Un centravanti! Nell’attesa… punti d’oro alla ricerca dei nuovi eroi bianconeri
Scrivere di Juventus, una nobiltà che si guarda allo specchio e non si riconosce più pienamente, smarrita tra i riflessi di ciò che è stata e l'incertezza di ciò che le è permesso diventare, significa immergersi in un labirinto di memoria, blasone e soprattutto in quella sottile tortura che oggi è l'attesa. Il tifoso bianconero è sospeso tra un passato ingombrante e un futuro che tarda a farsi presente. L'attesa per gli juventini non è mai stata una condizione naturale. Tutt’altro! Per definizione, era l'accadere: il gol al novantesimo, la bacheca che si riempiva per inerzia, la certezza quasi arrogante che il tempo avrebbe sempre dato ragione alla maglia palata. Oggi, invece, il tifoso abita una stanza diversa: quella dell'aspettativa metodica.
Nonostante la vittoria di ieri sera giunta nel secondo tempo contro la cenerentola Pisa e le certezze che rispondono ai nomi di Yildiz, Conceição, McKennie, Boga e Thuram, c’è una malinconia sottile, quasi metafisica, nell’osservare la Vecchia Signora: essa somiglia a una di quelle nobildonne decadute dei romanzi di Stendhal, che pur tra le pieghe di un abito logoro conservano intatta l’alterigia dello sguardo e il segreto di una grazia antica. La Juventus non abita più il presente con la sicura protervia del dominatore, ma vive in una sorta di esilio spirituale, attendendo che il destino — quel fatum che gli antichi Greci credevano immutabile — le schiuda nuovamente le porte dell'Olimpo. La rimonta contro la Roma, quel passaggio repentino dal baratro al soffio vitale, non è stato un semplice episodio di cronaca sportiva, bensì un atto di resistenza contro l'oblio, una piccola vittoria dell'orgoglio, un sussulto della memoria, il momento in cui i giocatori, forse per un istante stanchi della propria mediocrità, hanno deciso di evocare i fantasmi di chi li ha preceduti. È stata un’Anabasi in miniatura, una risalita dalle tenebre verso la luce che avrebbe ricordato a Senofonte la tenacia di quei diecimila greci verso il mare. In quegli istanti, la Juventus ha smesso di essere un’azienda di algoritmi e bilanci per tornare a essere un’entità mitologica.
Come scriveva Proust, «il ricordo delle cose passate non è necessariamente il ricordo di come esse sono state», eppure in quella reazione furibonda abbiamo rivisto il riflesso d’oro di un’identità che credevamo smarrita. Non era tattica, era la memoria del sangue che ribolliva sotto le strisce bianconere. Per varcare nuovamente la soglia del convito europeo, dove siedono i grandi d’Europa, la Juventus necessita di nuovi araldi, non bastano onesti mestieranti, servono figure che abbiano la statura dei grandi personaggi. Vestire quella maglia significa accettare una metamorfosi: come i grandi eroi della letteratura russa, da Dostoevskij a Tolstoj, i calciatori che verranno dovranno passare attraverso il fuoco dell'umiltà per riscoprire la grandezza. La nuova stagione non dovrà essere una semplice sequela di domeniche, ma un pellegrinaggio, perché la Juventus, quando smette di vincere, non è solamente una squadra in crisi, ma un’eclissi di sole che turba l’ordine naturale delle cose. E tutti noi, spettatori di questo dramma, attendiamo che la luce torni a inondare il campo, portando con sé nuovi nomi, in primis quelli di un portiere e di un centravanti, ruoli estremi e fondamentali, capaci di reggere il confronto con le ombre giganti dei padri.
Sostituire il modesto Di Gregorio e salutare al più presto e senza i canonici ringraziamenti di rito il duo David e Openda! La Juventus è alla ricerca di un guardiano – Perin che resti come ottimo secondo - che possieda la solenne staticità di un dio tutelare, simile a quel Buffon che non era solo un portiere, bensì l’Argo dai cento occhi che vegliava sull'invisibile. Il numero uno bianconero dovrà essere capace di abitare il silenzio della porta con la stessa autorità con cui un sovrano abita il suo trono, rendendo l'area di rigore un recinto sacro e inviolabile. Un gigante che parli ai pali della porta come fossero vecchi amici e che sappia, con un solo sguardo, rimpicciolire l'attaccante avversario fino a farlo diventare un bambino spaventato.
E poi, un centravanti nuovo, la prua che dovrà fendere le onde delle difese catenacciate, possedere il senso della porta come un istinto primordiale. Chissà se esiste qualcuno con l’anima di Vialli, quel guerriero che fondeva l’eleganza del cavaliere rinascimentale con la ferocia del mercenario. Luca non colpiva il pallone, lo investiva di una missione morale. La Juventus di domani ha bisogno di un piede che sia spada e di un cuore che sia scudo, un nove capace di caricarsi sulle spalle il peso di una storia millenaria senza vacillare. «Vincere non è importante, è l'unica cosa che conta» diceva Boniperti, ma oggi quel motto suona come un’invocazione religiosa. Per la Juventus, conquistare l’accesso alla prossima Champions League non è una questione di prestigio economico, ma di necessità ontologica. È il ritorno a casa di Ulisse dopo il lungo errare, la rivendicazione di un posto nel mondo che le appartiene per diritto divino e i tre punti contro il Pisa all’Allianz sono di avvicinamento a Itaca.
La Juventus d'oggi è un racconto ancora da scrivere, dove l'inchiostro è fatto di una pazienza che somiglia molto, a volte troppo, ad una forma d'amore ostinato. L’errore che spesso commettiamo è credere che l'attesa sia un tempo perso. Al contrario, per il popolo bianconero, questo è il tempo della fede pura: si aspetta di vincere perché non si sa concepire altro destino.
Roberto De Frede
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