Un sorriso spezzato
Dicono che il portiere sia un uomo solo, un condannato a guardare la festa degli altri da lontano, esiliato tra due pali che sembrano i confini di un deserto. C’è una solitudine metafisica nel suo ruolo, una condizione esistenziale che lo separa dai dieci compagni che corrono nel fango. Mentre gli altri inseguono il desiderio, il portiere attende la minaccia. Alex Manninger lo sapeva meglio di chiunque altro. Aveva passato la vita ad aspettare il suo turno nell'ombra, con la pazienza dei santi e i riflessi dei gatti, pronto a volare per togliere dall'angolo quella palla che tutti avevano già battezzato urlando "GOL".
Nel calcio, come nella vita, il portiere è l'unico che può usare le mani per sfidare il destino. Ma il destino, si sa, ha il vizio di non rispettare le regole del gioco. Un passaggio a livello non è poi così diverso da una porta. Ci sono le sbarre che scendono, come le braccia di un portiere che cerca di serrare la strada all'impossibile. Ma il treno non è un pallone. Il treno non ha cuoio, non ha anima, non conosce la parabola o l'astuzia del centravanti. È un mostro di ferro che non accetta finte e non concede rinvii.
Alex, che aveva passato una carriera a leggere le traiettorie più bizzarre, questa volta si è trovato davanti a una traiettoria che non ammetteva parate. È un'ironia crudele quella che colpisce chi ha speso l'esistenza a fermare le cose: finire la propria corsa proprio lì, dove qualcosa non si può fermare. Manninger era il volto pulito del calcio che non cerca i riflettori. È stato il "secondo" di lusso, l'uomo che custodiva le chiavi della porta quando i giganti, che rispondevano ai nomi di David Seaman e Gigi Buffon, si riposavano. Dai gunners dell’Arsenal ai bianconeri della Juventus, ha abitato la panchina con la dignità di un principe in esilio, sapendo che il suo compito era farsi trovare pronto nel momento del bisogno. Il portiere è il capro espiatorio perché se non salva, muore. E se salva, ha solo fatto il suo dovere. Stavolta, il silenzio che segue l'impatto non è quello di uno stadio che trattiene il fiato prima di un rigore. È il silenzio gelido della cronaca nera, che trasforma un atleta in un nome su un verbale di polizia. Adesso la porta è vuota. Non ci sono più guanti da infilare, né tacchetti da pulire contro il palo. Alex se n'è andato con un'uscita fuori tempo, lui che del tempo era stato un cronometrista meticoloso. Il calcio continuerà, i palloni torneranno a gonfiare la rete, ma resterà quel retrogusto amaro di chi sa che, dietro quella linea bianca, manca un uomo che sapeva aspettare. Perché in fondo, la morte è come un treno che passa a luci spente: non fischia mai due volte e non ti permette di rifugiarti in calcio d'angolo.
Buon viaggio, Alex dal nobile austriaco sorriso. Che l'erba dall'altra parte sia sempre perfetta e che non ci siano treni, ma solo palloni leggeri da abbracciare per sempre.
Roberto De Frede
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