tecnico.

Guardando la squadra attuale, la sensazione è che manchi completamente quella ferocia competitiva che per anni aveva reso la Juventus riconoscibile anche nelle difficoltà.

Manca la sensazione di una squadra pronta a giocare ogni partita come fosse una finale.

Manca quella pressione interna che faceva capire immediatamente a un nuovo arrivato cosa significasse davvero giocare nella Juventus.

Lo ha spiegato perfettamente anche Edgar Davids in una recente intervista: alla Juventus, se non sei pronto a vincere e a sostenere quella pressione, devi semplicemente fare le valigie.

Ed è proprio questa la differenza che sembra essersi persa.

Perché il ciclo dei nove scudetti consecutivi non nacque soltanto dai soldi investiti. Certo, la Juventus costruì squadre forti e importanti, arrivando anche all’acquisto di Cristiano Ronaldo, ma la vera base di quel ciclo fu soprattutto culturale.

Fu una Juventus costruita con esperienza, giovani inseriti gradualmente, leadership forti e una società capace di trasmettere identità.

In questo il lavoro di Giuseppe Marotta fu fondamentale, così come oggi si vede anche all’Inter. Non soltanto acquisti, ma costruzione di una mentalità.

E infatti quella Juventus arrivò a giocare due finali di Champions League pur senza avere, economicamente, la forza dei grandissimi club europei.

Perché certe squadre vincono prima nella testa e poi sul campo.

E allora il possibile ritorno di Antonio Conte viene letto da molti tifosi quasi come un tentativo disperato di riattaccarsi a quell’identità perduta.

Perché Conte rappresenta esattamente quella cultura lì.

Ma probabilmente non basta soltanto un allenatore.

Luciano Spalletti può essere un grande allenatore. Può ricostruire organizzazione, intensità, mentalità di lavoro. Ma anche il miglior allenatore del mondo ha bisogno di una struttura societaria che lo sostenga e che sappia trasmettere ai giocatori cosa significhi davvero essere la Juventus.

Serve una società che torni a trasmettere juventinità.

Serve gente che abbia vissuto davvero quel mondo. Figure capaci di stare vicine alla squadra e far capire ogni giorno cosa significhi giocare per la Juventus.

Oggi c’è Giorgio Chiellini. Ma il pensiero corre inevitabilmente anche a figure come Del Piero, Tacchinardi e tanti altri uomini cresciuti dentro quella cultura.

Perché la Juventus, storicamente, non è mai stata soltanto tattica o organizzazione.

È stata soprattutto mentalità.

E forse il vero problema della Juventus di oggi è proprio questo: aver smesso di riconoscersi in ciò che l’aveva resa grande.