Due giorni, due bordate: il messaggio della Juventus alla FIGC

Due giorni, due bordate: il messaggio della Juventus alla FIGC
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di Nerino Stravato
Prima Carnevali, poi Spalletti. In quarantotto ore il dirigente e l'allenatore bianconero hanno espresso, con parole diverse, la stessa idea: il calcio italiano aveva bisogno di una svolta più profonda

Prima Giovanni Carnevali, poi Luciano Spalletti. A distanza di appena quarantotto ore, nella Juventus è emersa una linea di pensiero sorprendentemente compatta sul nuovo corso della Nazionale italiana. Due figure diverse, due ruoli differenti, ma una riflessione che sembra andare nella stessa direzione: il calcio italiano aveva davanti un'occasione per cambiare davvero e, secondo entrambi, quella possibilità non è stata colta fino in fondo.

Le parole dell'amministratore delegato bianconero, pronunciate a margine dell'evento organizzato da La Stampa a Courmayeur, erano passate quasi in secondo piano rispetto alla nomina di Roberto Mancini come nuovo commissario tecnico dell'Italia. Rilette oggi, dopo le dichiarazioni di Spalletti, assumono però un significato ancora più profondo.

Carnevali non aveva contestato soltanto la scelta del nuovo CT, ma soprattutto il metodo seguito dalla FIGC. Il dirigente bianconero aveva ricordato come la Serie A avrebbe preferito essere maggiormente coinvolta nel processo decisionale e aveva spiegato quale fosse, a suo giudizio, il modello da seguire: una Federazione costruita come una società, con un presidente, un direttore tecnico e un progetto condiviso per il settore giovanile.

Non è stato un caso che abbia citato con favore il lavoro impostato da Paolo Maldini e Leonardo, chiudendo poi con una frase destinata a far discutere: "L'importante è non inserire gli amici, ma persone capaci." Un riferimento che molti hanno interpretato come una critica al metodo con cui si è arrivati alla scelta definitiva.

Ventiquattro ore più tardi è arrivata anche la riflessione di Luciano Spalletti. Al termine dell'amichevole vinta dalla Juventus contro il Nizza, il tecnico bianconero ha utilizzato una metafora tanto semplice quanto efficace. Secondo lui il calcio italiano era una macchina che aveva finalmente l'occasione di aumentare il passo. "Dovevamo mettere la quarta, invece siamo ripartiti in seconda", ha spiegato, lasciando intendere come il movimento avesse davanti la possibilità di accelerare il proprio percorso di rinnovamento e abbia invece scelto una soluzione più prudente, quasi una frenata affidandosi ancora una volta alla continuità.

In questo senso assume ancora più valore il riferimento fatto a Paolo Maldini, indicato da Spalletti come la figura che avrebbe potuto "mettere una marcia in più" al progetto azzurro. Nel frattempo, però, la FIGC ha scelto un'altra strada, affidando il ruolo di direttore tecnico a Claudio Ranieri. Spalletti non ha mai criticato direttamente né Ranieri né Roberto Mancini. Il senso del suo ragionamento è diverso: secondo lui il calcio italiano aveva davanti un'occasione per cambiare davvero e quella spinta innovativa, rappresentata proprio dalla candidatura di Maldini, alla fine non è stata perseguita.

Le parole dell'allenatore bianconero assumono un peso particolare anche per un altro motivo. Spalletti non parla da semplice osservatore esterno, ma da allenatore che, fino a poco meno di un anno fa, sedeva sulla panchina della Nazionale italiana. Ha vissuto dall'interno il progetto del Club Italia, ha conosciuto le dinamiche federali e ha pagato in prima persona l'esonero arrivato dopo la pesante sconfitta contro la Norvegia nelle qualificazioni mondiali. Dopo il suo addio il testimone è passato a Gennaro Gattuso, che non è riuscito a evitare il ricorso ai playoff né la successiva eliminazione contro la Bosnia-Erzegovina. Per questo motivo la riflessione di Spalletti non appare come la critica di chi osserva da lontano, ma come l'analisi di chi quel sistema lo ha conosciuto e vissuto fino a tempi recentissimi.

Ed è proprio qui che le dichiarazioni di Carnevali e quelle di Spalletti finiscono per incrociarsi. Il primo analizza la vicenda dal punto di vista della governance, chiedendo maggiore condivisione, progettualità e competenza nelle scelte. Il secondo la osserva con gli occhi dell'allenatore, parlando della necessità di accelerare un percorso di rinnovamento che, a suo avviso, avrebbe richiesto decisioni più coraggiose.

Due punti di vista differenti, ma una conclusione molto simile.

C'è poi un altro aspetto che rende ancora più interessante questa vicenda. Nelle ore successive alla nomina di Mancini non sono arrivate prese di posizione pubbliche altrettanto nette da parte dei dirigenti delle altre grandi società italiane. Il malcontento di parte della Serie A sul metodo seguito da Giovanni Malagò è emerso attraverso diverse ricostruzioni giornalistiche, ma nessun'altra big si è esposta pubblicamente con la stessa chiarezza mostrata dalla Juventus.

Nel giro di due giorni hanno infatti parlato prima l'amministratore delegato e poi l'allenatore della prima squadra, lasciando emergere una linea di pensiero sorprendentemente coerente. Resta invece il silenzio di Giorgio Chiellini, una scelta comprensibile anche alla luce del ruolo istituzionale che ricopre e dei rapporti destinati a intrecciarsi sempre più con il mondo federale.

Al di là dei nomi, è probabilmente questo il vero messaggio arrivato da Torino. Per la Juventus il tema non sembra essere soltanto Mancini, Ranieri o Maldini. Il punto centrale è un altro: il calcio italiano aveva davanti l'occasione di imprimere una vera discontinuità e, secondo quanto emerso dalle parole di Carnevali e Spalletti, quella possibilità è stata sfruttata soltanto in parte.