La Juve e quel mercato che non c’è più: viaggio nella fiera delle illusioni

La Juve e quel mercato che non c’è più: viaggio nella fiera delle illusioniTUTTOmercatoWEB.com
Oggi alle 00:01Editoriale
di Roberto De Frede
“What is past is prologue" (Quel che è passato è prologo). Atto II, scena I de La Tempesta di William Shakespeare.

Nelle sere d’estate, quando l’aria si fa densa e il sole si rifiuta di morire, il calcio cessa di essere un gioco e si fa teologia del desiderio, preghiera laica recitata sotto cieli di cobalto. È il tempo sospeso del calciomercato: quella fiera dei sogni all’ingrosso dove l’uomo occidentale, rimasto orfano di miti e di bussole, compra illusioni a rate per curare la malinconia e sopportare la durezza del lunedì. C'è una nostalgia sottile che bussa alle porte della memoria quando le ombre si allungano; quella di un calcio che profumava di linoleum e di uffici fumosi, dove le trattative si suggellavano con una stretta di mano e non con un freddo bonifico tracciabile. Oggi che tutto si misura, resta solo l'ansia dell'attesa a ricordarci che siamo ancora vivi, a ricordarci che l'estate non è che un lungo brivido prima che la prima palla torni a rotolare.

Il calcio, scriveva Galeano, è la continuazione della religione con altri mezzi. Se il campionato è la liturgia della domenica, il mercato è il tempo dell'Avvento. Si vive nell’attesa dell’Epifania di un piede sinistro capace di raddrizzare i torti del mondo, di un centravanti che, con la grazia di un dio pagano, trasformi la terra battuta in terra promessa. Del resto il filosofo dei Parerga und Paralipomena diceva che la vita oscilla come un pendolo tra il dolore e la noia; il tifoso, in questi mesi caldi, aggiunge una terza dimensione: l’ansia dell’annuncio ufficiale. Il calciomercato è la prova ontologica che l’attesa del piacere è essa stessa il piacere, un esercizio di consumismo sentimentale dove il cartellino di un calciatore vale più della sua anima. Questo moto perpetuo, questo perdersi tra le merci esposte alla ricerca di un riscatto, risuona in Gabriel García Márquez e nei suoi Cent'anni di solitudine, dove il mercato diventa una carovana di zingari che ogni anno bussa alle porte di Macondo, portando invenzioni prodigiose – calamite, ghiaccio, cannocchiali – che promettono di cambiare la storia e finiscono per svanire nella polvere del disincanto.

Eppure, in questo immenso e chiassoso mercato che somiglia a un suk primordiale, la memoria torna a un'immagine precisa. Chiunque abbia camminato tra i banchi affollati di una fiera estiva ricorderà la densità cromatica de La Vucciria di Renato Guttuso: quel labirinto palermitano di carne, pesce e frutti lucidi, dove i corpi si sfiorano e le voci si accavallano per catturare l'attenzione del compratore. Al centro di quel quadro straordinario, stagliata contro il rosso della carne e il bianco dei marmi, cammina una donna di spalle. È una figura di un’eleganza distaccata, misteriosa, indifferente al caos e alle grida dei mercanti che la circondano; cammina altera, consapevole della propria bellezza, quasi estranea alla plebea urgenza del commercio circostante. Ecco, la Juventus del tempo che fu somigliava esattamente a quella donna.

Ci sono stati tempi, non remoti ma nostalgicamente distanti, in cui una Signora torinese camminava per questo mercato con quel medesimo passo felpato e aristocratico di chi non chiede il prezzo, immune ai mercanteggiamenti volgari. Era la Juventus padrona dei destini, un impero della logica e del portafoglio. Bastava un cenno della Real Casa e i campioni del mondo si inchinavano. C’era una geometria quasi illuminista in quegli acquisti stellari: arrivava Platini con la sua eleganza distaccata da re sole, Zidane a ricamare l’assoluto sulle zolle comunali, arrivavano i Baggio e i Vialli come risposte esatte a domande mai formulate. La Juve non comprava semplicemente calciatori, bensì sottraeva certezze agli avversari, esercitando un monopolio della bellezza e della forza che somigliava alla necessità del fato nelle tragedie greche.

La storia di quel mercato era fatta di leggende e di sguardi. Nel 1957, per risollevare una Juve reduce da stagioni anonime, Umberto Agnelli decise di investire la cifra astronomica di oltre cento milioni di lire per strappare l'asso argentino Omar Sivori al River Plate. Quando il genio dai calzettoni arrotolati arrivò all'aeroporto, ad attenderlo sulla pista c'era il presidente in persona, a testimonianza di un potere che non ammetteva intermediari. E quando Sivori si presentò al Comunale per il primo allenamento, di fronte ai dirigenti sbigottiti, fece tre giri di campo consecutivi palleggiando senza mai far cadere il pallone: il mercato che si faceva immediatamente poesia e arroganza.

Anni dopo, quel potere assunse i tratti sornioni e inflessibili di Giampiero Boniperti. Celeberrimo resta l'aneddoto del blitz a Saint-Étienne per Michel Platini, acquistato per una cifra irrisoria rispetto al suo reale valore perché in scadenza di contratto. Boniperti andò a vederlo, gli strinse la mano e gli fece firmare un pezzo di carta nel retro di un ristorante. Quando Platini arrivò a Torino per le visite mediche, il presidente lo guardò fisso negli occhi e gli disse: "Sei venuto qui per vincere, non per divertirti. Se vuoi divertirti, vai al circo". E il re francese, puntuale, obbedì.

Oggi, in questi giorni di calura e bilanci che piangono lacrime di inchiostro rosso, quel granito si è fatto sabbia. La geografia del potere è cambiata e la Vecchia Signora si aggira tra i banchi del mercato come una nobile decaduta, costretta a mercanteggiare con la borsa della spesa mezza vuota. Le difficoltà economiche stringono la gola, i vincoli tecnici tarpano le ali e la competenza – quella dote antica che un tempo anticipava i tempi – sembra essersi smarrita nei labirinti di calcoli freddi e procure fameliche. Non si acquistano più i sogni già pronti, confezionati con il nastro d’oro; si inseguono scommesse, si firmano pagherò, si imbastiscono baratti degni di un porto fenicio. È il trionfo della contingenza sulla necessità. Un tempo si pianificava l’eternità, oggi si cerca di sopravvivere alla prossima scadenza federale, cercando la competenza laddove un tempo bastava il prestigio. Siamo passati dall'epica del "voglio e prendo" alla prosa del "vorrei ma serve l'indice di liquidità".

Resta l'attesa, certo, con una grande carica di ironia. Ci culliamo nei nomi sussurrati dai profeti del tweet, accendiamo candele votive per centrocampisti dai piedi buoni e difensori d’alto bordo, sperando che il miracolo si compia prima che il fischio d’inizio della prima giornata ci riconsegni alla dura realtà del campo.

Perché il vero rischio, in questo grande teatro dell'assurdo estivo, è la maledizione del ritorno al presente. Sarebbe magnifico se questo mercato, così faticoso e aspro, ci stupisse tutti. Ma il cinismo imperante ci costringe a un sorriso amaro. Speriamo solo, con un briciolo di scaramantico sarcasmo, di non ritrovarci già alla fine di agosto, sotto il sole ancora cocente delle prime domeniche di campionato, a guardare la panchina con la nostalgia dei tempi che furono, rimpiangendo le scelte fatte e i treni perduti. O peggio ancora – supremo rifugio dei disperati e condanna di ogni tifoso – di non ritrovarci già a settembre a pronunciare la frase più triste del dizionario calcistico: “Pazienza, speriamo nel mercato del prossimo anno".

Roberto De Frede