Quel minuto di silenzio violato: quando il tifo perde l'anima e volta le spalle alla storia
Ci sono domeniche in cui l'aria dei grandi stadi, anziché vibrare della sana tensione del gioco, si impregna di una nebbia opaca e spiritualmente pesante. È l'istante in cui la civiltà arretra di un secolo e il rettangolo verde cessa di essere il teatro della grazia per trasformarsi in una gogna cieca. Siamo a Torino, ma potevamo essere in ogni angolo del pianeta, stante la barbaria dell’uomo moderno. L'Allianz Stadium raccoglie le attese di una folla immensa in vista di una classica del nostro campionato, Juventus-Atalanta. Prima che il tempo delle passioni abbia inizio, un dovere antico quanto l'umana pietà scende a imporre la sua legge solenne: il minuto di raccoglimento. Non si tratta di celebrare la potenza del denaro o i fasti effimeri di un dirigente, ma di inchinarsi davanti a un'assenza definitiva. Si piange Sandro Mazzola.
Per chi ha custodito nel cuore la geografia sentimentale del Novecento, Mazzola non è stato soltanto un atleta: è stata una linea di fuga dalla mediocrità, una pennellata di aristocratica eleganza su una tela di provincia. Era il filo di seta che univa Milano a Roma, l'orgoglio di un'Italia capace di sognare in Messico e il vessillo di una grande Inter. Un uomo che aveva conosciuto il morso del destino all'alba dei suoi giorni, quel tragico 4 maggio del 1949 quando il cielo di Superga inghiottì suo padre Valentino e con lui la spensieratezza di un'intera infanzia. Egli aveva affrontato l'esistenza con la nobiltà di chi sa che la grazia è un fardello delicato.
Eppure, in quel minuto di silenzio, mentre il Paese intero chinava il capo di fronte al mistero ineluttabile della morte, si è consumato l'atto riprovevole che la ragione rifiuta e che la penna fatica a registrare. Un intero settore della curva si è voltato di spalle. Non un dissenso silenzioso, non una privata dissociazione, ma un voltafaccia ostentato, accompagnato da ululati e cori di una tribù che ha smarrito la bussola dell'umano. Voltarsi. Come se la geometria del corpo potesse cancellare la storia; come se l'odio da stadio possedesse il potere di riscrivere il valore di un'esistenza. In quel gesto non vi era alcunché di eroico o di ribelle: vi era la quintessenza della piccineria, il trionfo di un tribalismo feroce e infantile che trema d'invidia dinanzi alla grandezza quando questa porta i colori della fazione avversa. Davanti a questo spettacolo desolante, vien fatto di pensare alle note universali di Imagine di John Lennon e al suo sogno disarmato di un'umanità senza divisioni, senza confini e senza steccati («Imagine all the people sharing all the world»): un'utopia sublime che, ahimè, speriamo non resti per sempre confinata nella purezza di una canzone, schiacciata dai comportamenti barbari di chi trasforma ogni agone in una trincea.
Ciò che rende questo sfregio intollerabile non è soltanto l'oltraggio gratuito rivolto alla memoria di un uomo mite. È il pensiero angosciante di chi, sugli spalti o davanti agli schermi, ha assistito a questa messa nera del rancore. Migliaia di ragazzi, di adolescenti dagli occhi limpidi e dall'anima incredibilmente fragile, hanno visto. E si sa, l'anima dei giovani è come una spugna avida: assorbe il veleno con la stessa facilità con cui accoglie la bellezza, interiorizzando i peggiori comportamenti con una rapidità spaventosa. Insegnare alle nuove generazioni che la morte può essere strumentalizzata, che il lutto di un uomo onesto può essere calpestato in nome di un'antica e muffita ruggine tra tifoserie, è un tradimento pedagogico senza pari. È la semina cinica di una pianta velenosa che domani darà frutti di inaudita barbarie. Dare un simile insegnamento meschino ai nostri figli è una tragedia morale che nessuna vittoria sportiva potrà mai lavare.
Le antiche rivalità, i torti arbitrali di ieri, le sfide infinite che accendono le discussioni nei bar non costituiscono e non potranno mai costituire un salvacondotto per l'indecenza. La fazione non è una patria, e il tifo esasperato non è una religione: quando smarrisce il limite del rispetto elementare, diventa una malattia dell'anima, una regressione verso la belva che dorme appena sotto la sottile scorza della nostra civiltà. In fondo, come ammoniva con lucidità profetica Pier Paolo Pasolini guardando alla trasformazione antropologica delle masse e alla mercificazione dei riti collettivi, quando il popolo perde la sua dimensione di autentica cultura popolare per farsi plebe asservita al consumo e al cinismo del profitto, anche lo sport — l'ultima rappresentazione sacra del nostro tempo — si svuota di poesia per mutarsi in mera e feroce arena di rivalse animalesche.
Sandro Mazzola non aveva bisogno di quell'omaggio unanime per trovare dimora nella leggenda; la sua classe era già scolpita nel marmo della memoria collettiva, protetta dalla purezza del suo stile. Quegli applausi mancati, quel silenzio violato, pesano come un macigno sulla coscienza di chi ha voluto farsi piccolo di fronte alla morte.
La letteratura e la storia ci ammoniscono da sempre: la barbarie non irrompe mai all'improvviso nei grandi cataclismi, ma comincia sempre nei dettagli, nell'insensibilità quotidiana, nel giorno in cui si decide che l'avversario — o persino la sua spoglia mortale — non merita più di essere riconosciuto come un nostro simile. Alla fine, il silenzio è caduto comunque sul campo, denso e severo, prima che il pallone riprendesse a rotolare lasciandoci in eredità un interrogativo implacabile, che affonda le radici nella disillusione del nostro tempo: quanto di questo imbarbarimento collettivo è figlio colpevole di una genia di presidenti-politicanti, di mercanti senz'anima che hanno svenduto la cultura del calcio pur di rincorrere il tornaconto e la demagogia, riducendo un tempio di passione a succursale del rancore? È forse per questo vuoto pneumatico, per questa desolazione manageriale e morale, che oggi si scruta con nostalgia ogni angolo del mondo bianconero, invocando l'ombra austera e illuminata di un avvocato Gianni Agnelli capace di tenere la schiena dritta, di redimere la sua creatura e di difenderla non solo sul campo, ma nel decoro dello stile?
Eppure, al di là del fango e dei calcoli interessati, resiste intatto il battito del vero tifoso. Quell'uomo innamorato del pallone che brama la vittoria con ogni fibra del suo essere, ma che sa come il trionfo perda ogni sapore se conquistato calpestando la grazia e la civiltà. Perché il vero tifoso non cerca la supremazia attraverso l'insulto o la barbarie del branco, ma custodisce nel petto la nobiltà d'animo di chi sa gioire per la propria maglia senza mai smettere di inchinarsi, con leale e fiero rispetto, di fronte alla grandezza dell'avversario e alla sacralità della vita.
Roberto De Frede
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