FIGC, tra Malagò e Abete resta un rischio: l’effetto Gattopardo
Il calcio italiano è arrivato a un punto in cui non basta più cambiare nome.
Serve capire chi decide davvero.
Le dimissioni di Gabriele Gravina hanno aperto una fase nuova, ma il quadro che sta emergendo racconta già molto più di quello che si dice apertamente.
Perché i nomi che stanno circolando non sono solo candidature.
Sono espressione di equilibri.
Da una parte Giovanni Malagò, figura che trova sponde soprattutto nel mondo della Serie A e nelle dinamiche più alte del sistema sportivo.
Dall’altra Giancarlo Abete, espressione chiara della Lega Nazionale Dilettanti, che rappresenta una fetta enorme del peso elettorale federale.
E già qui si intravede il punto centrale.
Non è solo una scelta tra due profili.
È uno scontro politico tra componenti.
Le leghe al centro del gioco
La struttura della FIGC è tale per cui il peso delle leghe è determinante.
Serie A, Serie B, Lega Pro e soprattutto dilettanti: ognuno porta voti, ognuno difende interessi.
Ma per capire davvero come si muove questo equilibrio, bisogna entrare nel dettaglio.
Il sistema elettorale federale non è neutro. È costruito su percentuali precise, che distribuiscono il potere tra le varie componenti. La Lega Nazionale Dilettanti pesa per circa il 34% dei voti complessivi, rappresentando di fatto il blocco più influente. La Serie A si ferma intorno al 12%, mentre Serie B e Lega Pro si dividono quote più contenute, rispettivamente attorno al 5% e al 17%.
A completare il quadro ci sono le componenti tecniche: l’Associazione Italiana Calciatori vale circa il 20%, gli allenatori attorno al 10%, mentre l’AIA pesa per una quota più ridotta, intorno al 2%.
È qui che si gioca la partita.
Perché il voto non è solo espressione di competenza sportiva, ma risultato di equilibri tra categorie diverse, con interessi spesso divergenti.
E allora diventa evidente perché certe candidature nascono da determinate aree.
Abete trova una base naturale in un sistema dove il peso dei dilettanti è decisivo.
Malagò, al contrario, si colloca su un asse più vicino alle componenti di vertice, dove però il peso numerico è inferiore.
In mezzo, come spesso accade, ci sono le altre componenti: calciatori, allenatori, arbitri.
Ed è proprio lì che può spostarsi l’ago della bilancia.
Continuità o discontinuità?
Abete è un uomo di sistema.
Conosce perfettamente i meccanismi federali, le dinamiche interne, i rapporti tra le componenti. Questo può garantire stabilità, ma porta con sé un dubbio inevitabile: quanto può cambiare davvero un sistema chi lo ha già guidato?
La sua esperienza è profondamente legata alla Lega Nazionale Dilettanti, un percorso che per molti aspetti richiama quello di Gabriele Gravina, che prima di arrivare alla guida della FIGC proveniva proprio da quella stessa area.
Questo elemento non è secondario.
Perché se da un lato rappresenta continuità e conoscenza del sistema, dall’altro può essere letto come la prosecuzione di un’impostazione che negli ultimi anni non ha prodotto i risultati sperati.
Malagò, al contrario, rappresenta una possibile discontinuità.
La sua esperienza alla guida del CONI lo ha portato a gestire eventi complessi, rapporti politici e grandi progetti infrastrutturali. È un profilo che potrebbe incidere su uno dei grandi limiti del calcio italiano, quello delle infrastrutture.
Ma anche qui la domanda resta aperta:
quanto può incidere realmente su un sistema che, per sua natura, tende a difendersi?
Proprio su questo punto, negli ultimi giorni sono arrivate anche valutazioni critiche dall’interno del mondo sportivo.
Il presidente della Federazione Italiana Tennis, Angelo Binaghi, ha ricordato come Malagò abbia avuto in passato l’occasione di intervenire sulla governance del calcio italiano, senza però sfruttarla fino in fondo.
Secondo Binaghi, quella era una possibilità concreta di riforma strutturale.
“Se mi dite che le riforme deve farle Malagò, mi metto a sorridere. È capacissimo nell’attrarre consenso e distribuire potere. Ma per fare riforme bisogna essere antipatici.”
Parole dure, che riportano il discorso esattamente al punto centrale.
Perché il tema non è gestire il sistema, ma cambiarlo.
Il nodo che nessuno scioglie
Il calcio italiano oggi non è solo in difficoltà nei risultati.
È bloccato nei suoi equilibri.
Le riforme sono spesso annunciate, raramente applicate. Le leghe faticano a trovare una sintesi, e la federazione, negli anni, ha spesso subito più che guidato.
È in questo contesto che prende forza anche un’altra ipotesi, che circola sempre più insistentemente: il commissariamento.
Un’ipotesi che, in altri momenti, è già stata utilizzata per superare fasi di stallo.
E che oggi potrebbe rappresentare uno strumento per interrompere gli equilibri attuali e provare a impostare alcune riforme strutturali senza il peso immediato delle dinamiche elettorali.
Potrebbe permettere di intervenire su statuto, pesi tra le leghe, riforma dei campionati e sostenibilità del sistema.
Non è una soluzione definitiva, ma può essere un passaggio.
A patto che dietro ci sia una direzione chiara e soprattutto una reale volontà di cambiamento.
Il ruolo della politica
Qui entra in gioco un altro attore che spesso resta sullo sfondo.
Il calcio, per quanto in difficoltà, resta lo sport più seguito in Italia. Ma negli ultimi anni, mentre altre discipline crescevano — dal tennis con Jannik Sinner e Lorenzo Musetti, alla pallavolo, fino all’atletica — il sistema calcio ha perso terreno.
E allora la domanda diventa inevitabile:
può davvero cambiare senza un intervento anche politico?
Il ruolo del Ministero dello Sport, insieme al CONI, può diventare decisivo, soprattutto su temi come infrastrutture, sostenibilità e regole.
Perché alcune riforme, da sole, le federazioni non riescono a imporle.
Il rischio vero
Alla fine, il tema non è scegliere tra Abete e Malagò.
È capire se il sistema è pronto a cambiare davvero.
Perché il rischio è evidente.
Che tutto si riduca a una sostituzione di nomi, lasciando intatti gli equilibri che hanno portato il calcio italiano a questo punto.
È qui che il riferimento al Gattopardo diventa meno letterario e molto più concreto.
Nel romanzo, il cambiamento viene accettato solo per conservare il potere. Si cambia facciata, si cambia linguaggio, ma il sistema resta nelle mani degli stessi equilibri.
Ed è esattamente questo il rischio del calcio italiano.
Che le componenti che oggi determinano i pesi, i voti e le decisioni si parlino, trovino un nuovo punto di equilibrio e diano vita a una “rivoluzione” che, in realtà, serve solo a mantenere tutto com’è.
Per questo la scelta del presidente conta, ma fino a un certo punto.
Quello che conta davvero è evitare che il cambiamento sia solo apparente.
Perché se il sistema si riorganizza per restare uguale a sé stesso, allora non sarà cambiato nulla.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178
