Report, il caso Roma e il peso diverso della giustizia mediatica: perché quando c’è la Juventus tutto diventa più grande?

Report, il caso Roma e il peso diverso della giustizia mediatica: perché quando c’è la Juventus tutto diventa più grande?TUTTOmercatoWEB.com
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Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

Nel calcio italiano esiste una sensazione che, negli anni, si è radicata sempre di più in una parte del tifo juventino. Una sensazione difficile da dimostrare matematicamente, ma altrettanto difficile da ignorare: quando c’è di mezzo la Juventus, il peso mediatico e giudiziario delle vicende sembra diventare enormemente più grande.

Attenzione: questo non significa gridare al complotto o sostenere che la Juventus sia innocente per definizione e gli altri colpevoli. Anzi. Il principio deve essere sempre lo stesso per tutti: garantismo, prudenza e rispetto delle indagini. Ma proprio per questo alcune differenze nella narrazione fanno inevitabilmente riflettere.

L’ultimo caso è quello emerso dalla trasmissione Report sulla Roma e sul ruolo di Pietro Scala in alcune operazioni di mercato legate ai nomi di Wesley e Bailey. Nel servizio si parlava di presunte anomalie relative alle intermediazioni, alle commissioni e alle licenze necessarie per operare in determinate trattative internazionali. Va chiarito subito un punto fondamentale: ad oggi non esiste alcuna indagine sportiva o giudiziaria sulla Roma relativa a questa vicenda. Non ci sono contestazioni ufficiali, non ci sono provvedimenti e non ci sono accuse formalizzate nei confronti del club. E probabilmente tutta la situazione potrebbe rivelarsi assolutamente irrilevante.

Ed è giusto che sia così fino a prova contraria. Ma il punto dell’articolo non è questo. Il punto è osservare cosa succede mediaticamente. Dopo il servizio di Report, la vicenda è praticamente sparita dal dibattito nazionale. A parte qualche sito vicino all’ambiente romanista che ha approfondito o provato a rispondere ai contenuti dell’inchiesta, non si sono viste aperture continue, trasmissioni quotidiane, dibattiti permanenti o processi mediatici.

Ed è qui che inevitabilmente il pensiero torna a quanto accaduto negli ultimi anni alla Juventus. Perché il caso plusvalenze è stato raccontato per mesi come una sorta di scandalo permanente. Intercettazioni quotidiane, prime pagine, speciali televisivi, dibattiti continui e una narrazione che spesso sembrava aver già emesso una sentenza prima ancora della giustizia sportiva. Eppure, entrando realmente nel merito delle motivazioni e degli aspetti tecnici della vicenda, molti dubbi sono rimasti aperti anche tra professionisti del settore e addetti ai lavori.

La sensazione di molti tifosi è che la complessità tecnica della vicenda sia stata spesso sostituita da una narrazione molto più semplice e immediata: quella della Juventus trasformata nel simbolo assoluto di un sistema da colpire. Il famoso “libro nero” di Fabio Paratici venne raccontato inizialmente come un documento devastante, quasi simbolo di un sistema occulto. Poi si scoprì che si trattava sostanzialmente di appunti interni scritti a pennarello. Ma il processo mediatico aveva già prodotto il suo effetto.

Ed è qui che torna in mente anche un episodio passato forse troppo velocemente. Nel luglio del 2023 l’amministratore delegato del Sassuolo, Giovanni Carnevali, parlando pubblicamente di alcune operazioni concluse con la Roma, dichiarò apertamente: “C’era da fare questa operazione entro il 30 giugno perché loro avevano delle necessità. Quando ci si può dare una mano bisogna farlo”.

Una frase che, presa normalmente, può tranquillamente rientrare nelle dinamiche di mercato tra club che hanno buoni rapporti. E infatti non generò alcun particolare clamore. Ma nel pieno dell’epoca delle plusvalenze, dopo mesi in cui si era parlato di “partnership opache”, “rapporti privilegiati”, “operazioni sistemiche” e società che si aiutavano per sistemare i bilanci, parole del genere inevitabilmente fanno riflettere.

Non perché ci sia qualcosa di illecito. Anzi, probabilmente non c’è assolutamente nulla di irregolare. Ma proprio perché il tema plusvalenze, col tempo, ha dimostrato di essere molto più complesso rispetto alla narrazione semplicistica che era stata fatta inizialmente. E allora la domanda viene spontanea: se una frase del genere l’avesse pronunciata un dirigente della Juventus nel pieno del caso plusvalenze, quale sarebbe stata la reazione mediatica?

Ed è proprio questo il punto centrale. Non stabilire colpevoli o innocenti. Ma interrogarsi sulla sproporzione della narrazione. Perché alla pressione mediatica si è aggiunta anche la rapidità della giustizia sportiva, che nel caso Juventus portò a una penalizzazione pesantissima nel giro di pochi mesi.

Durante quella fase emerse anche il caso del pubblico ministero Ciro Santoriello, coinvolto nell’inchiesta Prisma. Sul web riemersero alcune sue dichiarazioni pubbliche nelle quali affermava apertamente la propria antipatia sportiva verso la Juventus, arrivando a dire di “odiare la Juventus” come pubblico ministero e tifoso del Napoli. Parole che inevitabilmente alimentarono polemiche e che portarono poi il magistrato ad astenersi dal procedimento.

Anche questo episodio contribuì ad aumentare, nell’ambiente juventino, la sensazione di trovarsi costantemente al centro di una pressione superiore rispetto ad altri contesti. Ma il caso forse più emblematico resta ancora oggi quello di Luis Suarez.

Per settimane l’esame sostenuto dall’attaccante uruguaiano all’Università per Stranieri di Perugia diventò una sorta di caso nazionale. Intercettazioni, indiscrezioni, titoli quotidiani, servizi televisivi. Eppure Suarez non era un giocatore della Juventus. Non era tesserato Juventus e non era nemmeno stato acquistato dal club bianconero. Si trattava semplicemente di un calciatore che stava cercando di ottenere la cittadinanza italiana per poter eventualmente diventare acquistabile da una squadra italiana.

Eppure il racconto mediatico associò quotidianamente la Juventus alla vicenda, creando nell’opinione pubblica la sensazione di un coinvolgimento diretto del club. Anche lì ci furono fughe di notizie continue e un’esposizione mediatica enorme. Poi, alla fine, per la Juventus rimase sostanzialmente il nulla. Ma il processo mediatico aveva già prodotto il proprio effetto.

Negli ultimi mesi, ad esempio, il calcio italiano è stato attraversato da altre vicende estremamente delicate. Dal caso curve che ha coinvolto gli ambienti ultras di Inter e Milan e le ombre emerse sui rapporti con la criminalità organizzata, fino al recente caso arbitri.

Anche qui serve la massima prudenza. Nel caso relativo agli arbitri non esistono dirigenti dell’Inter indagati, non esistono accuse dirette nei confronti della società e non esistono elementi che consentano di formulare accuse definitive. Tuttavia nelle ricostruzioni emerse durante le indagini è circolata anche l’ipotesi secondo cui l’allora designatore Gianluca Rocchi avrebbe evitato di assegnare all’Inter arbitri considerati non graditi all’ambiente nerazzurro. Ipotesi che, allo stato attuale, non hanno prodotto contestazioni dirette verso il club.

Ma è inevitabile pensare che, se in una situazione simile fosse comparso il nome della Juventus, il clamore mediatico sarebbe probabilmente stato enorme. Ed è proprio questa percezione a lasciare amarezza. Non perché si vogliano costruire complotti. Non perché si vogliano accusare altre società. Ma perché la sensazione è che esista spesso una sproporzione nel modo in cui determinate vicende vengono raccontate.

E questo inevitabilmente finisce per indebolire la fiducia nelle istituzioni sportive, nella giustizia sportiva e nella stessa informazione. Perché senza equilibrio nella narrazione e uniformità nella percezione dei giudizi, il rischio è che ogni vicenda venga letta soltanto attraverso il filtro del sospetto e del tifo.

Ed è forse questa la cosa più amara. Non una sentenza. Non una penalizzazione. Ma la sensazione che, nel calcio italiano, il metro di giudizio non venga percepito come uguale per tutti.