Juve, top e flop della stagione: cosa non ha funzionato e dove deve intervenire sul mercato

Juve, top e flop della stagione: cosa non ha funzionato e dove deve intervenire sul mercatoTUTTOmercatoWEB.com
© foto di www.imagephotoagency.it
Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

La stagione della Juventus si chiude con il fallimento dell’obiettivo minimo: la qualificazione alla prossima Champions League. Un traguardo che sembrava alla portata e che invece i bianconeri hanno progressivamente perso soprattutto nelle ultime settimane, tra pareggi pesanti, sconfitte evitabili e una gestione emotiva che si è rivelata troppo fragile nei momenti decisivi.

Eppure, all’interno di una stagione negativa, ci sono aspetti da separare. Perché questa Juventus, soprattutto con l’arrivo di Spalletti, ha mostrato anche principi moderni, un’identità tattica più chiara e una struttura di gioco che in alcune partite si è intravista con forza. Il problema è che l’idea non è bastata. E la differenza l’hanno fatta limiti tecnici, mentali e individuali che hanno impedito alla squadra di fare il salto definitivo.

I TOP TECNICI: costruzione dal basso e dominio territoriale

Uno degli aspetti migliori della Juventus di Spalletti è stata sicuramente la crescita nella costruzione dal basso. La squadra ha imparato progressivamente a uscire meglio dalla pressione avversaria, cercando di costruire con più uomini e con principi più codificati rispetto al passato.

Locatelli si abbassava spesso tra i centrali per facilitare la prima uscita, Kelly da mancino veniva utilizzato molto nell’impostazione e gli esterni venivano mossi dentro al campo per creare superiorità numerica. La Juventus, soprattutto contro squadre medio-piccole, ha spesso dominato territorialmente le partite, mantenendo il possesso nella metà campo avversaria e recuperando palla in avanti con una buona riaggressione.

La sensazione, rispetto agli ultimi anni, è che finalmente si vedesse un’idea di gioco riconoscibile.

I FLOP TECNICI: pochi gol da fuori e sterilità offensiva

Il grande problema tecnico della Juventus è stato però negli ultimi trenta metri. La squadra arrivava spesso bene sulla trequarti, occupava discretamente l’area e consolidava il possesso, ma produceva troppo poco rispetto alla mole di gioco costruita.

I dati raccontano bene questo limite. La Juventus ha segnato pochissimo da fuori area durante tutta la stagione. A parte il gol di Adzic contro l’Inter e pochissime altre conclusioni dal limite, è praticamente mancata una vera soluzione balistica dalla distanza.

Questo aspetto ha pesato enormemente soprattutto contro le difese basse e schiacciate, dove spesso il possesso bianconero diventava troppo orizzontale e prevedibile. Mancava il centrocampista capace di trovare la conclusione rapida e violenta da fuori per costringere le difese ad aprirsi.

Anche il numero di partite chiuse con uno o zero gol segnati racconta bene il problema di una squadra che produceva territorio ma troppo raramente riusciva a concretizzare davvero.

I TOP TATTICI: identità, aggressività e coraggio

Dal punto di vista tattico la Juventus di Spalletti ha avuto meriti evidenti. Dopo anni di squadra attendista, i bianconeri hanno provato a diventare una squadra più europea, cercando una difesa alta, pressione aggressiva, riaggressione immediata e occupazione continua della metà campo avversaria.

La Juventus ha cercato spesso di comandare le partite e non soltanto di subirle. Anche offensivamente si sono viste diverse soluzioni interessanti, come l’utilizzo di McKennie falso nove, le rotazioni continue degli esterni e un attacco molto più mobile rispetto al passato.

In partite come quelle contro Bologna o Atalanta si sono viste trame molto interessanti e una squadra capace anche di alzare il livello dell’intensità europea.

I FLOP TATTICI: gestione dei momenti e difficoltà contro i blocchi bassi

Il principale limite tattico della Juventus è stato probabilmente nella gestione delle partite bloccate. Contro squadre chiuse e organizzate, la squadra di Spalletti troppo spesso diventava lenta, prevedibile e poco verticale.

Il possesso palla si trasformava frequentemente in circolazione orizzontale, senza la capacità di trovare imbucate rapide o accelerazioni improvvise. In queste situazioni la mancanza del tiro da fuori diventava ancora più evidente.

Ma il vero tema della stagione è stato soprattutto mentale e tattico insieme: la gestione dei momenti.

La Juventus ha perso troppi punti dopo essere passata in vantaggio o dopo aver controllato la partita. Troppe volte un singolo episodio negativo ha mandato in tilt la squadra: contro Verona, Fiorentina, Como, Lecce, Cagliari e Sassuolo i bianconeri non sono praticamente mai riusciti a ribaltare davvero l’inerzia negativa della partita.

Era una squadra che spesso sembrava aver bisogno di creare tantissimo per segnare, mentre subiva gol quasi al primo vero episodio concesso.

E infatti un dato racconta bene questa fragilità: la Juventus ha preso gol sul primo tiro in porta avversario in circa sedici occasioni stagionali. Un numero enorme, che ha pesato mentalmente sulla squadra e che apre inevitabilmente anche una riflessione sul tema portiere.

IL TEMA PORTIERE: Di Gregorio non ha dato sicurezza

La Juventus moderna di Spalletti chiede al portiere qualità nella costruzione dal basso, personalità con i piedi e coraggio nell’impostazione. Ma un portiere della Juventus deve anche portarti punti.

E quest’anno troppo spesso questo non è accaduto.

Di Gregorio ha mostrato qualità nella gestione del pallone, ma nei momenti decisivi non ha quasi mai dato la sensazione di essere quel portiere capace di salvarti la partita con una parata pesante. In diverse situazioni si è fatto trovare poco reattivo, soprattutto sui primi tiri subiti, alcuni anche evitabili.

Non è un caso che, quando Perin è tornato a disposizione fisicamente, Spalletti in diverse occasioni abbia scelto lui. Una decisione che sembrava legata non solo all’esperienza, ma anche alla ricerca di maggiore affidabilità emotiva e sicurezza generale per tutta la linea difensiva.

Anche questo sarà un tema importante delle riflessioni estive della Juventus.

I TOP INDIVIDUALI: McKennie, Conceiçao, Kelly e Yildiz

Il simbolo della stagione bianconera è stato probabilmente Weston McKennie. Il centrocampista americano è stato il giocatore che meglio ha interpretato le idee di Spalletti, sia dal punto di vista tattico che caratteriale. Movimenti continui, spirito di sacrificio, letture intelligenti degli spazi e una capacità unica di restare sempre dentro la partita mentalmente.

Fondamentale anche Francisco Conceiçao, uno dei pochi giocatori realmente in grado di creare superiorità numerica nell’uno contro uno. Il portoghese ha acceso tantissime partite, ma resta incompleto negli ultimi metri: troppo pochi gol e assist rispetto alle occasioni create.

Tra le note più positive va inserito anche Kelly, che si è dimostrato uno dei difensori più adatti ai principi di costruzione di Spalletti grazie al mancino naturale, alla personalità nell’impostazione e a una buona capacità di difendere in avanti.

E poi c’è Yildiz. Il talento turco è stato probabilmente il giocatore offensivo più puro della rosa bianconera. Gli infortuni ne hanno condizionato il finale di stagione, ma quando stava bene era il giocatore che dava creatività, imprevedibilità e personalità alla squadra.

Nota molto positiva anche per Boga, arrivato praticamente a costo zero e riscattabile a una cifra molto bassa. Per rapporto qualità-prezzo è stato uno dei migliori colpi della stagione bianconera e anche il prossimo anno potrebbe essere molto utile nelle rotazioni offensive.

I FLOP INDIVIDUALI: Openda, David, Koopmeiners e Cambiaso

La delusione più grande resta Lois Openda. Arrivato come il grande investimento offensivo della scorsa estate, non è mai riuscito a incidere davvero. Pochissimi gol, quasi nessun impatto reale e grandi difficoltà soprattutto nel gioco spalle alla porta.

Anche Jonathan David ha deluso rispetto alle aspettative. Ha dato qualcosa in termini di lavoro associativo e movimento, ma troppo poco in termini di peso offensivo, fisicità e numeri realizzativi rispetto al tipo di attaccante che la Juventus pensava di aver preso.

Grande delusione anche Koopmeiners. Spalletti ha provato a rilanciarlo in varie posizioni, persino abbassandolo nella costruzione, ma l’olandese non è mai riuscito a diventare davvero centrale nel progetto tecnico.

Tra i flop va inserito anche Andrea Cambiaso. Da lui ci si aspettava un salto di qualità importante soprattutto nel nuovo sistema di Spalletti, ma il suo rendimento è stato troppo discontinuo. Difensivamente ha sofferto molto nelle letture e nei duelli individuali, mentre offensivamente non è riuscito a garantire quella qualità e quella continuità di produzione che la Juventus si aspettava da lui.

Discorso differente invece per Zhegrova. La sua stagione è stata sicuramente sotto le aspettative per discontinuità, applicazione difensiva e interpretazione tattica, ma nei suoi lampi tecnici si è intravista una qualità importante. Se la Juventus decidesse di non sacrificarlo sul mercato, il secondo anno potrebbe ancora essere quello della definitiva maturazione.

IL VERO TEMA: IL CARATTERE

Ma oltre la tattica, oltre la tecnica e oltre i singoli, il vero tema della stagione juventina è stato il carattere.

Spalletti nell’ultima conferenza stampa lo ha detto chiaramente: “Tecnica e tattica si possono allenare, il carattere no.”

Ed è probabilmente la frase che riassume meglio tutta la stagione della Juventus.

Perché nei momenti decisivi la squadra troppo spesso non ha saputo reagire. Non ha saputo resistere. Non ha saputo ribaltare l’inerzia negativa della partita.

Il carattere nel calcio moderno è questo: saper soffrire, saper reagire all’imprevisto e continuare a restare vivi mentalmente anche quando vieni colpito.

La Juventus per anni è stata la squadra che dava sempre la sensazione di poter ribaltare una partita fino all’ultimo secondo. La squadra che faceva capire all’avversario che il match non sarebbe mai finito davvero.

Come disse Francesco Repice in una celebre radiocronaca Rai: “La Juventus non muore letteralmente mai.”

Ecco, questa Juventus invece troppo spesso è sembrata spegnersi dopo il primo colpo subito.

Non è un caso che Spalletti abbia citato proprio Locatelli, McKennie e Yildiz come giocatori di carattere. Il primo per leadership e responsabilità, il secondo per spirito competitivo e intensità continua, il terzo per personalità e coraggio nonostante la giovanissima età.

È da qui che la Juventus deve ripartire.

IL MERCATO E LA CONTINUITÀ: LA JUVE NON RIPARTE DA ZERO

A differenza del Milan, che ha deciso di azzerare quasi completamente la struttura tecnica e societaria, la Juventus sembra intenzionata a proseguire sulla linea della continuità.

C’è però anche un dato che all’interno della Juventus viene considerato importante nelle valutazioni sul lavoro di Spalletti. Dalla giornata del suo arrivo fino alla fine del campionato, la classifica parziale vedrebbe infatti i bianconeri quarti con 54 punti in 29 giornate, a un solo punto da Napoli e Como e con due punti di vantaggio su Roma e Milan, mentre l’Inter con 69 punti ha praticamente fatto un campionato a parte.

Un dato relativo, perché il calcio non si divide in spezzoni e l’obiettivo finale è stato comunque fallito, ma che aiuta a spiegare perché la società sembri intenzionata a proseguire sulla linea della continuità tecnica e progettuale.

Nonostante questo, nelle ultime ore continuano comunque a filtrare indiscrezioni su alcune frizioni interne tra Spalletti e parte dell’ambiente bianconero. Le parole di Comolli dei giorni scorsi andavano verso la conferma dell’allenatore e la prosecuzione del progetto, ma la sensazione è che la prossima settimana possa esserci un vertice definitivo con Elkann, Chiellini, lo stesso Comolli e Spalletti per chiarire la situazione e cercare di capire come andare avanti insieme, provando a smussare le tensioni emerse nelle ultime settimane.

Le parole dello stesso Spalletti, però, sono sempre andate nella direzione della continuità: l’allenatore ha ribadito più volte di voler restare alla Juventus e di credere ancora nel progetto tecnico iniziato quest’anno.

Ma continuità non significa ripetere gli stessi errori.

La Juventus adesso dovrà intervenire sul mercato con lucidità, cercando più qualità tecnica ma soprattutto più leadership e personalità. Va bene puntare sui giovani, ma serviranno anche profili esperti, magari occasioni di mercato o parametri zero internazionali, giocatori che sappiano convivere con la pressione e trasmettere mentalità vincente.

Perché la Juventus quest’anno ha capito una cosa fondamentale: non basta avere idee moderne per tornare grandi.

Bisogna costruire una squadra che sappia combattere fino alla fine.

Fino alla fine davvero.