La sentenza Agnelli può aiutare anche l'Inter? Il paradosso che può cambiare la giustizia sportiva
Il calendario, qualche volta, crea coincidenze che meritano di essere osservate con attenzione. Da una parte la Procura di Milano ha chiesto l'archiviazione del filone penale relativo all'inchiesta sulle presunte interferenze nelle designazioni arbitrali, che vedeva coinvolti l'ex designatore Gianluca Rocchi e, come emerso soltanto nelle ultime ore, anche l'Inter. Dall'altra, proprio domani, la Corte di Giustizia dell'Unione Europea si pronuncerà sul ricorso presentato da Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene, una decisione destinata, almeno potenzialmente, a riscrivere i rapporti tra giustizia sportiva e giustizia ordinaria.
A una prima lettura le due vicende sembrano non avere alcun collegamento. Una riguarda il filone delle plusvalenze, l'altra un'inchiesta sulle designazioni arbitrali. I fatti sono diversi, le contestazioni sono diverse e diverso è anche il contesto storico.
Eppure il filo che potrebbe unirle non riguarda il merito delle accuse, ma il modo con cui la giustizia sportiva sarà chiamata a operare da domani in poi.
La Procura di Milano, dopo quasi due anni di indagini, ha ritenuto che non vi fossero gli estremi della frode sportiva penalmente rilevante, chiedendo quindi l'archiviazione. Una decisione che, però, non chiude la vicenda. Gli atti saranno infatti trasmessi alla Procura Federale FIGC, che dovrà valutare se possano emergere eventuali responsabilità disciplinari secondo l'ordinamento sportivo.
Ed è proprio qui che entra in scena il caso Agnelli-Arrivabene.
I due ex dirigenti della Juventus, infatti, davanti alla Corte di Giustizia dell'Unione Europea non stanno discutendo se le sanzioni ricevute fossero giuste o sbagliate nel merito. Il principio sottoposto ai giudici europei è molto più ampio e potrebbe avere conseguenze destinate ad andare ben oltre il caso delle plusvalenze.
La questione è semplice nella sua formulazione, ma enorme nei suoi effetti: è corretto che una sanzione della giustizia sportiva, capace di impedire a un dirigente di svolgere la propria professione per anni, non possa essere realmente annullata da un giudice dello Stato anche qualora venga ritenuta illegittima?
L'Avvocato Generale della Corte di Giustizia UE, nelle conclusioni già depositate nei mesi scorsi, ha risposto sostanzialmente di no. Secondo il suo parere il diritto dell'Unione Europea impone che il giudice nazionale possa esercitare un controllo pieno ed effettivo sulle sanzioni sportive che incidono su diritti fondamentali, senza limitarsi a riconoscere un eventuale risarcimento economico quando il danno è ormai stato consumato.
Se la Corte dovesse confermare questo orientamento, non significherebbe cancellare l'autonomia della giustizia sportiva, né permettere alla magistratura ordinaria di modificare classifiche, assegnare scudetti o ribaltare risultati sportivi.
Il cambiamento sarebbe più sottile ma, probabilmente, ancora più profondo. La giustizia sportiva continuerebbe a decidere in tempi rapidi, come richiede la tutela delle competizioni. Ma saprebbe di operare in un sistema nel quale le proprie decisioni potrebbero essere sottoposte a un controllo molto più incisivo rispetto a quello previsto oggi.
È un passaggio che potrebbe incidere inevitabilmente anche sul modo di costruire i procedimenti. Una Procura Federale consapevole che le proprie decisioni potranno essere sindacate più efficacemente da un giudice statale sarà inevitabilmente portata a rafforzare ancora di più il livello delle proprie istruttorie, la solidità degli elementi raccolti e la motivazione delle eventuali sanzioni.
Non significa essere più indulgenti. Significa essere ancora più rigorosi nella formazione della prova e nella tutela delle garanzie di tutti i soggetti coinvolti.
Ed è proprio qui che il caso dell'Inter potrebbe incrociare indirettamente quello della Juventus.
Non perché una pronuncia europea possa cancellare automaticamente eventuali responsabilità sportive o orientare il merito dell'inchiesta arbitrale. Sarebbe un'affermazione priva di qualsiasi fondamento. Ma perché il fascicolo destinato alla Procura Federale FIGC arriverebbe proprio nel momento in cui l'intero sistema della giustizia sportiva italiana potrebbe essere chiamato a confrontarsi con un nuovo equilibrio tra rapidità delle decisioni e tutela effettiva dei diritti.
Per anni il punto di forza della giustizia sportiva è stato quello di decidere in tempi molto rapidi, anche per evitare che campionati e competizioni restassero sospesi nell'incertezza.
Domani, però, quella rapidità potrebbe dover convivere con un principio altrettanto importante: la possibilità che una sanzione ritenuta illegittima venga realmente rimossa dal giudice naturale.
È un cambiamento culturale prima ancora che giuridico.
E rappresenta, forse, il vero paradosso di questa vicenda.
La battaglia giudiziaria iniziata da Andrea Agnelli e Maurizio Arrivabene, nata per contestare le sanzioni ricevute nel procedimento sulle plusvalenze, potrebbe finire per rafforzare le garanzie processuali di chiunque, domani, dovesse trovarsi davanti alla giustizia sportiva. Anche dell'Inter, il cui fascicolo è appena stato trasmesso alla Procura Federale FIGC.
Se sarà davvero così lo dirà la sentenza della Corte di Giustizia dell'Unione Europea. Ma una cosa appare già evidente: il tema non riguarda più soltanto la Juventus, l'Inter o una singola vicenda. Riguarda il futuro stesso della giustizia sportiva italiana e il delicato equilibrio tra autonomia dello sport e tutela dei diritti fondamentali di chi nello sport lavora.
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