Le regole sono regole, poi arriva il “malfunzionamento”: la FIGC sembra uscita da "Il vigile"
Ci sono momenti in cui la realtà sembra prendere in prestito la fantasia. Non perché accada qualcosa di straordinario, ma perché gli avvenimenti finiscono per disporsi uno accanto all’altro in una maniera talmente paradossale da sembrare usciti dalla penna di uno sceneggiatore.
Ed è difficile, davanti a quello che è successo alla FIGC, non pensare a Luigi Zampa e al suo Il vigile, il film del 1960 con Alberto Sordi nei panni di Otello Celletti e Vittorio De Sica in quelli del sindaco. Una commedia che, dietro la leggerezza e l’ironia, raccontava un’Italia nella quale le regole esistevano eccome, ma diventavano improvvisamente molto più elastiche quando a essere coinvolto era qualcuno che contava.
La storia della FIGC, naturalmente, è un’altra cosa. Ma alcuni incastri sono così curiosi da sembrare scritti apposta.
E tutto comincia da una frase che, in questa vicenda, potrebbe tranquillamente essere utilizzata come titolo di testa: “Le regole sono regole”.
Le regole sono regole
Luciano Buonfiglio lo aveva detto quando la vicenda era ancora lontana dal finale del 6 ottobre. Il principio sembrava piuttosto semplice: se una norma esiste, va rispettata. Se un requisito è previsto dallo Statuto, deve essere verificato. E se qualcosa non torna, non si può semplicemente far finta che torni.
Il problema nasce intorno alla candidatura di Giovanni Malagò alla presidenza della FIGC. Malagò viene eletto con oltre il 68% dei voti, ma successivamente emerge la questione del suo tesseramento federale al momento della candidatura. L’articolo 29 dello Statuto FIGC prevede infatti che i candidati siano “in regola con il tesseramento alla data di presentazione della candidatura”.
A sollevare formalmente la questione è Renato Miele, candidato alla presidenza federale la cui candidatura era stata a sua volta esclusa per un’altra ragione. Il suo ricorso apre una partita che, da questione apparentemente tecnica, finisce per trasformarsi in un caso istituzionale molto più grande.
Il CONI acquisisce pareri giuridici che considerano il tesseramento un requisito essenziale. La FIGC, dal canto suo, si muove sulla base di pareri che arrivano a una conclusione diversa. Due letture giuridiche contrapposte, una Federazione appena uscita dalle urne e una presidenza che, nel frattempo, si ritrova appesa a una questione che inizialmente poteva sembrare soltanto burocratica.
E qui entra in scena Otello Celletti.
Quando il vigile decide di applicare davvero le regole
Nel film di Zampa, Otello è un uomo comune che finalmente riesce a conquistare una divisa. Diventare vigile significa per lui entrare in un mondo nel quale, almeno sulla carta, esiste una regola per tutto: la velocità, i documenti, le precedenze, le contravvenzioni.
All’inizio Otello non è esattamente il campione dell’intransigenza. Anzi, quando incontra Sylva Koscina, la famosa attrice che si trova in difficoltà con la macchina, preferisce chiudere un occhio e lasciarla andare nonostante le irregolarità. Poi arriva il rimprovero e Otello interpreta la lezione nel modo più letterale possibile: d’ora in avanti le regole saranno regole.
Il problema è che, applicate senza guardare in faccia nessuno, le regole possono diventare piuttosto scomode.
Così un giorno Otello ferma proprio il sindaco, Vittorio De Sica, perché la sua automobile corre troppo. Quella che potrebbe sembrare una normale contravvenzione diventa invece l’inizio della fine. Perché il vigile ha fatto semplicemente il proprio lavoro, ma ha avuto la sfortuna di farlo con la persona sbagliata.
È qui che il film diventa interessante anche per leggere la vicenda FIGC. Renato Miele, nel suo ricorso, non sta contestando un risultato sul campo né una scelta tecnica: solleva una questione di regole e requisiti. E quella questione, proprio come la multa di Celletti, finisce per avere conseguenze molto più grandi di quanto si potesse immaginare all’inizio.
Nel film, Otello scopre che fermare il sindaco non è la stessa cosa che fermare un automobilista qualsiasi.
Nella realtà, la questione del tesseramento finisce per coinvolgere la presidenza della FIGC, il CONI, il Governo e, alla fine, l’intero assetto della Federazione.
Quando la questione diventa politica
Nel film, dopo la multa al sindaco, Otello diventa suo malgrado un personaggio politico. I monarchici cercano di trasformarlo in un simbolo e addirittura in un possibile candidato. La vicenda personale del vigile viene così assorbita da una battaglia molto più grande di lui.
Anche nella vicenda FIGC, dopo il ricorso sul tesseramento, la questione smette progressivamente di essere soltanto giuridica. Entrano nel dibattito il ministro dello Sport Andrea Abodi, i rapporti tra Governo e mondo sportivo, l’autonomia del CONI e il rischio di un intervento esterno.
Non serve immaginare complotti o regie occulte per capire che, a quel punto, la partita non è più soltanto quella di una candidatura. È diventata una partita di potere istituzionale.
E proprio qui il paragone con Il vigile diventa ancora più curioso: una semplice questione amministrativa può diventare politica nel momento stesso in cui tocca qualcuno che occupa una posizione importante.
Gli scheletri nell’armadio
C’è poi un’altra caratteristica del film di Zampa che sembra trovare una curiosa eco nella vicenda reale: quando il sistema viene messo sotto pressione, spesso non si limita a discutere della questione iniziale. Comincia a guardarsi intorno.
Nel film, quando Otello arriva davanti al giudice, il problema non è più soltanto la multa al sindaco. Entrano in scena la sua famiglia, i suoi parenti, la sua situazione personale. Gli vengono messi davanti quelli che il film chiama, con una delle espressioni più celebri della vicenda, gli “scheletri nell’armadio”.
È una delle parti più intelligenti della commedia di Zampa: quando qualcuno decide di puntare il dito contro il sistema, il sistema può sempre ricordargli che nessuno è completamente privo di contraddizioni.
Anche nella vicenda FIGC sono emerse, nel dibattito pubblico, domande e polemiche riguardanti la posizione professionale di Marco Buonfiglio, figlio del presidente del CONI, e i suoi rapporti con realtà del mondo dello sport e dell’intrattenimento.
Ma proprio qui è necessario mantenere le proporzioni: una questione sollevata pubblicamente non costituisce, di per sé, la prova di un conflitto d’interessi né di un comportamento scorretto. E non sarebbe corretto trasformare una domanda giornalistica in una sentenza.
Il punto interessante, per questo racconto, è un altro: anche questa storia finisce dentro quel meccanismo tipico delle grandi polemiche italiane nel quale, a un certo punto, non si discute più soltanto della regola iniziale, ma anche delle persone che quella regola stanno cercando di applicare.
E qui, ancora una volta, Zampa sembra aver già scritto il copione.
Il successore che deve decidere del predecessore
Poi c’è Luciano Buonfiglio.
Anche qui il parallelo con Il vigile non va preso alla lettera, perché sarebbe sbagliato sostenere che il presidente del CONI abbia “assunto” Malagò nel modo in cui il sindaco del film contribuisce all’ingresso di Otello nel corpo dei vigili. Ma esiste una coincidenza narrativa che vale la pena raccontare.
Buonfiglio è arrivato alla presidenza del CONI nel 2025, raccogliendo proprio l’eredità di Giovanni Malagò dopo i suoi dodici anni alla guida del Comitato olimpico.
Oggi, quindi, il successore di Malagò si trova a decidere il destino dell’uomo che lo aveva preceduto.
Nel film il sindaco è l’autorità che determina il destino del vigile. Nella realtà il rapporto è diverso, ma la suggestione è curiosa: il nuovo presidente del CONI deve prendere una decisione che riguarda direttamente il suo predecessore, e quella decisione finisce per ridisegnare il futuro della FIGC.
Ed è proprio a questo punto che la storia cambia improvvisamente tono.
Il malfunzionamento
Per settimane il principio sembrava essere chiarissimo: le regole sono regole. Il tesseramento era diventato il centro della discussione, i pareri giuridici avevano preso posizione e la questione sembrava destinata a una soluzione netta.
Poi arriva il 6 ottobre.
La FIGC viene commissariata e Giovanni Malagò, invece di essere semplicemente accompagnato fuori dalla vicenda, viene indicato come commissario della stessa Federazione. La scelta viene poi ratificata dal Consiglio nazionale del CONI.
E Luciano Buonfiglio spiega il motivo con una frase che, per chi conosce Il vigile, è quasi impossibile ascoltare senza sorridere: “Malagò è stato vittima di un malfunzionamento”.
Malfunzionamento.
È una parola meravigliosa, perché consente di spiegare praticamente tutto senza dover necessariamente dare la colpa a qualcuno.
E qui entra in scena, ancora una volta, Otello Celletti.
Perché anche lui, davanti al giudice, quando deve spiegare quella famigerata multa al sindaco, prova a rimettere insieme i pezzi. Il problema, sostiene, è lo strumento che misura la velocità: il suo tachimetro segnava 65 chilometri orari, ma secondo Celletti la moto viaggiava in realtà a 45. Insomma, non era stato lui a sbagliare: era lo strumento a non funzionare correttamente.
Il giudice gli chiede allora, con quella semplicità che nelle commedie di Zampa diventa quasi una forma di tortura, perché non se ne fosse accorto prima.
Ed è proprio questa scena a rendere il termine “malfunzionamento” particolarmente irresistibile nel caso FIGC.
Perché naturalmente nella Federazione non c’era nessun tachimetro rotto. C’era un requisito di tesseramento, una candidatura, una procedura di ammissione e una serie di organi e uffici chiamati a verificare che tutto fosse regolare.
Ma se Malagò è stato la vittima del malfunzionamento, come dice Buonfiglio, allora la domanda che viene spontanea è quasi quella del giudice di Zampa: quando ci siamo accorti che lo strumento non funzionava?
E soprattutto: chi avrebbe dovuto accorgersene?
Non è un’accusa personale. È semplicemente la domanda che nasce dalla stessa logica utilizzata per spiegare la vicenda. Se c’è stato un errore, qualcuno avrebbe dovuto poterlo individuare. Se gli uffici non hanno funzionato, come ha spiegato lo stesso Buonfiglio, allora resta da capire perché non abbiano funzionato prima che si arrivasse a un’elezione e, successivamente, a un commissariamento.
Il paradosso è proprio qui: nel film Celletti prova a spiegare che il suo strumento segnava una velocità diversa da quella reale; nella FIGC si scopre che qualcosa, nel meccanismo che avrebbe dovuto verificare i requisiti, non ha funzionato come avrebbe dovuto.
Nel primo caso il tachimetro è difettoso.
Nel secondo, per usare le parole del presidente del CONI, c’è stato un malfunzionamento.
E allora viene quasi da chiedersi se, dalle parti di Viterbo, Otello Celletti non avrebbe semplicemente annuito.
La soluzione più italiana possibile
A quel punto arriva la soluzione.
La FIGC viene commissariata, ma il commissario è Giovanni Malagò.
È una scelta che, formalmente, ha una sua logica: Malagò deve traghettare la Federazione verso nuove elezioni e il suo ruolo di commissario è diverso da quello di presidente. Il suo tesseramento può essere regolarizzato e, una volta sistemata la questione, non è esclusa una sua nuova candidatura. Le elezioni dovrebbero essere convocate entro i termini previsti, con il 14 dicembre già indicato da Malagò come possibile prima data.
Ma dal punto di vista narrativo è difficile non rimanere affascinati dal paradosso.
Perché l’uomo che fino a poche ore prima era presidente della FIGC perde la presidenza e diventa commissario della FIGC. In altre parole, la poltrona cambia nome, la procedura cambia, il titolo cambia, ma l’uomo rimane lì.
È un po’ come se, dopo aver portato l’automobile dal meccanico perché il motore non funzionava, il meccanico decidesse di affidare proprio al conducente dell’automobile il compito di controllare che la riparazione proceda bene.
Non significa che sia illegittimo.
Non significa che sia scorretto.
Significa semplicemente che, come racconto, è difficilissimo da battere.
Il sistema che alla fine ricompone se stesso
Ed è qui che il paragone con Il vigile arriva al suo punto più interessante.
Otello, dopo aver fatto esplodere il caso con quella multa al sindaco, attraversa una serie di vicissitudini che sembrano poter cambiare completamente la sua vita. Diventa persino un personaggio politico, viene trascinato davanti al giudice e si ritrova costretto a fare i conti con le conseguenze della sua stessa intransigenza.
Ma alla fine torna a fare il vigile.
Il sindaco rimane sindaco.
Il sistema, dopo aver rischiato di saltare, si ricompone.
La morale di Zampa è proprio questa: puoi anche mettere in discussione il meccanismo, puoi anche provare a far rispettare le regole fino in fondo, ma alla fine il sistema possiede una straordinaria capacità di riportare ogni cosa al proprio posto.
Nella FIGC, naturalmente, non siamo davanti alla stessa situazione. Ma il finale provvisorio ha una somiglianza difficile da ignorare: la Federazione viene commissariata, Malagò lascia formalmente la presidenza, ma rimane alla guida della macchina come commissario e potrebbe persino tornare a chiedere il voto per la presidenza.
È un cambiamento, certo. Ma è anche un cambiamento nel quale il protagonista principale non esce di scena.
E questo rende la storia ancora più curiosa.
La curva della morte
Poi c’è il finale del film.
Otello, reintegrato nel suo ruolo, vede ancora una volta la macchina del sindaco correre troppo. Questa volta, però, non la ferma. Ha imparato qualcosa. Ha capito che non tutte le regole vengono applicate allo stesso modo e che, soprattutto, esiste una differenza enorme tra avere ragione e decidere quando sia davvero conveniente dimostrarlo.
Il sindaco continua la sua corsa e finisce fuori strada alla famosa “curva della morte”. Otello, a quel punto, torna a fare il suo mestiere: lo soccorre e gli apre la strada all’ambulanza.
È un finale ironico e amaro allo stesso tempo, perché Otello ha finalmente imparato come funziona il mondo nel quale vive.
Ed è forse questo che rende Il vigile una lente così curiosamente adatta alla storia della FIGC.
Perché anche qui siamo partiti dalle regole e siamo arrivati a un malfunzionamento. Abbiamo visto una candidatura trasformarsi in un caso istituzionale, un problema tecnico diventare una battaglia politica, il presidente del CONI diventare arbitro della vicenda e infine il presidente della FIGC diventare commissario della stessa Federazione.
Tutto cambia, almeno formalmente.
Eppure Giovanni Malagò rimane dentro la storia.
Le regole sono regole. Ma poi bisogna vedere il tachimetro.
Forse, alla fine, è proprio questo il motivo per cui la vecchia commedia di Luigi Zampa torna in mente con tanta insistenza.
Non perché la FIGC sia una farsa e nemmeno perché qualcuno debba essere trasformato nel buono o nel cattivo della situazione. La realtà è molto più complessa e le responsabilità dovranno essere valutate nelle sedi competenti.
Ma perché Il vigile raccontava già, con una buona dose di ironia, quello che succede quando una regola apparentemente semplice entra in collisione con il mondo reale.
Otello Celletti scopre che il problema non è soltanto stabilire a quanto andasse una macchina. Il problema è capire se il tachimetro funzionasse, chi avrebbe dovuto accorgersene e soprattutto che cosa succede quando quella macchina appartiene al sindaco.
La FIGC oggi ha un problema diverso, ma la battuta viene quasi da sola.
Se Malagò è stato vittima di un malfunzionamento, come ha spiegato Buonfiglio, bisognerà prima o poi capire chi avrebbe dovuto controllare quello strumento. Perché il commissariamento può rimettere ordine nella Federazione, le nuove elezioni possono riaprire la partita e Malagò può anche tornare candidato. Ma una cosa rimane: se il problema era il funzionamento del sistema, qualcuno dovrà pur spiegare perché quel sistema non abbia funzionato prima.
Altrimenti rischiamo di ritrovarci esattamente dove eravamo partiti.
Con le regole che sono regole, il malfunzionamento che diventa la spiegazione, il commissario che era presidente e un possibile candidato che potrebbe essere ancora lo stesso uomo.
A quel punto non resterà che aspettare la prossima curva.
E sperare, almeno questa volta, che il tachimetro funzioni.
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Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178


