Chi decide davvero gli arbitri? Il sistema, i sospetti e la soluzione che può cambiare tutto

Chi decide davvero gli arbitri? Il sistema, i sospetti e la soluzione che può cambiare tuttoTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

Il problema non è l’errore arbitrale. L’errore fa parte del gioco, è sempre esistito e continuerà a esistere. Il problema nasce quando il dubbio non riguarda più la decisione, ma il sistema che porta a quella decisione. È lì che si crea la sfiducia.

Le vicende degli ultimi giorni hanno riportato al centro una domanda precisa: come vengono scelti gli arbitri? Perché prima di parlare di episodi, bisogna capire il meccanismo.

Oggi il sistema è basato su una designazione centralizzata. Il designatore arbitrale – fino a pochi giorni fa Gianluca Rocchi, che si è autosospeso dopo l’emersione dell’indagine – è il responsabile delle scelte per Serie A e Serie B. Non decide in modo isolato, ma guida una struttura tecnica che analizza settimanalmente parametri come stato di forma, valutazioni degli osservatori, esperienza e livello della gara.

Da questa analisi nasce la designazione: arbitro, assistenti, quarto uomo, VAR e AVAR. È una scelta tecnica, ma resta una scelta. Non esiste sorteggio, non esiste automatismo. Esiste una decisione finale.

Ed è proprio qui che si apre il primo nodo. Perché quando la scelta è discrezionale, anche se corretta, introduce inevitabilmente una percezione. Il fatto stesso che qualcuno possa decidere chi arbitra una partita e chi no apre uno spazio che nel calcio viene subito riempito dal sospetto.

In questo contesto si inseriscono anche le vicende più recenti. Il responsabile del VAR Gervasoni è comparso oggi davanti agli inquirenti per essere ascoltato, mentre lo stesso Rocchi sembrerebbe orientato ad avvalersi della facoltà di non rispondere. Al di là degli sviluppi, il tema resta uno: il funzionamento del sistema.

Ma c’è un altro livello, meno visibile, che incide ancora di più. Ed è quello della valutazione degli arbitri.

Ogni partita viene analizzata da osservatori arbitrali, che assegnano un voto e redigono una relazione tecnica. Questi voti costruiscono una media stagionale che determina la carriera dell’arbitro: chi resta, chi viene promosso e chi viene dismesso.

E qui emerge un punto decisivo. Arbitrare in Serie A o B significa anche guadagni, visibilità e continuità professionale. Essere dismessi significa uscire da quel livello.

Quindi la valutazione non è neutra. È determinante.

Ed è inevitabilmente, almeno in parte, soggettiva. Anche con tutta la buona fede possibile, resta una valutazione umana. E quando la carriera dipende da giudizi non completamente oggettivi, si crea pressione.

Pressione che può diventare dinamica interna. Favoritismi percepiti, arbitri considerati più affidabili, altri più esposti. Non serve che questo sia vero: basta che sia credibile.

Perché nel calcio la percezione diventa realtà.

Il discorso diventa ancora più delicato quando si entra nel tema del VAR. Il VAR nasce per correggere errori evidenti, ma nel tempo il suo utilizzo si è ampliato, trasformandolo da supporto a elemento attivo della decisione.

Oggi il VAR non è più solo supporto, ma parte integrante della scelta.

Esiste una sala centralizzata, come quella di Lissone, dove vengono monitorate le partite. Ma il problema è sempre lo stesso: la soglia di intervento.

Perché cosa è davvero un errore “chiaro ed evidente”?

Nel tempo si è passati a situazioni sempre più interpretative: contatti leggeri, falli di mano discutibili, episodi su cui anche tra arbitri esistono letture diverse.

E quando la soggettività entra nel VAR, il VAR perde la sua funzione.

In questo contesto si inseriscono anche le ricostruzioni secondo cui all’interno della sala VAR possano esserci state indicazioni esterne, anche sotto forma di segnali. Situazioni che, anche qualora fossero avvenute in buona fede per aiutare nella valutazione, aprono inevitabilmente a un dubbio.

Chi decide davvero?

Ed è qui che il sistema dovrebbe intervenire.

Perché uno strumento nato per ridurre le polemiche rischia di amplificarle.

La soluzione potrebbe essere più semplice.

Il VAR dovrebbe tornare a intervenire solo su situazioni oggettive e clamorose. Fuorigioco, gol/non gol, oppure episodi evidenti: un difensore che con il braccio nettamente allargato impedisce a un tiro diretto in porta di diventare gol, un gol segnato chiaramente con la mano, oppure un fallo grave da espulsione non visto dall’arbitro.

Tutto il resto deve restare una valutazione di campo. I contatti leggeri, gli step on foot, le situazioni dubbie devono essere lasciate all’arbitro. Non si può tornare indietro per rivedere ogni azione.

Perché se tutto è rivedibile, nulla è più chiaro.

Accanto a questo, si può introdurre un sistema di chiamata al video da parte delle squadre: due chiamate per tempo, quindi un massimo di quattro a partita. Se l’arbitro cambia decisione, la chiamata resta; se la conferma, viene persa.

Un sistema che introduce responsabilità condivisa.

Ma la vera svolta sarebbe un’altra.

Il sorteggio integrale delle designazioni. Un sistema in cui arbitri e VAR vengono assegnati casualmente tra un gruppo selezionato di direttori di gara, eliminando la discrezionalità.

Unito a questo, un modello più oggettivo di gestione della carriera: numero chiuso di arbitri, permanenza per un periodo definito, uscita non legata a valutazioni soggettive ma a parametri oggettivi come condizioni fisiche e requisiti tecnici.

Perché finché esisterà una struttura in cui qualcuno decide, valuta e determina la carriera, esisterà anche il sospetto.

E qui si arriva al punto finale.

Il problema non è l’arbitro. È il sistema.

Un sistema che negli anni non è mai riuscito a eliminare del tutto le ombre, le polemiche e le letture alternative. Un sistema inserito in un contesto più ampio, dove interessi, pressioni e pesi diversi convivono e inevitabilmente influenzano la percezione.

Perché nel calcio italiano non basta essere corretti.

Bisogna essere inattaccabili.

E finché questo non accadrà, ogni decisione continuerà a essere discussa non per quello che è.

Ma per quello che si pensa che sia.