Juve finalmente!
Juve finalmente! Questo fu il titolo della Gazzetta dello Sport del 19 maggio del 1977, dopo che i bianconeri, la sera precedente, resistettero con elmetto e vessillo sventolante in cima al pennone della gloria, con una casacca blu di un mare in tempesta, contro l’Atletico Bilbao nella battaglia finale del San Mamés, all’assedio dei baschi nel fortino innalzato da capitan Furino con l’aiuto dei suoi prodi compagni. Il primo trofeo internazionale della storia di Madama era conquistato. Parafrasando il titolo di un film di Elio Petri, con quella Juventus tutta italiana – Zoff, Cuccureddu, Gentile, Furino, Morini, Scirea, Causio, Tardelli, Boninsegna, Benetti, Bettega - la classe operaia era andata in paradiso. Lì, nella città natale di Miguel de Unamuno cantore donchisciottesco, la Juventus fece il suo ingresso cavalleresco e trionfale nell’Europa del calcio per arrivare ad essere la prima squadra al mondo a vincere tutti i trofei internazionali.
Quarantasei anni dopo, in Andalusia, a Siviglia, patria delle gesta di Figaro, il barbiere factotum di Beaumarchais, la Juventus poteva ricominciare da quella vecchia e fortunata Coppa Uefa (ora Europa League… ormai tutto si fa per una lega, semplice o super che dir si voglia…!), invece il sogno è svanito, allontanatosi per sempre, morto all’improvviso, caduto sotto i colpi di rasoio e forbici di due figari scartati dal campionato italiano. Roba da non credere, eppure è così. Si sa, quando muore qualcuno dei nostri sogni, muore una parte di noi stessi e ultimamente molti sogni bianconeri si trasformano ahimè in incubi neri, portando via con loro battiti palpitanti dei nostri cuori.
La Juventus contro il Siviglia, a differenza della sciagurata semifinale di Coppa Italia contro l’Inter, almeno è scesa in campo per giocarsela, avendo dalla sua in alcune circostanze la dea sbendata. Certo avrebbe potuto e dovuto fare molto di più: evitare errori grossolani e imperdonabili dei talentuosi campioni del mondo come Di Maria (inguardabile) e d’Europa come Chiesa (commiserabile); non farsi schiacciare in trincea dopo il vantaggio meritato di Vlahovic; gestire con personalità (parolona grossa e invisibile) un incontro che potrebbe a questo punto sancire il totale fallimento di una stagione, nell’attesa carnascialesca dell’ennesima modifica della classifica la quale paradossalmente comunque potrebbe rimanere virtuale per l’accesso e/o veto alla zona UEFerin. Disfatta totale su ogni fronte “finalmente”, per ricominciare da zero.
A differenza di quella vittoriosa del ’77, giovedi sera è mancata la Garra Charrúa, quel mix di tenacia e coraggio, grinta e spirito combattivo, abbinati ad una feroce volontà di reagire alle avversità. Era una gran bella occasione, nello stadio Ramón Sánchez-Pizjuán che vide la leggendaria semifinale del mondiale ’82 tra Germania Ovest e Francia, mettere in scena il composto esplosivo e trasformare la delusione di una stagione in benzina, rabbia agonistica e futura gloria. Il finale andaluso è stato la ciliegina marcia scaraventata su una torta stagionale, avariata sin dall'inizio (vedi ginocchio Pogba e guai successivi d’ogni sorta) e condita da due veleni potentissimi: una snervante attesa e l'assoluta mancanza di certezze, in campo e fuori.
La serata amara e disperata di coppa, infarcita di azioni di gioco che non davano mai serenità e certezza di padroneggiare il campo, ha consegnato al tifoso bianconero soltanto patientia. Una parola latina, un sentimento, dal duplice significato: "sopportazione, pazienza" e "sofferenza, passione".
Bisognerà lavorare tanto: sovrano, vassalli, valvassori e valvassini, ovvero presidente di oggi o di domani, dirigenti di oggi o di domani, senatori (quei pochi trucioli rimasti). Tutti, dall’alto dei palazzoni sino al cerchio di centrocampo, devono ricostruire un’anima rotta, facendo tesoro delle parole di Bertrand Russell il quale scriveva che solo sulle salde fondamenta di un’inflessibile disperazione si può d’ora innanzi costruire l’edificio dell’anima.
Voglio sperare almeno che quel meraviglioso avverbio di buon auspicio, usato dalla rosea quasi mezzo secolo fa e oggi provocatoriamente da me, sia riletto a breve (sin da domani!) dal mondo bianconero sui quotidiani, riferito stavolta ad un qualcosa dal quale ricominciare, che ultimamente sfugge a molti, giammai al Manzoni il quale fece esclamare a Renzo con un pizzico di immancabile amara ironia: “a questo mondo c’è giustizia, finalmente!”
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