Bello, tutto molto bello...

Bello, tutto molto bello...
Oggi alle 07:30L'endovena - dritto al cuore del problema
di Fabrizio Rizzo

Il calcio italiano, tra belle figure e figure da romanzo La Nazionale rialza la testa, la Juventus sembra muovere qualche passo. Ma attenzione: nel calcio italiano basta una bella serata per sentirsi improvvisamente guariti. E invece il malato, sotto il cerotto, resta grave. Ci risiamo. Bastano 7 gol alla Turchia e un pareggio dignitosissimo in casa della Francia perché il calcio italiano cominci a guardarsi allo specchio e trovi, chissà come, il profilo di Brad Pitt. La Nazionale, bisogna riconoscerlo, qualche segnale incoraggiante lo ha mandato davvero. Dopo il pessimo 0-2 contro il Belgio, il 4-0 di Bursa , il 3-1 di Bologna e soprattutto l’1-1 dello Stade de France hanno mostrato un’Italia più coraggiosa, capace persino di giocare a calcio senza chiedere preventivamente l’autorizzazione alla FIGC. A Parigi Bastoni ha risposto a Olise, Donnarumma ha fatto Donnarumma e gli Azzurri hanno superato un esame importante. Tutto molto bello. Il problema è che una bella Nazionale non significa necessariamente un calcio italiano in buona salute. È un po’ come vedere il Titanic con i tavolini finalmente apparecchiati bene: apprezziamo la tovaglia, certamente, ma sarebbe opportuno dare ogni tanto un’occhiata all’iceberg. Perché dietro qualche buona prestazione degli Azzurri resta un movimento che da anni fatica a produrre talento in quantità, stadi moderni, programmazione, sostenibilità economica e una credibile cultura sportiva. E soprattutto viene dall’ennesima mancata qualificazione mondiale, ferita che nessun pareggio allo Stade de France può cancellare con un colpo di spugna. La stessa FIGC ha presentato questa Nations League come una ripartenza dopo l’esclusione dal Mondiale.  Insomma, si dira', ossiamo fare bella figura. È il sistema calcio italiano che continua spesso a fare la figura di Don Abbondio: grandi discorsi finché non arrivano i bravi, dopodiché improvvisamente nessuno sa più chi debba fare cosa ( assolutamente pacchiano ed italiano  il colpo da maestro su Malago’ oggi a capo federazione poi commissario, poi chissà….fiumi di parole per condannare un atto definito illecito da cui si sarebbe innescato l'effetto domino che avrebbe quasi disintegrato il DNA della nostra rivoluzione sportivo culturale, per poi, cambiando l'ordine degli addendi , ci accorgiamo che siamo al punto di partenza, il  " Gravina non cambia"  , mi verrebbe da dire...VERGOGNA DA INSEGNARE AI NOSTRI NIPOTI! così da tramandare ai posteri come un buon rimedio) ... dalle mie parti si dice che fare antimafia e' quasi peggio della Mafia stessa. Il sistema calcio si diceva….a volte ricorda Azzeccagarbugli: regolamenti, ricorsi, bilanci, commissioni, interpretazioni e cavilli. Entri per sapere chi ha ragione e ne esci domandandoti almeno chi stia giocando. E quando si parla di riforme compare perfino un’ombra di Godot ( piu' realistica pero' dell'inciucio commissariamento FIGC) : tutti lo aspettano, tutti ne parlano, qualcuno assicura che arriverà. Naturalmente, Godot non arriva mai. E poi c’è la Juventus Nel piccolo — si fa per dire — anche la nostra Signora racconta qualcosa di questo strano calcio italiano. Qualche miglioramento si vede. La squadra di Spalletti non sembra ancora una macchina da guerra, ma almeno comincia ad assomigliare a una squadra. Dopo cinque giornate ha raccolto 10 punti ( in coabitazione con Como e Frosinone.. chapeau); soprattutto, il 2-0 sull’Atalanta ha mostrato maggiore compattezza e una certa crescita nella qualità del gioco. Conceição e Bremer hanno firmato una vittoria che ha restituito un po’ di fiducia dopo il 3-2 subito a Sassuolo. Non siamo però ancora al calcio totale. Diciamo calcio parzialmente rimborsabile dal Servizio Sanitario Nazionale. Si intravedono però movimenti migliori, l'infermeria ( tocchiamo ferro) si vuota pian piano, una maggiore organizzazione, qualche idea offensiva riconoscibile e soprattutto la sensazione che il pallone non venga più trattato come un pacco sospetto abbandonato alla stazione.Adesso, però, arrivano due partite che sarebbe molto pericoloso considerare semplici. Prima il Cagliari in Sardegna, poi la Lazio. E qui il tifoso juventino dovrebbe compiere un gesto rivoluzionario: ricordare. Perché proprio a Cagliari, nella scorsa stagione, la Juventus riuscì nell’impresa di perdere 1-0 una partita nella quale aveva tenuto a lungo il pallone, attaccato e colpito anche un palo con Yildiz. Mazzitelli segnò al 65° e i bianconeri tornarono a casa con molto possesso palla e zero punti.  Una di quelle serate in cui il possesso della sfera diventa una categoria filosofica. “Ho avuto il pallone, dunque sono.” Cartesio probabilmente non sarebbe stato d’accordo.

Caprile sì. E anche contro la Lazio i ricordi non sono esattamente da album di nozze: il 26 ottobre 2025 la Juventus perse 1-0 all’Olimpico, trafitta da Basic dopo appena nove minuti. Anche allora tanto pallone, qualche occasione e la spiacevole scoperta che nel regolamento del calcio la vittoria continua ostinatamente a essere assegnata a chi segna, non a chi completa più passaggi laterali ( siamo certi che adesso Johnny calabrese i retropassaggi di testa, a Madrid, in piena crisi politica, non li fa …. Mica è fesso?). Per questo Cagliari e Lazio saranno due piccoli esami di maturità. Non tanto per capire se la Juventus possa vincere lo scudetto — domanda prematura — quanto per scoprire se abbia finalmente imparato a vincere le partite che una grande squadra deve vincere anche quando non è grande. Perché contro le grandi puoi perdere giocando bene e ricevere gli applausi. Contro certe squadre, se vuoi tornare davvero Juventus, devi semplicemente portare a casa tre punti. Dal Manzoni a Kafka. Ed eccoci tornare allora al grande romanzo del calcio italiano. Dentro c’è un po’ di tutto. C’è Don Chisciotte, quando partiamo per riconquistare il mondo armati di entusiasmo dopo due partite ben giocate ( " alla bersagliera" di fantozziana memoria). C’è Don Abbondio, quando arriva il momento di prendere decisioni impopolari. C’è Azzeccagarbugli, quando bisogna capire regolamenti, bilanci e responsabilità. C’è Kafka, quando qualcuno prova a comprendere certi meccanismi federali e dopo tre ore non sa più nemmeno di cosa fosse accusato. E ogni tanto appare persino Dorian Gray: fuori mostriamo la Nazionale elegante che se la gioca allo Stade de France; in soffitta conserviamo il ritratto del nostro movimento, con tutti i suoi anni, i suoi debiti, i suoi ritardi e le sue rughe....ed i suoi stadi. Poi c’è la Juventus. Che negli ultimi anni ha attraversato talmente tanti generi letterari da meritare una biblioteca personale: romanzo storico, dramma giudiziario, thriller finanziario, commedia degli equivoci e, in certe domeniche pomeriggio, persino teatro dell’assurdo. Adesso Spalletti sta provando a scrivere qualcosa di più semplice. Una squadra che giochi meglio. Che sappia cosa fare. Che non consideri ogni trasferta contro una squadra di metà classifica come la traversata dell’Annapurna senza ossigeno. E soprattutto che non trasformi Cagliari e Lazio nei nuovi Innominati dei Promessi Sposi. La Nazionale, intanto, può continuare a regalarci qualche bella figura. Ben venga. Ma non confondiamo una buona partita con una rivoluzione. Il calcio italiano resta un sistema che ha bisogno di riforme profonde, coraggio, investimenti e programmazione. La Nazionale può essere la vetrina illuminata di un negozio. Il problema è che ogni tanto bisognerebbe entrare nel magazzino. E accendere la luce. Perché lì, tra una riforma promessa, uno stadio che non si costruisce, un giovane che non gioca e un dirigente che spiega perché la colpa sia sempre di qualcun altro, rischiamo di trovare il personaggio letterario che meglio rappresenta il nostro calcio. Non Don Chisciotte. Non Don Abbondio.Nemmeno Azzeccagarbugli. Pinocchio. E purtroppo il naso, ormai, rischia di essere in fuorigioco.