Spalletti a muso duro: «Non smetterò dopo la Juventus, se andrà male per me non sarà finita»
C’è un momento, nelle conferenze stampa, in cui la domanda smette di essere una domanda e, a volte senza volerlo, diventa una sentenza travestita da interrogativo. A Luciano Spalletti è capitato quando gli è stato chiesto se la Juventus sarà la sua ultima tappa, partendo da una frase attribuitagli: «Mi gioco la fine della carriera e voglio finire bene». Traduzione, nemmeno troppo nascosta: se va male a Torino, per lei è finita. Non allenerà più una grande. Una specie di pensionamento anticipato, servito prima ancora che il campionato abbia emesso il suo verdetto.
Spalletti ha reagito da Spalletti. Ha chiesto di verificare se quelle parole le avesse davvero pronunciate, poi ha allargato il discorso: in ogni partita ci si gioca qualcosa che va oltre il risultato, anche un pezzo della propria carriera. Ha ricordato di trovarsi davanti allenatori giovani, dell’età dei suoi figli, e ha respinto l’idea di essere arrivato al capolinea: «Non smetterò dopo la Juventus e non mi fermerò nemmeno dopo la squadra che verrà successivamente». Il messaggio è chiaro. Non ha nessuna intenzione di farsi accompagnare all’uscita da una domanda.
La parte interessante, però, non è soltanto la stizza. È quel bisogno di precisare che reagire non significa necessariamente trasmettere nervosismo alla squadra. Spalletti sostiene che a dipingerlo come uno che perde la calma siano soprattutto quelli che gli vanno contro. Qui il discorso si fa più delicato: un allenatore deve accettare le critiche, anche quelle dure, ma non è obbligato a incassare senza replicare qualsiasi ricostruzione gli venga messa davanti. E chi fa domande dovrebbe avere la stessa cura nel verificare le parole che attribuisce a un interlocutore.
Naturalmente, una conferenza stampa non è un salotto e Spalletti non è un ospite da trattare con i guanti. La Juventus è una piazza enorme, le aspettative sono alte e il tecnico deve rispondere del proprio lavoro. Se le cose andranno male, nessuno potrà impedirci di discuterne. Ma c’è una differenza tra chiedere conto delle scelte e suggerire che un allenatore, dopo un’esperienza negativa, sia destinato a sparire dal calcio che conta. La prima è giornalismo; la seconda rischia di essere una provocazione che cerca la reazione più della risposta.
E poi c’è il vizio, ormai frequente, di raccontare ogni stagione come un referendum definitivo: o vinci e sei ancora qualcuno, oppure perdi e sei finito. Vale per gli allenatori, vale per i giocatori, vale perfino per chi dopo due partite viene promosso a fenomeno o spedito al macero. Il calcio vive di giudizi, certo, ma dovrebbe anche conoscere il tempo. Spalletti ha una storia, un carattere ingombrante e una carriera che non può essere cancellata da una domanda, né garantita dalla sua risposta.
La sua replica è stata dura, forse persino troppo sulla difensiva. Ma una cosa è certa: non ha accettato il ruolo che gli era stato assegnato, quello dell’uomo che si gioca tutto e che, se fallisce alla Juventus, deve prepararsi a salutare le grandi panchine. Per fortuna, nel calcio le carriere non finiscono per decreto di una conferenza stampa. Si giudicano sul campo, con le vittorie, gli errori e il lavoro quotidiano. Il resto è rumore. E Spalletti, nel bene e nel male, al rumore non ha mai avuto bisogno di chiedere il permesso.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178

