La SuperLega è vivissima: i 10 punti programmatrici

La SuperLega è vivissima: i 10 punti programmatriciTUTTOmercatoWEB.com
© foto di Matteo Gribaudi/Image Sport
giovedì 9 febbraio 2023, 14:01SuperLega
di Franco Leonetti

Spesso accade che si dia per morta una questione, un progetto, un principio, solo perché non resta sotto la luce dei riflettori quotidianamente. Un mondo che brucia tutto rapidamente, dove l’esposizione mediatica diventa il fulcro, dimenticando che il lavoro di programmazione e organizzazione ha bisogno di momentanei lampi d’ombra. La SuperLega, dopo l’importante vittoria di due settimane orsono al tribunale di Madrid, esce nuovamente allo scoperto con l'annuncio di Bernd Reichart, amministratore delegato di A22,  società promotrice della SuperLega, che lancia il decalogo dei principi che definiscono il perimetro, in cui si muoverà la nuova competizione europea per club. La SuperLega si dimostra viva e vegeta, al contrario di quanto vorrebbero tanti media e soprattutto la Uefa; bisogna sottolineare che Reichart lavora ininterrottamente da mesi per affinare il progetto, rendendolo uniforme, inattaccabile e soprattutto sostenibile. Va ribadito con chiarezza un fattore, i due competitor restano in attesa del pronunciamento definitivo della Corte di Gustizia Ue, quel verdetto, a seconda del risultato, potrà veicolare velocemente la SuperLega e il futuro delle competizioni calcistiche oppure tarparne le ali, pressochè definitivamente.

Insomma, non resta che attendere la sentenza inappellabile e dirimente, che potrebbe giungere, presumibilmente, tra marzo e aprile. Al netto di tutto però il prospetto della SuperLega batte un altro forte colpo e rilancia i propri “dieci comandamenti” che vedono un sostanziale mutamento solo nel primo punto, quello attaccato violentemente da tutti, che fece finire la nascita programmatica nella fossa delle condanne sperticate in virtù del “calcio del popolo”. Come era già stato annunciato più volte da Reichart, la SuperLega NON sarà una competizione chiusa e ad inviti per i club ricchi del panorama europeo, ma una competizione su base ampia e meritocratica con promozioni e retrocessioni e nessuna squadra permanente: un torneo aperto, insomma, con più divisioni, e con un numero che andrà da 60 a 80 squadre, in modo da consentire una distribuzione sostenibile dei ricavi, lungo tutta la piramide. Il punto uno, per dirla tutta, è stato letteralmente ribaltato, cosa che già si conosceva nelle dichiarazioni, ma che oggi viene messo su carta, perfettamente specificato e ininterpretabile. Quindi chi aveva osteggiato, attaccato e torturato mediaticamente l’originario concetto, indubbiamente erroneo e troppo elitario, dovrà prenderne atto. Gli altri 9 punti rimangono sostanzialmente gli stessi, segno che la progettualità iniziale andava al cuore del problema del calcio odierno, proponendo soluzioni valide e soprattutto applicabili in breve tempo.

Il punto 2 ribadisce l’assoluta imprescindibilità dei campionati domestici, chi ha sempre affermato il contrario per destabilizzare, sapeva di dire il falso soffiando sulla graticola mediatica. Il punto 3 si prende cura della stabilità economica dei club per consentire maggiore certezza e prevedibilità nelle entrate annuali, così da poter assumere impegni ragionevoli e di lungo termine, per quanto riguarda le spese per i giocatori e le infrastrutture, generando risorse e introiti aggiuntivi e offrendo ai club un minimo di 14 partite europee garantite per stagione. Punto 4: in primis la cura della salute degli attori principali, i calciatori, sottoposti sempre a più gare da giocare, evitando loro di essere obbligati a partecipare a tornei allargati o nuovi imposti da parti terze. Qui la stoccata a Fifa e Uefa è palese, visto il florilegio di nuovi tornei o competizioni lanciate, ipotizzate e introdotte, senza badare all’usura fisica e allo stress a cui vengono sottoposti i giocatori. I punti 5 e 6 appaiono nodali: le competizioni europee per club devono essere gestite dai club stessi, come avviene a livello nazionale, e non da parti terze che ne traggono vantaggio, senza assumersi alcun rischio, in questo modo si costruirebbe il miglior torneo calcistico mondiale.

E poi un pensiero basilare per il calcio moderno, la sostenibilità; basta con le spese folli e la discrepanza tra i vari campionati ricchissimi e quelli che si devono arrabattare, la SuperLega propone un piano di sostenibilità finanziaria, consentendo ai club di spendere solo una percentuale fissa dei loro ricavi annuali legati al calcio per gli stipendi dei giocatori e i trasferimenti netti. Una sorte di soluzione-panacea in netto contrasto con l’anarchia gestionale, nonostante un Fair Play Finanziario che, invece di calmierare, ha allargato la forbice. I punti finali guardano come sempre al futuro, sviluppo del calcio femminile, la cura dei tifosi in sede di partecipazione alle partite in trasferta e un aumento significativo della solidarietà. Questi gli snodi schematici della SuperLega che la Corte di Giustizia Ue si appresta a giudicare, rispetto allo status quo di una Uefa che ha tentato aperture e alcuni cambiamenti, solo quando il progetto SuperLega stava per sconquassare un sistema vetusto e non incline alle riforme. Per conoscere il destino del calcio continentale manca poco, i prossimi mesi ci diranno se verrà premiata la visione futuristica e sostenibile di un calcio 3.0, che ha assoluta necessità di riforme e drastici cambiamenti o se prevarrà una restaurazione paludata, aperta ai mutamenti solo sotto costrizione.