La conquista della Champions con filosofia: Como o Juventus?
La verità è che meritevoli si è, ma conquistatori si diventa. Il merito è la nostra radice invisibile; la conquista è il frutto visibile. Una vita spesa a conquistare senza mai interrogarsi su cosa si meriti produce cinismo; una vita spesa a pretendere ciò che si merita senza mai lottare per conquistarlo produce vittimismo. L'equilibrio risiede forse nel meritare la propria conquista: agire con la forza necessaria per ottenere i propri obiettivi, ma con l'integrità sufficiente a non vergognarsene una volta raggiunti. Esiste una faglia profonda, un crepaccio etico e ontologico, che separa l'atto del meritare da quello del conquistare. Se il primo appartiene alla sfera della giustizia ideale, il secondo è il figlio prediletto della volontà di potenza. In questa tensione si gioca gran parte della commedia umana: siamo costantemente divisi tra il desiderio che il mondo ci riconosca ciò che ci spetta e l'impulso febbrile di prenderci ciò che vogliamo.
Il merito è una categoria statica, quasi contemplativa. Deriva dal latino merere, che significa ricevere la propria parte. È intrinsecamente legato all’idea di un ordine morale superiore. Per Aristotele, nell’Etica Nicomachea, la giustizia distributiva si basa sul merito: dare a ciascuno in proporzione al suo valore. Qui il merito è un’armonia tra l’essere e l’avere. Kant eleva il merito a una dignità che prescinde dal risultato: non è importante ottenere la felicità, ma rendersi degni di essa attraverso la buona volontà. La moralità non è propriamente la dottrina che ci insegna come renderci felici, ma come renderci degni della felicità. Il merito, tuttavia, soffre di una tragica passività: si può meritare l'amore, la gloria o la pace per una vita intera senza mai vederli materializzarsi. È il dramma del "giusto perseguitato". Al contrario, la conquista è movimento, rottura, imposizione. Non attende un verdetto; emette una sentenza attraverso l'azione. Niccolò Machiavelli ne Il Principe non si interroga su chi meriti la corona in senso morale, ma su chi abbia la virtù (intesa come forza e astuzia) per conquistarla e mantenerla: «Perché nelle azioni di tutti gli uomini... si guarda al fine. Facci dunque un principe di vincere e mantenere lo stato: i mezzi saranno sempre giudicati onorevoli».
Il duello tra il Como e la Juventus per il quarto posto (senza dimenticarci della Roma, che tra i due litiganti…) non è solo una cronaca sportiva, ma una perfetta allegoria del conflitto tra la bellezza del merito e la ferocia della conquista. Mentre il calendario volge verso il finale di stagione, la classifica parla chiaro: il Como occupa il quarto posto con 57 punti, inseguito da una Juventus che, a quota 54, affila le armi per il sorpasso. In questo scontro, le due squadre incarnano due archetipi filosofici opposti.
Il Como di Fàbregas rappresenta l'idea greca di kalokagathia: ciò che è bello è necessariamente anche buono. Il merito lariano non è figlio del caso, ma di un’architettura armoniosa. Con una manovra basata su passaggi corti, possesso palla e l’estro di Nico Paz, il Como ha costruito il proprio "diritto" alla Champions non attraverso la forza bruta, ma attraverso la qualità del gesto. È il merito di chi ha saputo trasformare una provinciale in un laboratorio d'avanguardia. In questo senso, il Como ricorda il concetto di bellezza come verità in John Keats: "Beauty is truth, truth beauty". Il loro gioco è una verità che reclama giustizia: il merito di essere lì, davanti ai giganti, per la purezza della propria proposta.
La Juventus, di contro, incarna la conquista nella sua forma più ancestrale e machiavellica. Per i bianconeri, la Champions non è un premio per il bel gioco, ma un territorio da riprendersi per diritto di nascita e per necessità di potenza.
Se il Como gioca per meritare l'Europa, la Juventus gioca per conquistarla a ogni costo, anche a scapito dell'estetica. È la realpolitik applicata al rettangolo verde: la forza di un'istituzione che non accetta il declino e che usa il cinismo come strumento di sopravvivenza. Qui risuona Nietzsche: la conquista della Juventus è l'affermazione di una volontà che non chiede il permesso. Non importa se il Como ha giocato "meglio" (il merito); ciò che conta è chi, alla trentottesima giornata, avrà piantato la bandiera sul quarto gradino (la conquista).
Se la Juventus dovesse compiere il sorpasso, assisteremmo a quella che Schopenhauer definirebbe la vittoria della Volontà sulla Rappresentazione. Il Como rimarrebbe la bella rappresentazione di un calcio ideale, mentre la Juventus sarebbe la volontà cieca che ottiene il risultato nonostante le critiche al gioco e i cambiamenti in panchina. Il Como ha oggi il vantaggio dei punti e degli scontri diretti, un merito oggettivo inciso nel marmo delle statistiche. La Juventus ha però dalla sua l'inerzia della grande predatrice che sente l'odore del sangue nelle ultime curve del campionato.
Se il merito è un fiore che sboccia nella luce, la conquista è una radice che spacca la roccia nell'oscurità. Resta da vedere se il calcio italiano premierà l'armonia lariana o la spietata resilienza sabauda.
Augurando una serena Domenica delle Palme, auspico – mi sia concessa la battuta – che il Como sia seguace del pensiero dello scrittore franco-algerino Albert Camus. Nel suo saggio Il mito di Sìsifo, offre la chiave di volta: Sisifo meriterebbe il riposo, meriterebbe di vedere il macigno fermo sulla cima della montagna, ma il destino lo condanna a vederlo rotolare giù, eternamente. La lotta verso la cima basta a riempire il cuore di un uomo. Bisogna immaginare Sisifo felice. Camus suggerisce che la grandezza risiede nel merito dello sforzo, nel processo, non nel possesso dell'obiettivo.
A buon intenditor…
Roberto De Frede
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