Archiviato lo scudetto “onesto”, ora tocca alla coppa di "Napoleone".

Archiviato lo scudetto “onesto”, ora tocca alla coppa di "Napoleone".TUTTOmercatoWEB.com
domenica 7 maggio 2023, 20:21Editoriale
di Roberto De Frede
“La gloria la si deve acquistare, l'onore invece basta non perderlo.” (Arthur Schopenhauer)

«Siamo fatti della stessa sostanza di cui sono fatti i sogni e la nostra breve vita è conclusa da un sonno». Nell’atto IV, scena 1 della Tempesta di Shakespeare, il mago Prospero, duca di Milano esiliato su un’isola caraibica, magica, popolata di voci, paragona la nostra natura umana a quella dei sogni: impalpabili, per definizione, incerti. Appaiono e si dileguano. A volte però restano, vivi, veri e realizzati, nella mente di ognuno di noi. Ai tifosi del Napoli è capitato per la terza volta nella loro storia calcistica, giovedi sera in quel di Udine, conquistando quel piccolo scudo di forma sannitico antica, secondo la definizione araldica, illuminato dai colori della bandiera italiana. Uno scudetto - simbolo inventato negli anni ’20 da Gabriele d'Annunzio - stravinto, ma non perché onesto come più volte urlato dai dirigenti partenopei, ma semplicemente gli azzurri sono stati più forti di tutte le altre squadre di serie A, come accadde nel 1987 e nel 1990. In quelle due precedenti occasioni non ci fu l’aggiunta di aggettivi, bastò Diego Maradona. Perché ora precisare sulla sua onestà? Excusatio non petita, accusatio manifesta? (Moratti ‘06 docet…). No. Non credo, mi auguro di no. La puntualizzazione è fatta per rendere più ridondante la parola che precede. Ma lo scudetto non ha bisogno di epiteti che lo accompagnano, siano essi belli o brutti. Mandare a passeggio quella parola dannunziana con un aggettivo sotto al braccio equivale a sminuirla, normalizzandola come qualsiasi semplice vocabolo che ha bisogno di altro per completarsi. Non esiste uno scudetto “più”, così come, ricordando il grande Massimo Troisi, non esistono miracoli di serie A e di serie B, il miracolo è miracolo. Punto. Scudetto è onnicomprensivo. Lo scudetto è un sogno, speranza che si realizza oggi per durare per sempre. Onore ai calciatori azzurri, un po’ meno a chi ama gli aggettivi.

Già, i sogni. La stagione della Juventus era stata bramata in un modo diverso. Giocare con una rosa al completo o almeno con infortuni di normale amministrazione; battagliare sull’erba dei prati rettangolari contro stopper e terzini rocciosi, non in aule scure contro codici raffazzonati e eminenze grigie; vincere per far punti senza pensare di dover compensare penalizzazioni e sanzioni afflittive. Quest’anno, in Italia è andata così, con una classifica del campionato divenuta un virtual game gestito dal fratello maggiore del Var. Ma non è ancora finita. C’è la complicatissima e appassionante semifinale di Europa League che può ribaltare in tutti i sensi la strana stagione da dimenticare, in un’annata da ricordare.

Gli uomini della nazionale uruguagia non avevano ancora giocato la famosa finale del 1950 ed erano già stanchi a forza di perderla. Sappiamo tutti come andò a finire: è la grandiosa bellezza del calcio, l’imprevisto, l’attimo, che fa piangere e gioire. La Juventus, nonostante tutto, può ancora tentare di dare scacco matto all’Europa intera. Obiettivo: vincere quella coppa d’argento, senza orecchie, senza manici, ma pesantissima, e non solo per i quindici chili effettivi, ma per il peso immenso morale, di orgoglio e passione. L’Europa ci sta aspettando al varco per buttarci fuori da tutto, tentando di ferirci nell’onore giammai scalfito. E noi la conquistiamo, poi si vedrà. Di solito sono i vincitori a fare la storia e sarebbe un po’ difficile spodestare un fresco conquistatore dal trono.

Dare tutto e di più di quel che resta delle forze nella semifinale contro l’esperto e forte Siviglia, per approdare a Budapest, nello stadio intitolato a Ferenc Puskas, la leggenda ungherese e del Real Madrid, e conquistare quella coppa UEFA targata Čeferin, alzandola al cielo d’Ungheria. Una fotografia determinante per il mondo intero sportivo, riportando la Juventus ai fasti del calcio e cercando di allontanare il più possibile aule, codici e poltrone.

Quella coppa dovrebbe passare dalla mani di Čeferin a quelle del capitano vittorioso… beh già questo “atto regale” sarebbe una soddisfazione immensa, ma… visto che si parla di sogni… e se Danilo o Bonucci si facessero una ripetizione veloce della storia napoleonica? Il 26 maggio 1805 nel Duomo di Milano ebbe luogo l’incoronazione di Napoleone I come re d'Italia, officiante il cardinale Caprara, arcivescovo della città, il quale avrebbe dovuto posare l’antica corona ferrea sulla testa dell’imperatore dei francesi, ma costui, ripetendo ciò che aveva già fatto a Parigi, non volle, ma se la pose con le proprie mani in capo, gridando: Dio me la dà; guai a chi la tocca! 

Noi, ebbene sì, vogliamo andare oltre Cartesio: penso dunque sogno! La coppa di Napoleone è lì, al centro del Puskás Ferenc Stadion, andiamocela a prendere!