Juventus, il fantasma di Conte: ma è davvero l'uomo giusto per risolvere la crisi?

Juventus, il fantasma di Conte: ma è davvero l'uomo giusto per risolvere la crisi?TUTTOmercatoWEB.com
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di Nerino Stravato

Ogni volta che la Juventus entra in crisi, il copione sembra ripetersi. I risultati non arrivano, la squadra fatica a trovare una propria identità, i tifosi perdono la pazienza e sui social torna a circolare un nome capace di accendere immediatamente la discussione: Antonio Conte.

È successo anche dopo il pesante 0-3 contro la Lazio. Una parte della tifoseria bianconera vorrebbe rivedere sulla panchina juventina l'allenatore dei tre scudetti consecutivi, l'ex capitano, l'uomo che ha contribuito a riportare la Juventus al vertice dopo anni difficili. Un allenatore che ha dimostrato di saper trasmettere carattere, intensità e senso di appartenenza alle proprie squadre.

Le ragioni per desiderarne il ritorno non mancano. Ma tra riconoscere i meriti di Conte e considerarlo automaticamente l'uomo giusto per risollevare questa Juventus c'è una differenza importante. Perché la domanda non è soltanto se il tecnico salentino sia un grande allenatore. La domanda è se, con questa rosa e in questo momento della stagione, il suo arrivo sarebbe davvero sufficiente a cambiare le cose.

Conte e il mito dell'uomo della provvidenza

Il ricordo della prima esperienza juventina pesa inevitabilmente. Nell'estate del 2011 Conte trovò una squadra reduce da due settimi posti consecutivi e riuscì a trasformarla in una formazione capace di vincere subito lo scudetto. Il suo calcio era riconoscibile: aggressività, intensità, organizzazione, partecipazione collettiva e una mentalità che non ammetteva cali di tensione.

Quella Juventus, però, non nacque da una semplice sostituzione in panchina a campionato iniziato. Conte arrivò prima della preparazione estiva, ebbe tempo per lavorare sul gruppo e contribuì a costruire un progetto che avrebbe dominato il campionato per tre stagioni consecutive. È un dettaglio fondamentale, perché il contesto di un allenatore che prepara una squadra dall'estate è molto diverso da quello di chi deve intervenire in corsa, con una stagione già avviata e problemi da risolvere in tempi stretti.

Oggi la tentazione di affidarsi a un nome conosciuto e vincente è comprensibile. Ma il rischio è pensare che basti riportare Conte a Torino per ritrovare automaticamente la Juventus di allora. Il calcio è cambiato, la rosa è diversa e soprattutto sono cambiati i problemi che la squadra deve affrontare.

Quando è subentrato, Conte ha sempre cambiato le cose?

La carriera dell'allenatore offre precedenti che meritano di essere analizzati senza pregiudizi. Non è vero che Conte abbia fallito ogni volta che è arrivato a stagione in corso. Ma non è vero neppure che il suo impatto sia sempre stato immediatamente risolutivo.

All'Arezzo, nel 2007, tornò in panchina a marzo dopo essere stato esonerato nella prima parte della stagione. La squadra migliorò e riuscì a lottare per la salvezza fino all'ultima giornata, ma la retrocessione non fu evitata. Un'esperienza nella quale si videro segnali di reazione, senza che il lavoro fosse sufficiente a raggiungere l'obiettivo finale.

Ancora più complicata fu l'esperienza all'Atalanta, dove Conte arrivò nel settembre 2009. I risultati non decollarono e il tecnico si dimise nel gennaio successivo, dopo una serie di prestazioni negative. È il precedente che dimostra come neppure un allenatore dalla personalità forte possa garantire una svolta quando il contesto e i risultati non si allineano alle sue aspettative.

Il caso del Bari, invece, racconta una storia differente. Conte arrivò nel dicembre 2007 e contribuì a migliorare il rendimento della squadra nella seconda parte del campionato. Nella stagione successiva costruì un gruppo capace di vincere la Serie B e conquistare la promozione. Anche al Tottenham, subentrato nel novembre 2021, riuscì a centrare il quarto posto e la qualificazione alla Champions League.

Il bilancio, quindi, non permette di sostenere che Conte non sappia intervenire in corsa. Dimostra piuttosto che il suo impatto dipende dal contesto, dalla risposta dei giocatori e dalla possibilità di trasferire rapidamente le proprie idee. Il suo nome non rappresenta una garanzia automatica: è un valore potenziale che deve trovare le condizioni giuste per esprimersi.

Questa Juventus sarebbe pronta a reggere Conte?

È qui che il discorso diventa particolarmente interessante. Conte è un allenatore esigente, che pretende intensità negli allenamenti, applicazione tattica, disponibilità al sacrificio e partecipazione costante nelle due fasi. Le sue squadre devono essere aggressive, fisicamente preparate e capaci di mantenere un livello elevato di concentrazione. Chi non si adegua rischia di perdere spazio.

La Juventus attuale è pronta a sostenere queste richieste? È una domanda alla quale non si può rispondere con certezza, ma che merita di essere posta. La squadra ha mostrato difficoltà nel mantenere l'equilibrio, nel reagire alle situazioni negative e nel trovare continuità. Alcuni giocatori sembrano faticare a esprimersi al meglio e, dopo la sconfitta contro la Lazio, sono emerse anche discussioni sulla personalità del gruppo.

Non basta, però, invocare un allenatore capace di alzare la voce o di pretendere di più. La personalità non si trasferisce automaticamente da una panchina a uno spogliatoio. Conte può chiedere intensità, sacrificio e coraggio, ma deve trovare giocatori disposti e capaci di rispondere a quelle richieste. E se una parte della rosa non fosse adatta al suo calcio, il problema non scomparirebbe con il cambio di allenatore.

La questione riguarda anche la costruzione della squadra. Il calcio di Conte richiede interpreti funzionali alle sue idee, non soltanto giocatori di qualità. Servono caratteristiche fisiche e tattiche precise, disponibilità a ricoprire determinati ruoli e capacità di seguire movimenti collettivi molto codificati. Una rosa costruita per un altro sistema potrebbe aver bisogno di interventi significativi per esprimersi al meglio.

Le parole di Bremer e il problema della personalità

Le dichiarazioni di Bremer dopo il 3-0 contro la Lazio hanno aggiunto un altro elemento alla riflessione. Il difensore ha parlato di compagni che, in determinate situazioni, sembrano nascondersi quando arrivano i fischi e ha sottolineato le differenze rispetto alla Juventus di qualche anno fa. Parole che hanno alimentato il dibattito sul carattere della squadra e sulla necessità di ritrovare una maggiore compattezza.

È comprensibile che, in un momento simile, molti tifosi pensino a Conte. Il suo temperamento e la sua storia bianconera sembrano rappresentare la risposta ideale a una squadra accusata di avere perso personalità. Ma anche questo ragionamento ha un limite: un allenatore può pretendere coraggio dai propri giocatori, non può sostituirsi a loro nelle scelte e nelle responsabilità durante una partita.

Lo stesso Bremer, peraltro, non può essere considerato al di sopra delle critiche. Anche lui deve analizzare le proprie prestazioni e riconoscere gli errori commessi, come quelli emersi nella partita contro la Lazio. Chiedere più carattere ai compagni è legittimo, ma l'autocritica deve riguardare tutti, compresi i giocatori più rappresentativi. La personalità di un gruppo si misura anche dalla capacità di assumersi le proprie responsabilità, non soltanto di denunciare le mancanze altrui.

Ed è proprio questo il punto: Conte potrebbe contribuire a ricostruire una mentalità più forte, ma non potrebbe farlo da solo. Servirebbero una risposta concreta dello spogliatoio, la disponibilità dei singoli a mettersi in discussione e una società pronta a sostenere l'allenatore anche quando le sue richieste diventassero scomode.

Forse la soluzione migliore sarebbe ripartire dall'estate

Se la Juventus decidesse davvero di puntare su Conte, una valutazione a stagione conclusa potrebbe offrire condizioni più favorevoli. Non perché un subentro sia necessariamente destinato a fallire, ma perché il tecnico avrebbe la possibilità di analizzare la rosa, individuare i giocatori funzionali al proprio sistema e concordare con la dirigenza gli interventi necessari.

Un'estate di lavoro permetterebbe di preparare la squadra sul piano atletico, costruire automatismi e chiarire fin dall'inizio ruoli e gerarchie. Consentirebbe inoltre alla società di affrontare con lucidità le eventuali cessioni e gli acquisti, evitando di affidarsi alla speranza che un allenatore possa correggere ogni problema senza modificare la struttura del gruppo.

Naturalmente, non è detto che aspettare sia sempre la scelta migliore. Se i risultati precipitassero e la squadra perdesse completamente fiducia, la società potrebbe ritenere necessario intervenire subito. Ma un eventuale cambio in corsa dovrebbe essere accompagnato da una valutazione realistica: quale obiettivo si vuole raggiungere, quanto tempo rimane e quali strumenti avrebbe il nuovo allenatore per incidere?

Conte può essere la risposta, ma non può essere l'unica risposta

Il ritorno di Antonio Conte avrebbe un significato forte per la tifoseria juventina. Riporterebbe a Torino un allenatore legato alla storia del club, capace di vincere e di trasmettere una mentalità riconoscibile. Sarebbe una scelta comprensibile, soprattutto in una fase in cui la squadra sembra avere bisogno di ritrovare identità, aggressività e fiducia.

Ma proprio perché Conte è un allenatore esigente, il suo eventuale arrivo dovrebbe essere accompagnato da una strategia chiara. Non basterebbe consegnargli una squadra in difficoltà e aspettarsi che, grazie al carattere e alla personalità, riesca a trasformarla nel giro di poche settimane. Servirebbero giocatori pronti a seguirlo, una rosa adatta alle sue idee e una società disposta a condividere il progetto.

La Juventus ha bisogno di ritrovare il proprio equilibrio, ma anche di capire perché una squadra con giocatori di qualità fatichi a reagire alle difficoltà e a mantenere un'identità riconoscibile. Conte potrebbe essere parte della soluzione. Non è possibile sapere in anticipo se sarebbe l'uomo giusto per questo gruppo, né se riuscirebbe a risolvere tutti i problemi attuali.

La vera domanda, allora, non è se Conte sia abbastanza juventino o se abbia già dimostrato di saper vincere. È se questa Juventus sia pronta per Conte e se la società sia pronta a costruire una squadra davvero adatta al suo calcio. Perché il rischio più grande sarebbe trasformare il suo ritorno in una promessa di rinascita, per poi scoprire che un allenatore, anche uno del suo livello, non può risolvere da solo problemi che coinvolgono l'intero club.