Un rimpianto lungo cinque secondi, una finale da conquistare con ancora più fame di prima
Una notte difficile da mandare giù, per tanti motivi. Sarebbe stato paradossalmente più facile se quel quarto d'ora finale non ci fosse mai stato, finiva 0-0, ci saremmo lamentati di una partita brutta in cui potevamo spingere di più ma rimandando ogni verdetto complessivo alla gara di ritorno, con ancora tutto aperto. E invece, quando ad otto minuti dalla fine trovi un gol insperato e sempre con Cuadrado che, quando guarda l'Inter, trova sempre il modo di gonfiare quella rete, poi non puoi accettare un epilogo come quello che c'è stato. Non puoi accettare di causare un calcio di rigore a cinque secondi dalla fine della partita. Cinque secondi. E non in quel modo, con un mani inutile e scomposto, da non credere. Da non accettare. Poi si possono fare tutti i ragionamenti del mondo: c'era un fallo su Chiesa all'inizio dell'azione, Dumfries aveva buttato giù irregolarmente Kostic, ma la verità è che noi non siamo come loro. La verità è che lo juventino guarda all'errore commesso piuttosto che passare novanta minuti a lamentarsi per ogni cosa. E così, alla fine, negli occhi di tutti resta quel mani sciagurato di Bremer e pensiamo: "ma come gli è saltato in mente". Riconosciamo la nostra ingenuità e andiamo avanti.
Tutto quello che è successo dopo è un insieme di cose sbagliate figlie di un nervosismo attizzato ad arte dalle provocazioni continue dei nerazzurri. L'esultanza provocatoria di Lukaku sarà nata probabilmente da qualche insulto che aveva sentito, e che, se c'è stato, va sempre condannato, ma il regolamento parla chiaro e lo ha sempre fatto: un'esultanza così vale il giallo, che nel caso di Lukaku era il secondo e quindi espulsione. Poi magari si dimostrerà che è una sua tipica esultanza e verrà annullata, poco importa , anzi, il belga doveva ricevere il rosso diretto per il fallo commesso su Gatti poco prima, ma di quell'intervento nessuno parlerà. Tutto quello che è successo dopo è da censurare come da stigmatizzare è l'ingenuità di una Juventus che non doveva cadere nella provocazione e invece ci è cascata con tutti i piedi, pagando con l'espulsione di Cuadrado e una rissa finale evitabile.
Quel che è stato, è stato. E, come dicevo prima, se non fosse mai arrivato il gol di Cuadrado e il rigore per l'Inter, lo 0-0 sarebbe stato digerito più facilmente di quest'1-1 che ha il sapore amarissimo dell'occasione sfumata. Ma mancano ancora 90 minuti. Un tempo sufficiente per mettere in campo tutto ciò che è mancato in questa semifinale di andata: più cuore, più passione, più intensità, più coraggio. Bisogna ricordarsi di tutto quello che è successo, dell'occasione smarrita, delle continue provocazioni, del fare i padroni di casa a casa nostra. Della superiorità che, dietro il tatticismo, si percepiva netta della Juventus sull'Inter. L'unico modo per cancellare questo insopportabile sapore amaro dalla bocca è prendersi la finale a Milano. Senza "se" e senza "ma". A testa alta. Da Juventus.
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