Malagò, le regole e quel dubbio che torna sempre: perché alla Juve il metro sembra diverso?
Malagò, le regole e quel dubbio che torna sempre: perché alla Juve il metro sembra diverso?
Il calcio italiano avrebbe bisogno di stabilità, credibilità e soprattutto di istituzioni capaci di trasmettere una sensazione semplice: che le regole siano davvero uguali per tutti.
Dopo anni di polemiche, crisi federali, commissariamenti sfiorati e una Nazionale che ha mancato ancora una volta il Mondiale, l'elezione di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC avrebbe dovuto rappresentare l'inizio di una nuova fase.
E invece, pochi mesi dopo, siamo nuovamente qui a parlare di regole, interpretazioni, CONI, commissariamento e rapporti tra politica e sport.
Non è esattamente il segnale di stabilità di cui il calcio italiano avrebbe bisogno.
Malagò e una FIGC che cerca ancora stabilità
Il 22 giugno 2026 Giovanni Malagò è stato eletto presidente della FIGC con il 68,58% dei voti. Una maggioranza ampia che sembrava poter garantire al nuovo presidente una base di consenso importante per iniziare il proprio mandato.
E invece quasi subito è arrivata una questione che non riguarda il campo, ma le regole: il suo tesseramento FIGC al momento della candidatura.
Il cuore della vicenda è l'articolo 29 dello Statuto FIGC. La norma stabilisce che possono essere eletti o nominati alle cariche federali i soggetti “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”.
Ed è proprio su queste parole che si è aperto il caso.
La norma sul tesseramento e l'interpretazione della Procura
Giovanni Malagò, quando ha presentato la candidatura, non era tesserato FIGC.
La Procura Federale guidata da Giuseppe Chiné ha però sostenuto una precisa interpretazione dello Statuto: l'espressione “in regola con il tesseramento” non avrebbe significato necessariamente possedere materialmente una tessera FIGC al momento della candidatura, ma rispettare le prescrizioni e i requisiti necessari al tesseramento.
È qui che nasce il primo punto interrogativo.
Perché la norma non dice semplicemente che il candidato deve avere i requisiti per poter essere tesserato. Dice che deve essere “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”.
Sono parole diverse.
Naturalmente una norma può essere interpretata e il compito di farlo spetta agli organi della giustizia sportiva. Ma è proprio l'interpretazione scelta dalla Procura Federale ad aver alimentato il dibattito.
Chiné chiede l'archiviazione, Taucer chiede chiarimenti
La Procura Federale ha chiesto l'archiviazione dell'indagine sul mancato tesseramento di Malagò.
La Procura generale dello Sport, però, inizialmente non ha accolto quella richiesta e ha chiesto chiarimenti a Chiné sulla ricostruzione giuridica alla base dell'archiviazione.
Successivamente il procedimento sulla posizione personale di Malagò è stato archiviato, ma la questione non è finita lì. Taucer ha chiesto al CONI di verificare se la FIGC abbia rispettato i Principi fondamentali degli statuti federali nell'iter che ha portato all'elezione del presidente.
Quindi il punto non è più soltanto Malagò.
Il punto è capire se la Federazione abbia applicato correttamente le proprie regole.
Il CONI e la credibilità del calcio italiano
Luciano Buonfiglio ha deciso di far approfondire la questione da alcuni esperti di diritto sportivo e ha ribadito un principio che dovrebbe essere alla base di tutto il sistema: “Il mondo sportivo si basa sulle regole”.
Ed è proprio questo il problema.
Perché il calcio italiano avrebbe bisogno di regole chiare, istituzioni credibili e soprattutto della sensazione che quelle regole vengano applicate nello stesso modo indipendentemente da chi sia coinvolto.
Invece, ancora una volta, siamo davanti a una vicenda che rischia di trasformarsi in uno scontro istituzionale.
L'ingerenza politica: un sospetto, non una certezza
Non possiamo dire che la politica stia cercando di far cadere Malagò. Non ci sono elementi sufficienti per trasformare questa ipotesi in un fatto.
Ma il sospetto esiste e nasce da un contesto nel quale da mesi si parla di commissariamento, di rapporti difficili tra Malagò e il ministro dello Sport Andrea Abodi e di una possibile contrapposizione tra diverse componenti del sistema sportivo.
Lo stesso Malagò ha parlato di una “precisa logica” dietro le diverse vicende che lo hanno coinvolto negli ultimi mesi.
Sono parole sue, naturalmente, e non una verità accertata.
Ma il problema rimane: mentre il calcio italiano avrebbe bisogno di ritrovare stabilità e credibilità, continua invece a produrre conflitti, sospetti e dubbi.
E qui torna la Juventus. Inevitabilmente.
Perché c'è un altro elemento che rende questa vicenda particolarmente interessante.
Giuseppe Chiné.
Chiné non è il presidente della Corte Federale d'Appello. È il Procuratore Federale FIGC.
Ed è proprio in questa veste che il suo ruolo diventa interessante nel confronto con quanto accaduto alla Juventus.
La Juventus, le plusvalenze e l'articolo 4
Nel caso delle plusvalenze Juventus bisogna partire da un dato fondamentale.
Il calcio italiano aveva un problema con le plusvalenze, ma non esisteva una disciplina capace di stabilire in maniera oggettiva il corretto valore di un calciatore e, soprattutto, quando una determinata valutazione dovesse essere considerata illecita.
La stessa giustizia sportiva, nel primo procedimento, aveva riconosciuto la difficoltà di stabilire un valore oggettivo dei giocatori e aveva evidenziato la necessità di un intervento normativo.
Poi arrivarono gli atti dell'inchiesta Prisma.
La Procura Federale guidata da Chiné li esaminò e presentò il ricorso per revocazione del procedimento sulle plusvalenze.
Ed è qui che entra in gioco l'articolo 4 del Codice di Giustizia Sportiva.
Una norma generale, quella che richiama i principi di lealtà, correttezza e probità.
Chiné la utilizzò, insieme alle altre contestazioni, per sostenere che nel comportamento della Juventus ci fosse una condotta sistematica.
Il 20 gennaio 2023 il Procuratore Federale chiese nove punti di penalizzazione per la Juventus e ammende per gli altri otto club coinvolti nella nuova fase del procedimento.
La Corte Federale d'Appello andò oltre la richiesta e inflisse alla Juventus 15 punti di penalizzazione, confermando il proscioglimento degli altri otto club.
Successivamente, dopo il passaggio al Collegio di Garanzia, la sanzione venne rideterminata in 10 punti.
Prima tutti assolti, poi la Juventus sanzionata
Nel primo procedimento sulle plusvalenze, la giustizia sportiva aveva prosciolto 11 club e 61 persone.
Poi arrivano gli atti Prisma, il procedimento viene riaperto e, nella nuova fase, la Juventus è l'unico degli otto club coinvolti a ricevere una sanzione sportiva.
Questo non significa che la Juventus dovesse necessariamente essere assolta.
E non significa che gli altri club dovessero necessariamente essere puniti.
Ma è un dato: davanti a un fenomeno diffuso nel calcio italiano, il procedimento arrivò a una sanzione sportiva pesantissima nei confronti della Juventus, mentre gli altri otto club coinvolti nella revocazione furono prosciolti.
E qui torniamo a Chiné.
Perché oggi, davanti al caso Malagò, lo stesso Procuratore Federale interpreta una norma specifica sul tesseramento in una maniera che porta alla richiesta di archiviazione.
Due casi diversi, certamente.
Ma due approcci interpretativi che inevitabilmente fanno sorgere una domanda.
Il punto non è accusare Chiné. È il metro con cui vengono lette le regole
Dire che Chiné abbia agito in maniera parziale sarebbe una conclusione che i fatti non permettono di sostenere.
Ma dire che il confronto tra i due casi possa alimentare dubbi e perplessità è un'altra cosa.
Nel caso Juventus, in assenza di criteri specifici capaci di stabilire oggettivamente quando una plusvalenza fosse illecita, la Procura fece ricorso anche a una clausola generale come l'articolo 4 del Codice di Giustizia Sportiva per sostenere una contestazione molto pesante.
Nel caso Malagò, invece, esiste una disposizione specifica dello Statuto che parla espressamente di essere “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”.
E quella disposizione viene interpretata nel senso che non sarebbe necessario essere materialmente tesserati, ma sarebbe sufficiente possedere i requisiti per esserlo.
È una differenza di approccio che non dimostra la parzialità della Procura.
Ma può alimentare una domanda sulla percezione della sua imparzialità.
E la domanda è molto semplice: se le regole sono davvero il fondamento dello sport, perché in un caso una norma generale può essere utilizzata per costruire una responsabilità così pesante, mentre nell'altro una norma specifica viene interpretata andando oltre il suo significato più immediato?
Agnelli e la Superlega: il contesto, non la prova
In questo discorso torna inevitabilmente anche Andrea Agnelli e la vicenda Superlega.
La Juventus, sotto la sua presidenza, aveva assunto una posizione molto dura nei confronti di una parte della governance del calcio europeo.
La Superlega rappresentò uno scontro frontale con il sistema calcistico tradizionale e contribuì a creare una forte conflittualità tra la Juventus e diverse istituzioni.
Questo è il contesto.
Non è però una prova che le successive vicende giudiziarie della Juventus siano state una ritorsione.
Non possiamo sostenerlo.
Ma è altrettanto vero che quel contesto aiuta a capire perché nell'ambiente juventino sia rimasta una forte diffidenza nei confronti della giustizia sportiva.
E quando oggi si vede la stessa Procura Federale interpretare una norma sul tesseramento in maniera favorevole a Malagò, è inevitabile che torni una domanda che riguarda proprio il metro utilizzato.
Il calcio italiano non può permettersi un'altra guerra di percezioni
Il problema, alla fine, è proprio questo.
Il calcio italiano avrebbe bisogno di ricostruire credibilità.
Avrebbe bisogno di istituzioni forti, regole chiare e decisioni che non lascino continuamente spazio al sospetto che possano esistere interpretazioni diverse a seconda del soggetto coinvolto.
Perché anche quando una decisione è perfettamente legittima, se il sistema non riesce a trasmettere una percezione di imparzialità, la sua credibilità ne risente.
E oggi il calcio italiano rischia di perdere un'altra occasione.
Malagò era arrivato alla FIGC con l'obiettivo di aprire una nuova fase.
Invece, dopo pochi mesi, siamo nuovamente a parlare di tesseramento, commissariamento, politica, CONI e giustizia sportiva.
Le regole devono valere per tutti. Anche quando c'è la Juventus
Non stiamo chiedendo che le regole vengano cambiate per salvare Malagò.
Non stiamo chiedendo nemmeno che la Juventus venga risarcita moralmente per quello che è successo con le plusvalenze.
E non stiamo dicendo che i due casi siano uguali.
Stiamo ponendo una domanda molto più semplice.
Se le regole sono davvero il fondamento dello sport, devono esserlo sempre.
Quando arriva un'inchiesta, le carte devono essere valutate.
Quando esiste una norma generale, deve essere applicata.
Quando esiste una norma specifica, bisogna spiegare perché il suo significato debba essere interpretato in maniera diversa da quello che sembra essere il suo tenore letterale.
E soprattutto, quando si parla di giustizia sportiva, il metro dovrebbe essere percepito come lo stesso indipendentemente dal nome della persona o della società coinvolta.
Perché il vero problema non è stabilire se Malagò debba essere salvato.
Il vero problema è capire se il calcio italiano sia finalmente pronto a dimostrare che le sue regole valgono davvero per tutti.
Anche per Malagò. Anche per la Juventus. Anche per chiunque altro finisca, oggi o domani, dall'altra parte di un procedimento.
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