Analisi tattica: la Lazio la travolge, Spalletti deve rifare tutto
La sconfitta per 3-0 contro la Lazio non è soltanto il risultato di una serata storta. La Juventus ha mostrato problemi che vanno oltre i singoli errori, mettendo in evidenza una squadra che fatica a trovare equilibrio, a sviluppare una manovra offensiva efficace e, soprattutto, a reagire quando la partita prende una direzione sfavorevole. Luciano Spalletti è chiamato a intervenire, perché il problema non riguarda soltanto chi scende in campo, ma anche il modo in cui la squadra è organizzata.
Il 4-2-3-1 iniziale: possesso palla senza incisività
La Juventus parte con il 4-2-3-1, con Kolo Muani come riferimento offensivo e Nico González, McKennie e Alajbegovic alle sue spalle. In mediana ci sono Douglas Luiz e Sarr, mentre la linea difensiva è composta da Kalulu, Bremer, Lucumí e Çelik. Sulla carta, una disposizione che dovrebbe garantire qualità tra le linee, ampiezza sulle fasce e possibilità di arrivare al tiro attraverso combinazioni rapide.
Sul campo, però, la manovra si rivela troppo spesso prevedibile. La Juventus riesce a muovere il pallone, ma fatica a trovare gli spazi per mettere in difficoltà la difesa della Lazio. Kolo Muani si muove molto, cerca di attaccare la profondità e di creare occasioni, ma viene servito poco e male. Anche gli inserimenti dei giocatori alle sue spalle non producono la continuità necessaria per mettere sotto pressione gli avversari.
Il problema non è soltanto la quantità delle occasioni, ma il modo in cui vengono costruite. La squadra non riesce a dare continuità alle proprie azioni, fatica a collegare centrocampo e attacco e spesso si affida alle iniziative individuali. Il possesso, da solo, non basta: servono movimenti coordinati, maggiore velocità nella circolazione e la capacità di occupare gli spazi con tempi diversi.
Çelik a piede invertito: una soluzione diventata prevedibile?
Un altro aspetto da valutare riguarda l'utilizzo di Çelik a piede invertito. Una scelta che può offrire vantaggi in determinate situazioni, ma che rischia di perdere efficacia quando diventa prevedibile. Gli avversari studiano le abitudini della Juventus e possono indirizzare il pressing per limitare le opzioni del terzino, chiudere le linee di passaggio e costringerlo a giocare in zone scomode.
Il problema emerge soprattutto quando l'avversario riesce a creare situazioni di superiorità numerica sulla fascia. In questi casi il difensore deve scegliere se seguire il giocatore che si sovrappone oppure restare vicino a chi conduce il pallone. Senza una copertura tempestiva da parte dei compagni, il rischio di concedere un due contro uno aumenta e la fase difensiva diventa molto più complicata.
Il secondo gol della Lazio offre un esempio interessante. Al 66', dopo il cambio di gioco di Nuno Tavares, Isaksen riceve sulla fascia e punta Çelik. La sovrapposizione di Floriani Mussolini contribuisce a condizionare la lettura difensiva del turco, che deve valutare contemporaneamente il movimento esterno e l'iniziativa del danese. Isaksen riesce così a rientrare sul mancino e a calciare sul secondo palo, trovando una conclusione vincente.
Non si tratta di attribuire il gol esclusivamente a Çelik. L'azione evidenzia anche un problema collettivo: quando il difensore viene messo davanti a due minacce contemporanee, la squadra deve essere pronta a garantire una copertura. La Juventus, invece, concede all'avversario il tempo e lo spazio necessari per scegliere la soluzione migliore.
È legittimo, quindi, chiedersi se continuare a insistere su questa interpretazione della fascia sia la scelta più efficace. Una soluzione tattica non può essere considerata valida soltanto perché ha funzionato in passato: se gli avversari hanno imparato a contrastarla, occorre introdurre nuove contromisure e rendere meno prevedibile il gioco.
La fascia sinistra e le alternative a disposizione
Il discorso si collega anche alle alternative presenti in rosa. La Juventus deve trovare il giusto equilibrio sulle corsie esterne, senza affidarsi necessariamente ad adattamenti che rischiano di limitare la manovra. Cabal può rappresentare un'opzione, ma la sua condizione va valutata con attenzione dopo il periodo di recupero. Non basta cambiare interprete: serve una catena di fascia capace di garantire ampiezza in attacco e copertura in fase difensiva.
Se il terzino non riesce a spingere con continuità o viene costretto a giocare in una posizione poco naturale, diventa fondamentale il contributo dell'esterno e del centrocampista più vicino. Le distanze e le coperture devono essere coordinate. Contro la Lazio, invece, la Juventus ha mostrato difficoltà proprio nel proteggere gli spazi e nel sostenere le iniziative dei propri giocatori esterni.
Il cambio nella ripresa: più attaccanti, meno equilibrio
All'intervallo Spalletti inserisce Woltemade al posto di Alajbegovic, affiancandolo a Kolo Muani. La Juventus passa così a una soluzione più offensiva, vicina al 4-4-2 in fase di partenza, con la possibilità di trasformarsi in un assetto più aggressivo durante le azioni d'attacco. L'obiettivo è chiaro: aumentare la presenza in area e offrire più riferimenti alla manovra.
In un primo momento, la scelta sembra dare qualche risultato. Al 55', Kolo Muani si accende sulla sinistra, salta l'avversario e serve Woltemade, che conclude di prima intenzione sfiorando il palo. È un'azione che dimostra come la presenza di due punte possa creare nuove opportunità, a condizione che ci siano collegamenti e movimenti in grado di servirle.
La spinta bianconera, però, si esaurisce rapidamente. La Juventus non riesce a dare continuità alla pressione e, soprattutto, non trova un equilibrio convincente tra attacco e difesa. Con due soli centrocampisti centrali, gli spazi da coprire diventano maggiori e la squadra fatica a proteggere le zone davanti alla difesa. La Lazio, più ordinata e consapevole dei propri movimenti, riesce ad approfittarne.
Il cambio di modulo non basta perché la squadra sembra non sapere come interpretarlo. Aumentano i giocatori offensivi, ma non cresce in modo proporzionale la pericolosità. La Juventus non riesce a costruire un assedio continuo, perde il controllo delle distanze e concede agli avversari possibilità di ripartire. È il limite di una modifica che aggiunge peso in attacco senza risolvere i problemi strutturali della manovra.
I cambi non cambiano la partita
Dopo il raddoppio di Isaksen, arrivano gli ingressi di Conceição e Zhegrova al posto di Douglas Luiz e Nico González. Spalletti cerca maggiore vivacità nell'uno contro uno, sperando che la qualità degli esterni possa riaprire la gara. Ma anche in questo caso l'accumulo di giocatori offensivi non produce una reazione concreta.
La Juventus prova a spingere, ma lo fa senza una struttura sufficientemente riconoscibile. Le iniziative individuali non trovano sempre un sostegno adeguato, le combinazioni sono sporadiche e la Lazio riesce a difendersi con ordine. Kolo Muani e Woltemade non vengono serviti con continuità, mentre gli esterni faticano a creare occasioni realmente pericolose.
La squadra bianconera sembra così affidarsi più all'orgoglio che a un piano di gioco preciso. Non basta alzare il numero di uomini offensivi se non si riesce a garantire qualità negli ultimi passaggi, occupazione corretta dell'area e coperture preventive. La Lazio, al contrario, mantiene le distanze tra i reparti e sa quando accelerare e quando gestire il pallone.
Le transizioni difensive e il terzo gol
Il gol di Dele-Bashiru all'89' completa il quadro di una serata negativa. Il centrocampista laziale parte da lontano, accelera e supera le resistenze bianconere prima di concludere in porta. Anche in questa occasione, al di là delle responsabilità individuali, emerge la difficoltà della Juventus nel contenere le progressioni avversarie e nel proteggere gli spazi quando la squadra è sbilanciata.
Il problema delle transizioni difensive è strettamente legato all'organizzazione offensiva. Quando molti giocatori si portano in avanti senza che siano predisposte coperture adeguate, ogni pallone perso può trasformarsi in un pericolo. La Juventus non riesce a interrompere tempestivamente l'azione avversaria e concede alla Lazio la possibilità di attaccare con campo a disposizione.
La sconfitta, dunque, non è spiegabile soltanto con gli errori dei singoli. La squadra ha mostrato difficoltà nella gestione degli spazi, nella protezione della propria metà campo e nella capacità di reagire alle situazioni di gioco. Sono aspetti sui quali Spalletti deve intervenire, perché si tratta di problemi che si ripresentano quando la Juventus perde ordine e distanze.
Spalletti deve ritrovare un'identità tattica
La lezione della partita è chiara: la Juventus non può confondere la presenza offensiva con la capacità di attaccare. Giocare con più punte può essere una soluzione, ma soltanto se esiste una struttura che permetta loro di dialogare e se il centrocampo riesce a mantenere il controllo degli spazi.
Contro la Lazio sono emerse difficoltà nella costruzione, nell'utilizzo delle corsie esterne, nelle coperture preventive e nella gestione del cambio di sistema nella ripresa. Sono problemi collegati tra loro, che non possono essere risolti semplicemente cambiando un interprete o aggiungendo un attaccante.
Spalletti deve trovare una disposizione che valorizzi i giocatori disponibili senza esporre la squadra a squilibri continui. Deve rendere meno prevedibile la manovra, valutare le soluzioni sulle fasce e ricostruire un centrocampo capace di sostenere entrambe le fasi. Soprattutto, deve fare in modo che la squadra sappia cosa fare quando è in possesso e come reagire quando perde il pallone.
Il 3-0 contro la Lazio non dimostra che ogni scelta sia sbagliata, ma rende evidente che l'assetto attuale non sta offrendo le garanzie necessarie. La Juventus ha bisogno di ritrovare un'identità tattica riconoscibile: senza equilibrio, anche l'aumento del potenziale offensivo rischia di trasformarsi in un boomerang.
Iscritta al tribunale di Torino al n.70 del 29/11/2018
Iscritto al Registro Operatori di Comunicazione al n. 18246
Direttore responsabile Antonio Paolino
Aut. Lega Calcio Serie A 21/22 num. 178


