Il racconto senza fine di Juventus-Napoli

Il racconto senza fine di Juventus-NapoliTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
La vita non è quella che si è vissuta, ma quella che si ricorda e come la si ricorda per raccontarla. (Gabriel García Márquez)

Mentre il dio del calcio se ne sta lì, a sorridere e ad illuminare una sfida infinita, che si ripropone fra i capitoli di una vera e propria stagione secolare sportivo-letteraria, al largo di Skagen, sulla punta più estrema della penisola di Danimarca, due acque di ghiaccio arrivano a toccarsi. È il punto geografico unico in cui il mare del Nord con il canale naturale dello Skagerrak e il Mar Baltico con il Kattegat, uno stretto braccio di mare, si scontrano. Opposte per correnti e diverse per densità e temperatura le loro onde si sfiorano senza confondersi mai, disegnando sulla superficie un bizzarro acquerello, dove una lingua di spuma bianca separa il blu di un abisso dal celeste dell’altro. Si uniscono in un fruscio leggero se il sole illumina l’acqua, si schiaffeggiano con impeto se invece il tempo è inclemente e il vento la fa da padrone. In qualsiasi modo siano le condizioni atmosferiche, non c’è dubbio che questo sia uno spettacolo unico e incantevole, di quelli che rimangono impressi nella memoria per sempre: gli uccelli migratori che si sistemano al riparo e i leoni marini che si scaldano sulle rocce che affiorano. E quasi quasi si immaginano davanti agli occhi Peder Severin Krøyer, Michael Ancher ed Anna Ancher passeggiare sulla riva, e ritrarre sulle loro tele emozioni impressioniste. Dai flussi del Norden ai prati verdi dei campi di calcio il passo non è certo dei più brevi, eppure gli stessi conflitti, emozioni e visioni che si agitano lungo le coste dello Jutland possono essere rintracciati nel racconto di Juventus-Napoli, fatto di domeniche infinite, palloni che rotolano spinti dai cuori dei tifosi e tanti campioni protagonisti di scontri epici e versi immortali. Proprio come quei mari del Nord che, abbandonata la battaglia alle onde, vanno miscelandosi a poco a poco dove le acque si fanno più profonde, ecco però emergere la memoria ad ammansire la superficie di un volume che pur non risparmia campanilismi e sberleffi. È infatti al ricordo che spesso Juventus- Napoli affida il compito di provare a spiegare come il tifo possa tenere per mano un bambino e accompagnarlo nella crescita, formandolo e nutrendolo senza lasciarlo neppure quando, da adulto, tutto sembra cambiato fuorché, appunto, la passione.

Il calcio spesso raccontato e amato da scrittori e poeti continua a voler essere l’arte dell’imprevisto. Dove meno te l’aspetti salta fuori l’impossibile, il nano impartisce una lezione al gigante, un nero allampanato e sbilenco fa diventare scemo – parole di un grande scrittore uruguayano - l’atleta scolpito in Grecia. Proprio vero, come quando Maradona fu applaudito dai tifosi d’ogni bandiera (compreso il sottoscritto bianconero) dopo quella punizione al San Paolo all’incredulo Tacconi. Anche quella per me è ancora un’emozione di questa sfida infinita di oggi pomeriggio.

«Faceva scorrere la palla sulla linea laterale e si lanciava con gli stivali delle sette leghe distendendosi senza sfiorare il pallone, né toccare i propri avversari; e io non avevo altro rimedio che ammirarlo, avevo voglia di applaudirlo». Il tifoso Galeano, in questo caso, applaudiva El Pardo Abbadie, giocatore del Peñarol, una squadra che considerava avversaria. Descrivere un calciatore con gli occhi della passione e della fantasia significa dimostrare fedeltà al calcio, in qualche modo rendere merito al gioco, che ha bisogno d’interpreti capaci di fare cose che i comuni mortali riescono appena a sognare la sera, prima di addormentarsi nel proprio letto, immaginandosi campioni.

Che dire della tripletta di Sivori nel ’60 al Napoli di Vinicio e Pesaola, della doppietta di Anastasi nel ’74 o di quella di Boniek post Mundial, delle cannonate di Pogba, delle traiettorie balistiche di Pirlo e Zaza, dei gol alla Del Piero di Pinturicchio e di tutti i palloni che carezzano la nostra memoria sfondando la rete azzurra!

Nessuna industria del calcio può vincere la bellezza che nasce dall’allegria di giocare per giocare. Juventus-Napoli è una di quelle sfide che deve riportare il semplice piacere di giocarsela. In un mondo dominato dalla comunicazione per immagini, il racconto di Juventus-Napoli dona alle gesta degli sportivi una dimensione mitica che nessuna riproduzione visiva è in grado di eguagliare. La tradizione orale, i racconti somigliano un pochino ad una radiolina stretta al cuore. Galeano ci ricorda il potere della parola e della capacità di narrare, in grado di costruire eroi e una mitologia contemporanea. Per tutti noi, ogni ricordo della disfida fra questi due mondi contrapposti è un attimo d’infinito pathos. 

Soriano ha scritto di arbitri che dirigevano partite in fondo al mondo (la Patagonia) con la pistola invece del fischietto, di allenatori che attraversavano la storia e incrociavano i loro destini con quelli delle rivoluzioni, delle guerre, dei dittatori e degli oppressi, di calciatori che facevano dell’onestà la prima delle virtù calcistiche, di vecchi tifosi che scandivano le immobili giornate seduti su una sdraia davanti alle prime televisioni a colori senza perdersi nemmeno una partita dei mondiali del 1982 e del 1986. Soriano scrive di futbol come Chrétien de Troyes scriveva di cavalieri erranti e di interminabili viaggi alla ricerca del Graal.

Juventus-Napoli scrive di calcio oltre i gol e le parate, è un racconto zaino in spalla fra i vicoli della nostra memoria, dove un pallone è più di semplice cuoio, è metafora della vita, è futuro, è il sogno dei bambini che – grazie a Dio - giocano ancora in strada.

Roberto De Frede