Se la reazione è la qualità principale, la Juve di Spalletti non ha speranze
Quando prendi schiaffi ricorrentemente e ti rialzi per evitare il crollo definitivo, dimostri una buona dose di cuore, ma anche una debolezza di fondo perché non riesci ad evitarli: questa è la Juve di Spalletti. Mai il dominio dell'avversario, come si conviene alle grandi squadre. Il salto di qualità tarda ad arrivare, ammesso ci siano i presupposti. Le solite occasioni fallite alimentano qualche rimpianto, allo stesso tempo acuiscono però i dubbi rispetto ad una squadra galleggiante, tra alti (pochi) e bassi (troppi). E' come se i bianconeweri avessero dato continuità alla parte finale della passata stagione, chiusa con la mancata qualificazione in Champions League. Solo tre, quest'anno, le gare prive di problemi: Parma, NEC e in parte Atalanta. Il resto delle prestazioni, a prescindere dai risultati ottenuti, sono state contraddistinte da fatica e sofferenza.
Spalletti si è detto soddisfatto per la “risposta” dei suoi dopo i colloqui in settimana, ma la Juve dovrebbe essere altro. La sensazione di abituarsi alla mediocrità è tremendamente concreta, anche da parte dell'allenatore. Come il dubbio se lo stesso Lucio, al di là delle dichiarazioni, abbia ancora la forza per incidere, a livello tecnico/tattico e sotto il profilo emotivo. Detto di Spalletti, più di qualche elemento non è da Juve e non c'entra più il peso della maglia, forse addirittura diminuito viste le ultime stagioni. Si tratta di una vera e propria disconnessione dal contesto bianconero. Ormai nessun avversario può essere considerato alla portatai, se non sulla carta. Tradotto: è cambiato lo status, la Vecchia Signora non fa più paura. Bisogna accettarlo. Prossimo impegno a Lecce. Speriamo bene.
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