Settori giovanili, rivoluzione FIGC: ma chi insegna davvero calcio?

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Ieri alle 23:20Primo piano
di Nerino Stravato

Il progetto è ambizioso, quasi “rivoluzionario” nelle parole di Gabriele Gravina che ieri ha presentato il nuovo progetto tecnico con la collaborazione di Prandelli e la direzione di Viscidi. Una nuova metodologia per lo sviluppo del calcio giovanile, un’accademia federale, un linguaggio comune, la volontà di superare l’ipertatticismo e restituire centralità alla tecnica.

Tutto giusto. Tutto condivisibile. Tutto già sentito.

Perché chi segue il calcio italiano da anni non può non tornare con la memoria a un altro progetto: il piano di Roberto Baggio. Novecento pagine per rifondare il sistema partendo dai vivai, dalla formazione degli allenatori e dalla cultura tecnica.

Anche lì si parlava di talento e di insegnamento.
Anche lì si parlava di cambiare tutto.

Quel piano è rimasto nei cassetti.

Ed è proprio da qui che nasce lo scetticismo. Non sulle idee, ma sulla capacità del sistema di applicarle davvero.

Perché il problema del calcio italiano non è mai stato solo strutturale. È umano.

Gravina parla di eccesso di tatticismo già nelle categorie di base. Ma quel tatticismo nasce da chi sta in panchina. Nei settori giovanili, troppo spesso non ci sono istruttori, ma aspiranti allenatori.

Ed è qui che emerge anche il nodo economico.

Un istruttore nei settori giovanili percepisce nella maggior parte dei casi poco più di un rimborso spese: 200-300 euro al mese. Ore e ore sui campi per una cifra che non può essere considerata uno stipendio.

Così l’insegnamento del calcio diventa un dopolavoro, non una professione. E un hobby cambia inevitabilmente le priorità.

Non si insegna per formare, si allena per vincere. Anche a sei o sette anni. Si cerca il risultato, non il gesto tecnico.

Ed è qui che emerge la differenza più grande: quella tra allenatore e istruttore.

Un allenatore cerca il risultato. Un istruttore forma il giocatore.

Nei settori giovanili si preferisce spesso il ragazzo più sviluppato fisicamente, che fa vincere le partite. Ma quel vantaggio, col tempo, si riduce. Il talento vero, invece, va riconosciuto e coltivato anche quando non è ancora pronto fisicamente.

Lo stesso vale per il lavoro in campo: nei primi anni la priorità deve essere il rapporto con il pallone, con esercitazioni tecniche, uno contro uno e libertà di scelta.

Meno schemi, meno compiti rigidi. Più situazioni di gioco, più partite, più libertà. I ragazzi devono imparare a trovare soluzioni, non solo a eseguire.

Ma c’è un altro aspetto spesso sottovalutato.

Oggi i bambini passano molto meno tempo con il pallone rispetto al passato. Non si gioca più in strada come una volta, e le ore di contatto con il pallone si sono drasticamente ridotte. Non è solo un luogo comune: è un cambiamento reale.

Il problema non è tanto che si giochi meno per strada, ma che a questa mancanza non si sia sostituito un modello alternativo efficace.

Ed è qui che l’istruttore deve fare la differenza: deve compensare questa carenza, aumentare il tempo di lavoro tecnico, creare situazioni in cui il ragazzo tocchi il pallone il più possibile e sviluppi capacità che prima nascevano spontaneamente.

È ciò che in altri contesti è stato fatto con successo. Il Belgio, ad esempio, ha costruito negli anni un sistema capace di valorizzare il talento pur partendo da una base numerica inferiore rispetto all’Italia.

Questo è il lavoro di un istruttore. Ed è ciò che oggi manca.

Non è un caso che questo tema torni anche tra gli allenatori di alto livello. Dopo la sconfitta dell’Atalanta contro il Bayern Monaco, Raffaele Palladino ha parlato di un gap evidente: velocità, tecnica, smarcamenti. Un altro calcio.

E la sua analisi è chiara: per competere serve partire dal settore giovanile.

Un concetto ribadito anche da Massimiliano Allegri, che da anni richiama l’attenzione sulla perdita del gesto tecnico nel calcio italiano: meno uno contro uno, meno qualità individuale, meno capacità di decidere le partite con una giocata.

Un esempio attuale è Kenan Yildiz. Cresciuto nel settore giovanile del Bayern Monaco, ha raccontato come in Germania non abbiano creduto fino in fondo in lui, mentre la Juventus ha deciso di puntarci davvero.

Il talento può anche essere perso, come nel caso dei bavaresi con Kenan. Ma senza un sistema che lo costruisce, semplicemente non nasce.

Le parole di Gravina colpiscono nel segno, ma rischiano di fermarsi a metà strada. Perché parlare di accademie ha senso solo se si interviene su chi insegna calcio ai bambini.

Se l’istruttore resta una figura precaria, qualsiasi progetto rischia di restare teorico.

Il calcio è lo sport più popolare perché basta poco: un pallone e un campo. Ma insegnarlo bene è un’altra cosa.

E qui entra il tema delle risorse. Gravina ha parlato di betting come leva di sviluppo. Un passaggio delicato.

Perché il rischio è che il discorso si sposti sui fondi senza affrontare il vero problema: la formazione umana.

Il vero investimento deve essere sugli istruttori, non solo sulle strutture.

Altrimenti il rischio è quello già visto: grandi progetti, grandi parole, ma nessun cambiamento reale.

E il rischio non è solo teorico.

Nelle prossime settimane la Nazionale Italiana si gioca l’accesso ai Mondiali contro l’Irlanda del Nord e poi contro una tra Galles e Bosnia.

Dopo le mancate qualificazioni del 2018 e del 2022, un nuovo fallimento significherebbe il terzo Mondiale consecutivo senza l’Italia.

Uno scenario epocale.

E che ha una radice chiara: la difficoltà nel produrre talenti.

Il piano di Baggio lo aveva già spiegato anni fa. Oggi Gravina riparte da concetti simili.

La differenza, stavolta, non la faranno le idee.
Ma la volontà di trasformarle in realtà.