Un “nuovo” acquisto fondamentale per il futuro

Un “nuovo” acquisto fondamentale per il futuroTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
«Passato e presente sono mezzi. Solo l’avvenire è il nostro fine». Blaise Pascal

Nella penombra del tempo, dove la Mole Antonelliana svetta come un indice puntato verso il destino, la Juventus di oggi si muove con la solennità di un’opera ancora incompiuta, che attende l’ultima pennellata per farsi capolavoro. (Lo si spera!) È una creatura nuova, plasmata dal lavoro monastico di Spalletti, un artigiano del pensiero prestato al prato verde, capace di distillare l’essenza del calcio rigido attraverso il filtro di una modernità inquieta e vibrante. L’uomo di Certaldo sembra incarnare il monito di Marguerite Yourcenar: «Ricostruire significa collaborare con il tempo nel suo aspetto di ‘passato’, coglierne lo spirito o modificarlo, protenderlo, quasi, verso un più lungo avvenire; significa scoprire sotto le pietre il segreto delle sorgenti». Luciano infatti non demolisce: prolunga la storia, rammendando il tessuto della gloria con fili di moderna audacia. Questo è il “nuovo” acquisto, lasciato nei vicoli del caos negli ultimi anni.

Questa squadra non è solo un collettivo; è una costellazione di anime che cercano un’orbita comune. Al centro del firmamento brilla, con luce propria e prepotente, la stella di Kenan Yildiz. Non si può non scorgere l’ombra nobile di Alessandro Del Piero. Non è un paragone, è un petalo della memoria storica. C’è in lui quell’attitudine alla meraviglia, quel modo di abitare la trequarti come se fosse il giardino di casa propria, trasformando ogni tocco in una promessa di eternità. Se Alex era il Pinturicchio, Kenan è il giovane discepolo che sta imparando a mescolare i colori per dipingere il proprio rinascimento. Nel suo incedere, nella sfrontata eleganza con cui accarezza il cuoio, risuona l’eco di Umberto Saba, che al gioco del calcio dedicò versi d’amore assoluto. Vedendo il giovane turco puntare l’area, par di scorgere quella gioia che il poeta triestino descriveva nella sua Canzonetta: «Un azzurro rinasce nel mio cuore, / e un’allegrezza ch’io non so donde venga. / È il tempo di una giovanezza che non ha confini; / un raggio di sole, un’aria vana/ fanno nascere in me questa follia. / Oh mia gioia, oh mia malinconia!».

Ai bordi del campo, dove lo spazio si fa stretto e il respiro corto, agisce Francisco Conceição, una scheggia impazzita che lacera le difese come una lama di luce attraversa un cristallo. Egli ricorda, per quell’imprevedibilità che confina con l’anarchia, la vertigine che regalava un’ala antica: lo stesso modo di puntare l’uomo, la stessa capacità di creare il vuoto dove prima c’era solo polvere. Accanto a lui, la sorpresa Jeremie Boga si muove con la grazia d’altri tempi, un esteta del dribbling che nasce da lontano. La loro velocità non è solo atletismo, ma poesia del movimento che richiama Calvino nelle sue Lezioni Americane: «La rapidità di stile e di pensiero vuol dire soprattutto agilità, mobilità, disinvoltura». Sono loro i portatori di questa agilità, capaci di strappi che profumano di quella polvere di stelle che fu di grandi del passato, agendo come cursori tra il possibile e l’incredibile. E poi c’è lui, l’onnipresente Weston McKennie. Se il calcio fosse una battaglia campale, l’americano sarebbe il soldato che presidia ogni trincea, il dinamismo fatto carne che evoca lo spirito indomito di Edgar Davids. Non ha la stessa ferocia del Pitbull, ma possiede quella medesima capacità di trovarsi ovunque il pericolo lo chiami, un motore instancabile che pulsa nel cuore della mediana, legando i reparti con la forza dell’abnegazione.

Mentre la squadra cresce, l’attesa si fa bramosia per il ritorno del centravanti serbo, Vlahovic. Dusan vive oggi la condizione descritta da Dino Buzzati ne Il Deserto dei Tartari: «Ma che cosa succede? Un brivido attraversa la fortezza... qualcosa sta per accadere». L’attesa del bomber è quella del tuono dopo il lampo, la necessità del guerriero che aspetta il ritorno del suo arco per scoccare frecce decisive e riportare la Juventus lì dove il diritto di nascita la chiama.

A quale Juventus somiglia questo cantiere d’ingegno? Il pensiero corre alla Juventus di Čestmír Vycpálek dei primi anni Settanta: una squadra che stava uscendo dalle secche di una transizione per riscoprirsi regina, un gruppo dove la gioventù di Bettega e Causio allora, - di Yildiz e Conceição oggi -, fungeva da lievito per un’ambizione che non conosceva confini. Questa squadra nuova ci insegna che il passato non è una zavorra, ma un trampolino, perché in fondo come scriveva Borges: «Ogni uomo è, in qualche modo, tutti gli uomini che sono stati prima di lui». E questa Juventus, pur vestendo a volte un abito da comprimaria, porta in sé il peso e la grazia di tutte le vittorie che l’hanno resa leggenda.

Per vincere domani, rincorrere il posto champions e essere continui, bisogna onorare la grandezza di ieri senza lasciarsene schiacciare.

Il cammino è tracciato e la speranza è più di una semplice suggestione: è la consapevolezza di chi sa che il peggio è alle spalle e l’orizzonte è finalmente nitido. Vi lascio ad una luminosa V Domenica di Quaresima, ricordando Dante quando nell’incipit del primo canto del Purgatorio descriveva con impareggiabile vigore il momento esatto in cui la tempesta lascia spazio alla navigazione serena verso il trionfo: «Per correr miglior acque alza le vele / omai la navicella del mio ingegno, / che lascia dietro a sé mar sì crudele».

Roberto De Frede