Pessotto: "Hanno provato ad abbatterci più volte, ma la Juve non muore mai"

Pessotto: "Hanno provato ad abbatterci più volte, ma la Juve non muore mai"TUTTOmercatoWEB.com
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di Fabiola Graziano

Protagonista del podcast di Tuttosport "L'indimenticabile '96", l'ex calciatore bianconero Gianluca Pessotto, oggi dirigente della Juventus, ha ricordato alcuni episodi chiave della cammino europeo che nel 1996 portò lui e il resto della squadra di Marcello Lippi ad alzare al cielo la Champions League. Ma non solo. Pessotto ha anche espresso un giudizio sulla Juve di Luciano Spalletti e sull'unico obiettivo stagionale ancora intatto. Queste le sue parole:

"Il rigore che ho segnato alla finale di Champions? Finita la rifinitura, Lippi disse: 'Ma no, non proviamo i rigori, tanto la partita la vinciamo prima!'. Era un modo per caricarci, non presunzione. Dentro di me però mi ero detto di volerne fare almeno uno: ho preso il magazziniere - che era pure la metà di Van der Sar, però più largo - e ho tirato esattamente come ho fatto poi in partita. Sono stato bravo, sì. Però anche fortunato. E freddo. E incosciente.  Mai pensato di poterlo sbagliare. Giorni dopo ho pensato alla responsabilità che mi ero preso.

Il momento chiave di quella Champions? In quella stagione andavamo bene in Europa e meno in campionato. Mettevano sotto accusa la preparazione atletica, ma dicevo: siamo gli stessi di tre giorni fa! Per me era un discorso mentale. Molti l’avevano giocata, qualcuno l’aveva vinta. La vittoria sul Dortmund? Quella partita per me ci ha fatto capito che potevamo giocarcela: ha dato grande fiducia a tutto l’ambiente. Non si parlava di dover vincere la Champions, però inconsciamente c’era quella sensazione che tutti volessero riuscirci. Poi c’era la stella di Alessandro Del Piero: lì nasce il suo gol iconico, ha lasciato il segno. Non sbagliava mai. 

La partita con il Real Madrid? Sì, ce la siamo fatta abbastanza sotto: avevamo perso 1-0 a Madrid, con il miracolo di Peruzzi all’ultimo. Qualcuno mi ha detto che sia il dottor Giraudo che Moggi hanno poi suggerito a Lippi di farmi giocare dall’inizio al ritorno. Siamo arrivati a quel match con qualche difficoltà: Lippi s’inventò un’amichevole a Carrara, nessuno aveva grandissima voglia. E infatti abbiamo perso, con il risultato di un bel ritiro a tre giorni dal match. E sui giornali si scrivevano già la liste dei promossi e bocciati per la stagione successiva.

Il primo incontro con Vialli? Luca è stato tra le prime persone che ho incontrato a Torino: c’era un ristorante in cui, anche da calciatore del Toro, ero solito andare. Appena firmo per i bianconeri, incontro Vialli e Vierchowod. Quando loro giocavano e vincevano in A, io ero appena uscito dalla C2, al Varese.

Vialli capitano? Il numero uno dei rompipalle. L’allenamento era un’ossessione: non vedevi l’ora che finisse. Non faceva passare nulla: s’arrabbiava se sbagliavi un passaggio, ma la sua generosità sul campo era devastante. Quella coppa la meritava: è stata la chiusura del cerchio, la prima. La seconda a Wembley, con l’Europeo del 2021. Era ispirazione, il capitano, l’insegnamento. Ed è stata una fortuna: l’ho vissuto solamente per un anno, ma ha dato un’eredità poi da trasferire.

Lippi? Venne scelto da Moggi l’anno prima, dopo dieci anni la Juve torna a vincere. Grande carisma, grande capacità di gestione. E la forza era anche quella di avere una squadra davvero forte. Io ero l’ultimo arrivato, ma c’erano Ferrara, Peruzzi, Deschamps che era stato il capitano del Marsiglia a 18 anni. Alcuni di noi risolvevano i problemi prima ancora che arrivassero a lui. E lui metteva dentro le piccole cose: i silenzi, la calma glaciale. Carismatico e un po’ permaloso, il mister non le ha mai mandate a dire. In quell’annata ricordo soprattutto la determinazione nel farci credere nelle nostre possibilità anche dopo le sconfitte. Ma tutto era nato l’anno prima, a Foggia, quando ha cambiato poi il modulo facendo giocare tutti gli attaccanti.

Missione Champions per la Juve di Spalletti? Sì, bisogna avere fiducia nel lavoro. Hanno provato ad abbatterci un miliardo di volte. La Juve però è la Juve. E non muore mai. Quindi dobbiamo continuare a lottare, cercando di sbagliare il meno possibile. E di restare uniti. Altrimenti tutto si fa più difficile".