McKennie: ''Ho sempre sentito di appartenere alla Juventus''
Intervenuto a The Cooligans, il centrocampista Weston McKennie ha raccontato il suo percorso di crescita alla Juventus.
''ll mio tempo alla Juve è stato un ottovolante emotivo. Penso che sia una relazione piuttosto pubblica, sì, una relazione pubblica come si può dire. Però mi sono sempre sentito a casa qui e ho sempre sentito di appartenere a questo posto.
Io rimango sempre fedele a ciò in cui credo e alla fine credo in me stesso più di quanto facciano gli altri, e penso che sia questo che mi ha portato avanti nella mia carriera molte volte. Ma essere qui mi ha insegnato molto, a essere onesti. Mentalmente mi ha insegnato molto: quando sei con le spalle al muro, andare avanti, abbassare la testa e lavorare. Qui mettono molta… non direi pressione, ma è la cultura italiana, capisci? Sono eleganti, maturi, parlano bene, e penso di essere cresciuto anche in questo.
Io sono sempre stato uno che si adatta facilmente, anche dai ruoli che faccio in campo si vede. Per me è difficile non avere un buon rapporto con un allenatore, perché il mio gioco è lavorare, lavorare, lavorare. Sono un “workhorse”. In qualsiasi sport ogni squadra ha bisogno di uno così. Quindi non penso che cambi molto. Se vuoi costruire qualcosa di duraturo è ovviamente meglio avere continuità per sviluppare uno stile e delle tattiche. Ma alla fine i migliori atleti del mondo devono giocare con le carte che ricevono. Il nostro lavoro è adattarci e trarne il meglio.
Ci sono momenti in cui dico a mio padre: “Papà, basta. Stai solo alimentando il fuoco”. Perché se nessuno rispondesse certe cose morirebbero il giorno dopo. Ma capisco anche che da genitore vuoi proteggere tuo figlio. La cosa divertente è che al Mondiale in Qatar diceva: “I miei fan su Twitter… uno mi ha chiesto una foto”. Quindi sì, in fondo gli importa dei suoi follower. È divertente vederlo attivo, anche se a volte devo dirgli: “Davvero?”.
Avrei potuto prendere la via facile quando la Juventus voleva vendermi un anno e mezzo fa. Avrei potuto dire: “Ok, non mi volete qui”. Ma io sapevo di poter giocare in questa squadra e di poter tornare titolare. Sapevo che non sarebbe stato un percorso semplice: magari stare in panchina, allenarmi durissimo ogni giorno. Ma ero disposto a farlo. A volte devi capire che le cose non sono sempre facili e non ti vengono regalate. Quando hai le spalle al muro, non puoi più tornare indietro. Puoi solo andare avanti.''
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