La Juventus lo lasciò a 14 anni: Kayode e il difficile mestiere di riconoscere un talento

La Juventus lo lasciò a 14 anni: Kayode e il difficile mestiere di riconoscere un talentoTUTTOmercatoWEB.com
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Oggi alle 22:30Primo piano
di Nerino Stravato

Ci sono giocatori che fanno gol e diventano protagonisti. E poi ce ne sono altri che, al di là del gol, lasciano la sensazione di avere qualcosa di diverso. Michael Kayode appartiene alla seconda categoria. La rete all’esordio con la Nazionale contro la Turchia è soltanto la fotografia più bella di una serata nella quale l’esterno del Brentford ha fatto vedere molto più di una conclusione finita in fondo alla rete.

Ha corso, ha puntato l’uomo, ha strappato, ha giocato nello stretto, ha attaccato la profondità. Ogni volta che ha ricevuto palla sulla destra ha dato la sensazione di poter creare qualcosa. Non è stato semplicemente il debutto di un giovane terzino: è stata la presentazione al grande pubblico italiano di un giocatore con caratteristiche atletiche e tecniche che oggi sono estremamente preziose.

E forse proprio per questo, guardando Kayode con la maglia dell’Italia, viene spontaneo tornare indietro nel tempo. Fino a quando aveva appena 13-14 anni.

Kayode non è soltanto un terzino

La prima cosa da chiarire è proprio questa: definire Kayode semplicemente un terzino destro rischia di essere riduttivo.

La sua qualità principale è la capacità di trasformare la fascia in una corsia di accelerazione. È un giocatore che può partire basso, ricevere palla, attaccare il primo avversario e portare la squadra trenta o quaranta metri più avanti. La velocità, la potenza fisica e la progressione sono probabilmente le caratteristiche che saltano maggiormente agli occhi.

Contro la Turchia si è visto tutto questo.

Ma si è visto anche qualcosa che merita ancora più attenzione: la qualità con cui utilizza quella forza fisica. Kayode non è soltanto un giocatore che corre forte. Sa portare palla, sa cambiare ritmo, punta l’uomo e nello stretto ha mostrato una pulizia tecnica che rende le sue accelerazioni ancora più difficili da leggere.

Per certi versi, quando è al massimo della condizione, ricorda quella sensazione che in Serie A ha dato più volte Nuno Tavares: un esterno che, quando prende campo, sembra poter travolgere l’avversario attraverso una combinazione di potenza, velocità e progressione.

Kayode, però, sta costruendo una sua identità. E la Premier League ha avuto un peso importante.

La Premier League lo ha fatto diventare grande

La Fiorentina lo aveva già portato in Serie A e gli aveva dato il palcoscenico per affacciarsi al calcio dei grandi. Poi, nel gennaio 2025, è arrivata la chiamata del Brentford.

In Inghilterra Kayode non è andato semplicemente a fare esperienza. È cresciuto giocando.

Nella stagione 2025/26 ha disputato 37 partite di Premier League, praticamente una stagione intera da protagonista. Non è il dato di un giovane utilizzato sporadicamente: è il rendimento di un calciatore al quale il Brentford ha affidato una parte importante della propria fascia.

Ed è proprio lì che Kayode sembra aver aggiunto al proprio bagaglio quella continuità e quella durezza che oggi si vedono nelle sue giocate. Il calcio inglese gli ha chiesto di correre, difendere campo aperto, affrontare transizioni continue e misurarsi ogni settimana con alcuni dei migliori giocatori del mondo.

Il risultato è il Kayode che abbiamo visto in Nazionale.

Il paradosso della Nazionale: titolare in Premier, ancora fuori dal grande giro azzurro

Ed è qui che la sua storia diventa ancora più interessante.

Perché Kayode non è arrivato alla Nazionale maggiore dopo essere esploso improvvisamente in una notte.

Era già lì.

Aveva appena completato una stagione da titolare in Premier League, ma quando l’Italia ha affrontato i playoff per il Mondiale il suo nome non è finito nella lista della Nazionale maggiore.

Il passaggio all’Under 21, inoltre, è stato rallentato da una questione particolare. Silvio Baldini spiegò che Kayode doveva ancora ottenere l’idoneità richiesta in Italia e che erano necessari ulteriori accertamenti, secondo criteri più rigidi rispetto a quelli applicati in Inghilterra.

Non era dunque una bocciatura tecnica e non significa che Kayode avesse una patologia cardiaca: era una questione legata all’iter di idoneità sportiva.

Il dato calcistico, però, rimane curioso: un ragazzo che giocava praticamente ogni settimana in Premier League non aveva ancora ricevuto una chiamata dalla Nazionale maggiore.

Poi è arrivata la convocazione.

E alla sua prima presenza con l’Italia, Kayode ha impiegato pochissimo tempo per spiegare perché il suo nome fosse diventato interessante.

Alla prima partita, gol.

E soprattutto una prestazione che va ben oltre il gol.

Ma torniamo indietro: a 14 anni la Juventus non ci crede

Ed è probabilmente questo il punto più interessante di tutta la vicenda.

Kayode è cresciuto nelle giovanili della Juventus. Ci è arrivato da bambino e ha trascorso diversi anni nel settore giovanile bianconero. Poi, intorno ai 14 anni, le strade si sono separate.

Il ragazzo è tornato dalle parti di casa e a 16 anni ha iniziato una nuova vita calcistica con il Gozzano, in Serie D.

Sei anni dopo, quello stesso ragazzo entra in campo con la maglia dell’Italia, segna al debutto e domina la fascia contro la Turchia.

È inevitabile pensare alla Juventus.

Non perché sia corretto dire che a Torino avrebbero dovuto sapere che Kayode sarebbe diventato un titolare della Premier League. A 13 o 14 anni nessuno può avere questa certezza.

Ed è proprio questo il punto.

La vera difficoltà di un settore giovanile non è soltanto riconoscere chi è forte. È capire chi può diventare molto più forte di quello che è in quel momento.

A quell’età un ragazzo può avere ancora davanti anni di crescita fisica, tecnica, tattica e soprattutto mentale. Un difensore può diventare più veloce. Un centrocampista può sviluppare caratteristiche che prima non aveva. Un esterno può trasformarsi da buon giocatore di fascia in un atleta capace di fare la differenza ad altissimo livello.

Kayode è uno di quei casi.

La Serie D non è stata la fine. È stata l’inizio

Ed è forse questo che rende la sua storia ancora più interessante.

Quando la Juventus ha smesso di puntare su di lui, Kayode non è scomparso.

È andato al Gozzano.

Ha giocato in Serie D.

Ha continuato a lavorare.

Poi è arrivata la Fiorentina, la Serie A, le Nazionali giovanili, il titolo europeo Under 19 e infine il Brentford.

Ed è qui che la storia di Kayode diventa interessante anche per chi si occupa di settori giovanili e scouting.

Non tutti i ragazzi che lasciano un grande settore giovanile sono giocatori persi.

A volte hanno semplicemente bisogno di un contesto diverso, di giocare, di sbagliare, di misurarsi con adulti veri, di avere responsabilità che in un settore giovanile di un top club non avrebbero avuto.

Kayode a 16 anni giocava in Serie D. A 21 era titolare in Premier League. A 22 ha debuttato con l’Italia segnando.

Il rimpianto della Juventus c’è, ma la lezione è un’altra

Naturalmente, per la Juventus, quello di Kayode può essere considerato un rimpianto.

Un giocatore cresciuto nel proprio vivaio, lasciato andare a 14 anni e arrivato qualche anno più tardi a diventare un esterno titolare in Premier League e un giocatore della Nazionale italiana.

Ma sarebbe troppo facile fermarsi a questo.

Perché se ogni giocatore lasciato andare a 14 anni dovesse diventare un rimpianto, nessun settore giovanile potrebbe funzionare.

Il problema è che non esiste una formula per prevedere il futuro di un adolescente.

Esiste però la necessità di costruire percorsi abbastanza capillari da permettere a un talento di essere visto, rivisto e rivalutato.

Kayode ne è un esempio perfetto.

La Juventus lo ha formato da bambino. Il Gozzano gli ha dato una seconda possibilità. La Fiorentina lo ha riportato nel calcio che conta. Il Brentford lo ha portato in Premier League e gli ha affidato una maglia da titolare. L’Italia, infine, si è accorta di avere davanti un esterno con caratteristiche difficili da trovare.

Forse è questa la parte più interessante della storia.

Kayode non è diventato forte nel momento in cui l’Italia lo ha convocato. Era già forte.

La Nazionale ha semplicemente rappresentato il momento in cui tutto il percorso è diventato visibile anche al grande pubblico.

E oggi, guardando quel ragazzo di 22 anni correre sulla fascia, puntare l’uomo, saltarlo, accelerare e poi trovare anche il gol, viene inevitabilmente da chiedersi una cosa.

Quanti altri Kayode ci sono oggi nei settori giovanili italiani?