Parma, Cuesta: "Vi racconto come sono arrivato nel settore giovanile della Juve"
Ospite al "Global Launch of the 100’s” dell’European Golden Boy, il tecnico del Parma Carlos Cuesta ha parlato dei suoi esordi da allenatore, che ha trascorso anche nel settore giovanile della Juventus. Questo è un estratto delle sue parole riprese da Tuttojuve:
"Quando ho capito di voler fare l’allenatore? Il mio sogno era fare il calciatore ma non ero abbastanza bravo. A 18 anni ho scelto di mettere tutte le energie e le mie ore su una cosa che era l’allenare. Ho iniziato a pensare a come fare questo lavoro, per avere il calcio come stile di vita. Poi la vita mi ha portato grandi persone che hanno creduto in me e che mi hanno aiutato ad essere qua.
Io non ho l'’esperienza da calciatore come molti altri allenatori? L’esperienza da calciatore aiuta, è un vantaggio. Io ho avuto la grande fortuna di fare un percorso in cui ho imparato da altri allenatori, i 5 anni all’Arsenal mi hanno aiutato molto. Il lavorare coi ragazzi mi ha aiutato, devi creargli delle linee guida. E’ stata una fortuna il passare tanto tempo sul campo e non ho pensato a quello che mi mancava. Volevo massimizzare l’opportunità con le mie qualità, non attraverso il vissuto e l’esperienza ma attraverso l’ascoltare e tutti gli altri mezzi.
I miei esordi? Ho iniziato all’Under 17 come vice di Pedone. Ho iniziato a 15 anni in una squadra di dilettanti di Maiorca. Poi ho studiato Scienze Motorie a Madrid e ho conosciuto persone del settore giovanile dell’Atletico. Dopo 4 anni lì, c’era sempre un momento per conoscere altri allenatori. Ho conosciuto un allenatore della Juventus che mi ha permesso di andare a Vinovo e mi ha presentato al direttore Cherubini.
Il dibattito su bel gioco e risultati? Per me giocare molto bene ti porta al risultato il 99% delle volte. Il risultato non puoi controllarlo, ma la prestazione sì. Poi si può dire cosa significa fare una buona prestazione? Per qualcuno è il possesso, per qualcuno sono gli Xg, per altri la capacità di ripartire e di fare bel gioco… Poi c’è la cultura che ti dà il club che alleni: a Madrid serve ritmo e transizione, a Barcellona serve altro. E’ tutto relativo, ma il giocare bene è guardare le due squadre che sono in finale di Champions: serve saper fare gol, saperli non prendere, avere giocatori che saltano l’uomo, essere bravi sulle palle inattive, giocatori bravi in campo aperto ma anche nello stretto.
Se serve anche la fortuna? Al 100%, perché i margini sono strettissimi. Ci sono tante partite in cui un evento come un palo sposta la dinamica di tutta la gara. Io sono convinto che ci sono anche cose intangibili, che vanno al di là della tattica".
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